Non è mai facile, per me, incominciare a scrivere qualcosa. E soprattutto non è facile provare a raccontare una forma di amore (di quale amore si tratti l’avrete già capito, dev’esservi bastato il titolo). Perciò parto da qui, facendo un passo indietro. Parto da un altro amore, l’amore che mi lega a due scrittori italiani – scrittori piemontesi – di terra e di colline, di piccoli paesi di provincia, manciate di cascine e di fienili e stalle, innamorati pazzi della letteratura in lingua inglese. Certa letteratura inglese e americana.

Beppe Fenoglio e Cesare Pavese: stavo pensando a loro (ma credo che anche questo l’avrete già capito).

Forse è dipeso dalla terra su cui erano nati, forse dall’asciuttezza del linguaggio, dall’avere imparato da bambini a dire solo ciò che serve, pochissime parole, perché la terra è dura, è duro lavorarla, è duro sopravvivere, e non c’è tempo di aggiungere qualcosa, di ricamarci sopra: c’è solo l’essenziale. Può darsi sia dipeso da una visione simile, chissà, dal fatto di sentirsi soli, tra una collina e l’altra, sapendo di doversela cavare e di dover combattere per un posto nel mondo – un goccio di protestantesimo in un’Italia cattolica. Magari è stata proprio la provincia, quella provincia, il venire da lì. O forse era piuttosto un desiderio, com’è sempre l’amore: andare con la mente, con l’immaginazione, lontano da quest’Italia piccola, che a volte toglie il fiato, a volte è soffocante. Andare con la mente, per esempio, nel vasto territorio americano.

Provengo anch’io da quelle colline, dove i miei genitori e le loro famiglie sono nati. Per me, che sono nata altrove anche se non troppo distante, quell’orizzonte collinare, quella provincia lì, è un paesaggio intimo, sono le mie radici.

Quand’era piccola, mia madre vedeva Beppe Fenoglio seduto a un tavolino di un bar di piazza Duomo, ad Alba, chino sopra un quaderno, intento a scrivere. Era un fagnano, diceva la gente in piemontese stretto, uno scansafatiche, un povero illuso: che si credeva di fare nella vita? Chi si credeva di essere? – e mi ritorna in mente il titolo di un libro bellissimo della scrittrice canadese Alice Munro. Intanto lui scriveva, e aveva nelle orecchie molta letteratura in lingua inglese e una canzone americana, Somewhere over the rainbow, che avrebbe ispirato il suo capolavoro, Una questione privata, il cui protagonista, Milton, cammina appunto tra le colline e il fango, tra mucchi di cascine e fiumiciattoli e boscaglia, in cerca della verità, “solo” la verità. Fenoglio che, come confidò a Calvino, scriveva prima in inglese (la lingua così amata) per poi tradurre in italiano.

E Cesare Pavese (che dire di lui?), da Santo Stefano Belbo – un’altra terra dura, altre colline – che consigliò a Fernanda Pivano, allora giovanissima, di leggere Hemingway e Anderson, Masters e Walt Whitman.

Entrambi – Pavese, soprattutto – sognavano, ciascuno a modo proprio, un sogno di pianure, foreste e praterie, di fiumi e di montagne, di sponde dell’oceano, di città luccicanti e piccoli villaggi polverosi? Sentivano, come se fosse familiare, l’enorme vastità del sogno americano, tradito eppure duraturo, sconfitto e poi sempre risorto, sempre somewhere over the raimbow? Vedevano Jay Gatsby in piedi sul pontile della sua grande villa, nel buio sconfinato di una notte americana, mentre tende le braccia verso la luce azzurra della casa di Daisy, sulla sponda opposta della baia? Tendevano anche loro le braccia, i miei amati Fenoglio e Pavese, dal cuore del Piemonte fin laggiù, dove pulsava quella luce azzurra? Guardavano negli occhi i contadini di Furore, che attendono la pioggia? I balenieri e la caccia, eroica e disgraziata, alla balena bianca? Ed è per questo, amandoli, che ho cominciato anch’io, senza neppure accorgermene, a muovermi in quella direzione, a sognare quel sogno?

