Avrei voluto scrivere la seconda parte di quest’ultima tappa di Americana, dedicata a Cormac McCarthy, riprendendo il percorso tracciato dalla prima due settimane fa, e cioè immaginando il proseguimento dell’incontro – a sua volta ovviamente immaginario – con Cormac McCarthy in un motel di El Paso, una notte del 2003. Non ci sono riuscita. Impossibile per me, adesso, immaginare qualunque cosa sia, per quanto, vi assicuro, abbia tentato di farlo.

Che cosa resta allora del percorso a cui avevo dato inizio, e dello sguardo di quell’uomo – Cormac – in piedi a una finestra, rivolto all’orizzonte in quella notte calda nella città di El Paso? Quello che resta è il suo capolavoro, La strada, germogliato proprio quella notte – questo è davvero accaduto, parola di Cormac – mentre suo figlio, allora piccolo, dormiva accanto a lui.

Non c’è molto da dire sulla trama, neppure sull’intreccio, di quel capolavoro. Mettiamola così: il mondo è andato in pezzi, per una qualche ragione – che sia la guerra o un disastro ambientale. Alcuni sono sopravvissuti. Fra loro, un padre e un figlio, in cammino nel tentativo di raggiungere la costa, di arrivare al mare, là dove, forse, in quel mondo bruciato, perennemente grigio, sarà possibile trovare condizioni di vita più accettabili. Intorno a loro, bande di cannibali. Insieme a loro, visibile e invisibile, il fuoco che entrambi portano con sé – l’umanità, l’amore, il non abbandonarsi alla brutalità. L’amore: ecco. Quello che un padre può fare per la salvezza del proprio bambino, per amore. L’amore che resiste in qualunque condizione, che non può spegnersi, non può mai tramontare. L’amore che continua ad ardere, no matter what.

Tutto è scarnificato, ne La strada, e non esiste nulla che non sia necessario. Così la storia di due esseri umani, un padre e un figlio, diventa in fondo una parabola, il grande racconto di ciascuno, il punto profondissimo, essenziale, radicale, in cui ci rispecchiamo tutti uguali.

Fatemi fare un passo indietro: una cesura netta divide il discorso della geopolitica e delle strategie, imperiali o imperialistiche, da ciò che comprendiamo, perché lo comprendiamo, essere il terribile destino di donne e uomini, bambine e bambini, considerati uno per uno, in fuga oppure in trappola (sempre che le due cose non siano poi la stessa). Entrambe le istanze sono sempre in campo, certo: da un lato confini tracciati e poi violati, appartenenze, pedine spostate, alleanze e schemi modellano, da che mondo è mondo, il nostro piccolo pianeta, che lo si voglia o meno; dall’altra parte – o dentro o sotto, come volete voi – esseri umani, uno per uno, comprimono le loro esistenze in sacche, sacchetti di plastica o trolley, abbandonando tutto ciò che avevano, oppure muoiono sventrati dalle bombe.

Sarebbe un peccato, letteralmente intendo, coprirsi gli occhi con tanta ingenuità, fingendo che processi e strategie non contino per nulla, che possano svanire all’improvviso per puro desiderio, per un atto di fede, di speranza. Processi e strategie a cui non abbiamo accesso, di cui sappiamo poco, probabilmente niente.

Nell’osservare il mondo da una delle due angolazioni, quella massimalista, tendiamo da sempre a dividere il campo in entità fittizie – noi e loro, una delle più grandi e più frequenti: noi siamo così, loro sono cosà, noi facciamo questo, loro fanno quello.

Scivoliamo in questo schema spesso anche con le migliori intenzioni: mi riferisco, tanto per dirne una, al pezzo interessante di Antonio Scurati, pubblicato sul Corriere della Sera qualche giorno fa, nel quale noi, cioè gli occidentali, siamo fotografati come inermi, seduti sui nostri divani, intenti a osservare quello che sta accadendo con una sorta di simulacro di pietà, mentre quello spettacolo di bombe, morti e fiumi umani che disperatamente tentano di scorrere verso i confini, verso la salvezza, quello spettacolo, dicevo, non riesce davvero a spostarci, non riesce a com-muoverci, a scuoterci da una postura ormai connaturata di passività. La guerra come fenomeno televisivo, come tremendo format, e noi gli spettatori.

Noi e loro. Schematizzare è necessario, me ne rendo conto, almeno nel discorso pubblico. Però proviamo a concentrarci, solo per un istante, su uno dei due elementi dello schema, la prima delle due entità: noi. Dovrebbe essere più facile capire di cosa si tratti, no? Perché quel noi saremmo noi. Ebbene, mi chiedo, che cos’è quel noi? Come possiamo davvero concepirlo? Com’è possibile comprimere il mistero di ciascuno, la sua irripetibilità, l’unicità di ogni esperienza, in quel soggetto anonimo? Com’è possibile ridurre la molteplicità degli sguardi, delle reazioni e dei pensieri, delle riflessioni, delle paure e dei ricordi, in uno sguardo solo, in un pensiero solo, una reazione sola? Specularmente, non vale lo stesso discorso anche per il loro?

