El Paso, nella contea di El Paso, è immersa in un grande deserto – deserto di Chihuahua, dal Texas fino al Messico, delimitato dalle due catene della Sierra Madre. È un’isola in un mare di sabbia, un mare di argilla rossa, la spuma polverosa portata dal vento, sul bordo del confine con il Messico, da cui la divide il fiume Rio Grande.

Sull’altra sponda si trova Ciudad Juarez, la città la più popolosa dello stato messicano di Chihuahua, una città terribile, violenta, punteggiata di croci.

El Paso, con le sue quasi 700.000 anime, al contrario è un’isola pacifica, sicura.

Di notte, è una costellazione nel mare del deserto, lo splendore di luci e di bagliori sulle sue strade dritte, tracciate col righello, fino ai rilievi sfrangiati e irregolari della North Franklin Mountain.

Il canto del deserto, di notte, è quello delle volpi grigie e delle antilocapre. Il canto del deserto, di notte, intorno a El Paso, è il verso, simile a un latrato, dei cani della prateria.

Ed è una notte, infatti. L’anno è il 2003.

Siamo nel piccolo cortile di un motel, seduti su vecchie sdraio di plastica accanto a una piscina a forma di arachide, a bere da lattine bagnate di condensa scese dal ventre di un distributore automatico, a respirare un po’ d’aria fresca, per quanto possibile, anche se l’aria sembra che sia cartavetro. Scambiamo due parole, tanto per ingannare il tempo. Siamo soltanto di passaggio nella città di El Paso, ripartiremo prestissimo, all’alba.

Da una radio accesa a basso volume in una delle stanze del motel arrivano le note di Crazy in love, la voce della signora Beyonce: c’è qualcun altro che non riesce a dormire.

Sul pelo dell’acqua galleggiano, ondeggiando appena, dimenticate, due tavolette gialle.

“Dovremmo andare a letto”, diciamo, “si sta facendo tardi”, ma nessuno si muove.

Beviamo un altro sorso dalle nostre lattine, la voce diventa il battito ostinato di un rap.

Qualcuno grida: “Cut it out!”, e il battito si spegne.

E poi arriva un’auto: il brontolare del motore, i due fasci di luce dei fanali. Si ferma nel parcheggio davanti alla reception, un ufficetto angusto, dentro il chiarore bianco ghiaccio di un lampione. Si tratta di un pickup, un Ford F-350, il rosso della carrozzeria glassato dalla polvere.

Il canto della notte, a El Paso, è il rumore dei treni. Il rombo fievole dei trucks lungo le interstatali. A volte, il sibilo del vento che soffia dal deserto una foschia di sabbia.

È quasi l’una, ormai.

Nell’abitacolo si accende una luce, chiunque sia al volante si sporge verso il sedile posteriore. La luce viene spenta e la portiera aperta. L’uomo che scende indossa pantaloni cachi e una camicia azzurra, ha le maniche arrotolate. Ai piedi, un paio di stivali. Capelli bianchi: ha almeno settant’anni. Si sgranchisce le gambe, recupera una sacca ed entra nell’ufficio. Poi eccolo di nuovo accanto al pickup, eccolo aprire la portiera posteriore destra e trafficare con qualcosa: contro il suo petto, adesso, c’è un bambino, la testa sulla spalla, addormentato, non più di quattro o cinque anni, pantaloncini corti e t-shirt.

Dentro la luce bianco ghiaccio sono una coppia strana.

Noi lo guardiamo camminare con il bambino contro il petto. Costeggia la piscina a forma di arachide, la sacca a tracolla, l’anello delle chiavi intorno a un dito.

Si ferma, fa un cenno con la testa: “Hi”.
“Hi. Nice evening, huh?”
“Yeah. But I have to put him to bed.”
“Yes, sure.”
“Goodnight then. Have a good time.”
“Goodnight.”
Alziamo le lattine in segno di saluto, in quella notte del 2003, in un motel di El Paso.

È una città tranquilla, una città sicura. Ma nell’agosto del 2019, un’altra estate, ancora lontanissima – il 3 di agosto, un sabato mattina – il ventunenne Patrick Crusius, suprematista bianco, raggiungerà un piccolo Walmart in un quartiere periferico e, armato di fucile, fredderà 22 persone, ferendone altre 24.

Il canto del deserto, allora, saranno spari e grida.

L’uomo con il bambino entra nella sua stanza, al primo piano. Accende la luce, un bagliore nel buio. Compare per un attimo nella cornice dell’ampia finestra.

Poggiamo le lattine sopra il battuto di cemento. Le tavolette ondeggiano sul pelo dell’acqua. La luce viene spenta. Chissà dov’è diretto, ci chiediamo.

“È troppo vecchio per essere suo padre.” “E tu cosa ne sai?” E poi qualcuno dice: “Mi pare di averlo già visto. Non ha un aspetto familiare?”. Ma non siamo mai stati lì a El Paso – neppure in Texas, se è per questo: dove potremmo averlo visto?
“È che hai bevuto troppo.”
“Be’, questo è sicuro.”

Parliamo per un po’ del viaggio che ci aspetta, della prossima tappa. Ridiamo per una battuta. Uno di noi si stacca dalla sdraio, sbadiglia e poi si siede sul bordo dell’arachide, sfila le scarpe, immerge i piedi in acqua. “Forse è un attore?”, dice. “Potrebbe darsi.”

“In un motel del genere?”
“E perché no?”
“Non credo proprio.”
“Comunque, mi sembra di conoscerlo.”
Cala il silenzio. Soltanto il fischio di un treno.
La notte scorre.

È allora che lo rivedo: davanti a quella finestra, nel buio della sua stanza. Immagino il bambino, a letto, ancora vestito. Ma l’uomo è sveglio, sta guardando fuori – i suoi capelli bianchi, quella camicia azzurra.

Non guarda la piscina, appena illuminata, e neppure il parcheggio, il suo pickup o la strada deserta a quell’ora di notte. Guarda lontano, o così sembra, un punto all’orizzonte: il mare scuro del grande deserto, le grandi interstatali, i rilievi sfrangiati. Ha incrociato le braccia.

Sono quasi le due, ora fa fresco.

L’uomo si volta, poi torna a guardare fuori.

Mi chiedo a cosa stia pensando.  

Elena Varvello