Che cosa c’è, laggiù, nel sogno americano, puro e contradditorio, nitido e imperscrutabile, che dice qualcosa di noi, di quelli come noi almeno – persone di provincia che coltivano sogni, a cui è stato detto a brutto muso: “Tu chi ti credi di essere?”, ma che, tra un colpo e l’altro della vita, continuano a sognare? Noi, che dalla prima riga riconosciamo come nostri simili i personaggi carveriani, tutti sconfitti ma sempre ancora vivi, a cui un branco di cavalli, per esempio, compare all’improvviso nel giardino di casa quando le cose si sono messe male, esattamente nell’istante il cui la vita sembrava andare a pezzi? Noi, che abbiamo salutato, come se fossimo fratelli, William Stoner, la cui intera esistenza sembra potersi riassumere in una paginetta scarsa (davvero niente di speciale, no?) e invece proprio no, perché si merita un romanzo? Noi, che abbiamo dalla nostra solo benedizioni piccole, private, all’apparenza marginali, ma che sentiamo comunque risuonare un canto?

Non è esterofilia, questa forma di amore, e non è sudditanza intellettuale al grande impero americano. È un sogno, appunto. È desiderio e riconoscimento. È il condensato di un modo di vedere la vita (vissuta sempre nel territorio del diavolo, perennemente esposta, avrebbe detto Flannery O’Connor), che ci risuona dentro. Il punto di congiunzione tra queste colline italiane, tra questa provincia e l’orizzonte americano è profondissimo, è una radice che va giù nella terra. E non significa non apprezzare ciò che ci sta vicino: significa soltanto sentire come risuona il vento che soffia lungo quell’orizzonte lontanissimo, sentire come canta e cantare con lui.

Ecco perché ho deciso di partire da loro, da Fenoglio e da Pavese. Perché quel che comincia oggi (qui, con queste mie parole che sembrano un prologo) sarà un viaggio nella letteratura americana, certa letteratura americana. Sarà un viaggio privato, quindi sentimentale, verso quei cieli sconfinati per come io li vedo, verso le luci scintillanti delle grandi città e i drugstore polverosi. Ma soprattutto sarà un viaggio verso un’idea della letteratura.

Come recita il titolo di un saggio di Antonio Spadaro su Raymond Carver, il cuore della letteratura potrebbe essere descritto in questo modo: un’acuta sensazione di attesa.

Avete presente quel quadro di Hopper, intitolato Gas? Ci sono un uomo, due pompe di benzina, un gabbiotto illuminato, una strada deserta e poi, oltre la strada, il bosco. Che cosa si nasconde tra quegli alberi? E l’uomo, lui, che cosa sta aspettando? Cosa stiamo aspettando, tutti noi?

L’attesa e il senso del mistero, volevo dire questo parlando di letteratura. Il grande mistero della nostra posizione sulla terra, fatta di solitudine nel mondo sconfinato (il bosco di Gas) ma nello stesso tempo della condivisione di un destino (pensate ai due fratelli di Kent Haruf, e al loro rapporto con Victoria), fatta di nudità di fronte alle questioni più importanti. Perché siamo padroni di noi stessi, certo, eppure sempre in balia degli elementi, come i contadini di Furore, gli occhi rivolti al cielo sperando che butti giù la pioggia. O come Gatsby, che dopo la morte si ritrova a galleggiare sul pelo dell’acqua della piscina della sua grande villa, mosso dall’ondeggiare lieve delle foglie che il vento muove in superficie.

Cerchiamo di salvarci le ossa. Resistiamo. Continuiamo a tendere le braccia verso la luce verde. Continuiamo a sognare.

Un viaggio nella letteratura americana, insomma. Un piccolo e personale viaggio nella letteratura.

Niente trucchi, per favore, diceva Raymond Carver. Sono d’accordo, ma ci vuole coraggio. Bisogna sapersi spogliare. Bisogna saper dire soltanto l’essenziale: ecco la mia visione della letteratura. E della vita, soprattutto, perché non c’è una cosa senza l’altra, mai. I libri di cui vi parlerò in fondo non raccontano che questo.

Spero che abbiate voglia di venire con me, verso la luce azzurra e le pianure battute dal vento. Se così sarà, e io lo spero tanto, a tutti noi buon viaggio.   

Elena Varvello