Torniamo a La strada. Se c’è una cosa che la letteratura insegna, o che continua a ricordarci, è che non è possibile guardare alla vita, guardarla sul serio cercando di capirla, andando oltre tutti gli schieramenti, se non dal punto di vista di quel mistero irriducibile che è l’unicità, irrimediabilmente radicale, dell’esperienza umana intesa come singola. Non è possibile guardare al noi, ci insegna la letteratura – di certo non un noi considerato come contrapposto al loro, in ogni caso – se non passando per l’esperienza singola e specifica – nel suo mistero, appunto – l’esperienza di ciascuna vita presa per se stessa, e quindi l’io o, meglio ancora, il tu, di certo non il noi né tantomeno il loro.

Beppe Fenoglio potrebbe dire, a questo proposito, che la letteratura è innanzitutto e sempre una faccenda privata, come la vita, in fondo. È innanzi tutto e sempre racconto di qualcuno: una, uno. Qualcuno in particolare con la sua faccia, col suo passato, col suo nome.

noi loro, insomma, piuttosto Milton e William Stoner, Anna Karenina ed Emma Bovary, Jay Gatsby e i due anziani amanti di Le nostre anime di notte. È in quella singolarità, se raccontata fino in fondo, autenticamente, è in quei destini singoli che si può cogliere, per quanto sembri un paradosso, non tanto quello che ci divide, non ciò che ci separa – noi e loro, masse informi – ma tutto ciò che unisce, la vera radice: la nostra umanità.

Il movimento della letteratura è ancora e sempre questo: dal singolo visibile e concreto all’invisibile sotteso, la comune radice dell’umano. Ragion per cui ancora oggi possiamo intravedere nel viaggio antichissimo di Ulisse, per esempio, il nostro – di tutti e cioè di ciascuno preso singolarmente – desiderio di ritornare a casa.

(In una pausa dalla scrittura di queste mie parole, mi sono imbattuta in un breve video pubblicato oggi da Francesca Mannocchi sul suo profilo Instagram. Pochi secondi. Immagini riprese a Irpin, Ucraina: UNA persona, forse una donna anziana, su una coperta rosa, portata tra le braccia, lontano dalle bombe, da UN uomo in divisa. Quel corpo sulla coperta rosa, unico e irripetibile; le braccia, uniche e irripetibili, dell’uomo: ecco di cosa sto parlando.)

Così, senza clamore, nel dispiegarsi delle pagine, la letteratura rivela di continuo il proprio lavoro silenzioso, privata del quale sarebbe distrazione, puro intrattenimento. Nessuna distrazione. Al contrario: concentrazione. È la memoria di quanto ciascuno porti con sé la sua parte di fuoco (anche coloro che sembrano ormai averlo spento, anche di costoro, come dice Cercas, la letteratura si fa carico). È la memoria di quanto qualunque fuoco soffocato sia una perdita secca e sposti il mondo, seppure impercettibilmente, in un’altra direzione. Nella sua dedizione al singolare, la letteratura scardina qualunque schematismo e contrapposizione, e arriva giù, dove gli schematismi non possono, non vogliono, non devono arrivare.

Mi sento ancora domandare, più spesso di quanto vorrei, a cosa serva leggere. Non c’è niente di più importante, niente di più concreto? Capisco il senso di queste domande, ma credo che chi le pone non abbia capito di cosa stia parlando, che cosa rappresentino, nel nostro mestiere di vivere, nell’imparare a vivere, quelle sequenze di parole, di sillabe, di lettere.

Che cosa rappresentano?

Il fatto, per esempio, di riscoprire anche se stessi, ovunque ci si trovi, in cammino sulla strada che percorrono quel padre e quel bambino. Tutti in cammino, sebbene ciascuno a modo suo. Sentire che quella strada ci appartiene, al netto delle nostre differenze, che quello che li spinge è quello che ci spinge.

Quel noi, che nel discorso pubblico mescola i vostri volti, i nostri nomi propri, i nostri imperscrutabili pensieri, tutte le nostre storie, per quanto sia talvolta necessario non ci farà mai progredire nella reale, profonda, comprensione delle cose. Ci lascerà smarriti: “Di chi stanno parlando?”. O, peggio ancora, ci darà l’illusione che basti appartenere a quel presunto noi, quell’entità indistinta, quel bagno collettivo di colpa o di perdono, di orgoglio o di sconfitta.

Adesso più che mai è importantissimo rileggere La strada, scritto da un uomo che, in una notte estiva, in una stanza come tante di un motel di El Paso, mentre suo figlio giaceva addormentato alle sue spalle, guardava fuori dalla finestra, guardava l’orizzonte, chiedendosi: “Cosa farei, se il mondo andasse a pezzi, se non restasse nulla di quello che conosco? Come potrei salvare il mio bambino?”.

Le persone che raccontano storie, persone come lui, Cormac McCarthy, non stanno raccontando storie. È perché guardano alla vita, tutto qui, e non distolgono lo sguardo.

PS: come avrete capito, questa è l’ultima tappa del lungo viaggio di Americana. Il viaggio finisce qui ma non finisce qui: almeno per me, resta il bellissimo ricordo di questo tempo insieme, tempo che non andrà perduto e che potrete ritrovare su Exlibris20 ogni volta che vorrete. Finito un viaggio, in ogni caso caso, poi ne comincia un altro. Per cui, se lo vorrete, ci rivedremo presto, molto presto! Per il momento, un grazie ad altissima voce a ciascuno di voi per aver viaggiato con me in quest’America della letteratura, da uno Stato all’altro, da un paese all’altro. Vi abbraccio forte, mentre parcheggio il pickup: lascio le chiavi sul cruscotto, in attesa di tornare. A presto, a molto presto…

Elena Varvello