Gli incipit di un libro sono un’arte. Hanno il potere e il compito di fare entrare il lettore immediatamente nella storia che si accinge a leggere. Citare Anna Karenina è quasi naturale: e c’è da chiedersi, allo stesso tempo, se senza quell’incipit il romanzo avrebbe avuto lo stesso successo: racchiudere in poche righe il dolore e l’incredulità in cui piombano le famiglie quando al loro interno succede qualcosa di storto.

Anche Che padre sarò? ha un incipit che merita di essere letto per la sua densità e per la capacità di introdurre immediatamente il tema del libro,

Qui, naturalmente, c’è una bambina che deve ancora nascere (e che, quando nascerà, si chiamerà Lucía). E c’è un padre che, ancora prima di incontrarla, comincia ad amarla in modo per lui sconosciuto, sconfinato, molle. E che, prima di incontrarla, si mette a immaginare che cosa significherà per lui diventare padre, dando il la a una memorabile ridefinizione totale del ruolo paterno: Stefano vuole porsi come presenza attiva, consapevole, viscerale e accudente, vuole posizionarsi a una distanza siderale dal banale e abusato cliché del mero aiutante della mamma.

Attraverso le sue riflessioni quotidiane, l’autore non descrive la paternità come un semplice interruttore meccanico che si accende improvvisamente solo al momento del parto o del taglio del cordone ombelicale, ma rivendica il “diventare padre” come un cammino identitario profondo che si costruisce giorno dopo giorno, fin dall’istante del concepimento, passando attraverso l’ascolto profondo, la cura della relazione di coppia e una costante sintonizzazione affettiva con la pancia.

Stefano prende l’esperienza della gravidanza e la trasforma soprattutto in un proprio percorso interiore. Un percorso che attribuisce un significato grande, cosmico, a questa bambina. Non soltanto perché diventerà sua figlia. Ma perché, nel racconto del padre, sembra quasi che la sua nascita possa aprire una nuova fase della sua esistenza: possa renderlo più attento, più tenero, più capace di guardare il mondo, forse persino un uomo diverso.

Indubbiamente, c’è una cosa bellissima nel diventare genitori: il fatto che l’arrivo di un figlio possa cambiarci. Può costringerci a guardarci dentro, a ripensare alle nostre priorità, alle nostre paure, alla persona che siamo stati e a quella che vorremmo diventare. La bambina immaginata dal padre ha già un futuro davanti a sé. Un futuro che il padre naturalmente non può conoscere, ma che può soltanto immaginare. E allora mi sono chiesto: quando immaginiamo un figlio, quanto stiamo realmente immaginando lui e quanto, invece, stiamo raccontando noi stessi?

Cosa possiamo chiedere a un figlio, ancora prima che nasca? Possiamo caricare un figlio di un compito che non gli appartiene, del quale non ha la minima contezza, cioè quello di cambiarci?

È inevitabile che un futuro padre proietti sul figlio desideri, speranze, paure. Forse è persino una delle forme attraverso cui comincia a costruire il rapporto con una persona che ancora non conosce. Ma c’è una cosa che mi sembra importante: prima o poi quel bambino dovrà diventare una persona diversa da quella che abbiamo immaginato. E forse la sfida più difficile della paternità non è soltanto diventare un uomo migliore grazie a un figlio. Ma è quella di riuscire a diventare un padre senza chiedere a quel figlio di renderci migliori.

E qui mi è venuto in mente Edipo. Non tanto per il complesso che abbiamo imparato a conoscere, quanto per il rapporto fra ciò che un padre deposita su un figlio e ciò che quel figlio dovrà poi portarsi addosso. Perché mentre leggevo mi sono chiesto se non ci sia un paradosso: siamo abituati a pensare che siano i genitori a dare qualcosa ai figli. Ma qui, ancora prima di nascere, questa bambina sembra già chiamata a dare qualcosa al padre: a renderlo più buono, più sensibile, più capace di guardare il mondo. E allora mi sono chiesto: quanto è leggero, e quanto invece può diventare pesante, il dono che chiediamo a un figlio ancora prima che venga al mondo?

Perché mentre leggevo continuavo a pensare: ma quanto è difficile, per un adulto, arrivare a guardarsi davvero dentro? Quanto è difficile capire da soli che cosa ci manca, che cosa abbiamo trascurato, quale persona siamo diventati e quale vorremmo essere? E in questo senso la bambina del libro mi è sembrata quasi una figura salvifica, e questa cosa mi ha messo in difficoltà.

Perché io avrei voluto che quel lavoro l’uomo lo facesse prima. Avrei voluto che riuscisse a guardare il mondo con quella attenzione, con quella dolcezza, con quella capacità di meraviglia, non perché stava per arrivare una figlia, ma perché era arrivato, molto prima, il momento di interrogarsi su se stesso.

Ma a questo punto mi sono fermato con le mie riflessioni e ho lasciato che il libro mi conquistasse. Pur tra le non poche perplessità e persino qualche resistenza, ho provato empatia nei confronti di un autore. Ho visto un uomo che, davanti alla nascita di una figlia, prova a ricostruire (o forse semplicemente a costruire) se stesso. Io avrei preferito che avesse cominciato quel lavoro prima. Ma non posso che essere contento che, a un certo punto, abbia cominciato. Tutti abbiamo bisogno di qualcosa che ci costringa, qualche volta, a vedere quello che da soli non siamo riusciti a vedere. L’inizio, oppure la fine di una storia d’amore; l’aver trovato il lavoro dei nostri sogni, o l’essere licenziati; il progetto di una casa nuova. Per Stefano questa cosa sembra essere stata sua figlia.

Perché, in fondo, siamo tutti molto meno compiuti di quanto ci piace pensare.

E quindi sì: nonostante tutte le domande che questo libro mi ha fatto nascere, e forse proprio grazie a quelle domande, posso dirlo con sincerità: questo libro mi è piaciuto moltissimo.

Paolo Mascia