I.
1977. Dallas

Cominciamo così, in una sera d’autunno del ‘77, nel campus dell’SMU (Southern Methodist University), un campus bellissimo.

University Park, un sobborgo a nord di Dallas, in Texas: ci troviamo qui, nel sud degli Stati Uniti, quasi al confine col Messico. Ma non è giorno, come nella foto. No: in quel momento è già sera, e per di più sta piovendo.

È novembre. Probabilmente fa fresco.

Ci sono molti scrittori, nel campus, quel giorno: Philip Levine e Joan Didion, Donald Justice, E. L. Doctorow e Richard Ford. C’è una poetessa e scrittrice, Tess Gallagher. Leggono i loro lavori, parlano con gli studenti, partecipano a seminari. Un festival letterario, ecco quel è l’occasione.

Piove e fa fresco, lungo i vialetti del campus. Tra poco sarà Natale. Qualcuno è dotato di ombrello, qualcuno invece ha una giacca, forse una borsa, a proteggersi invano la testa dall’acqua. Camminano tutti veloci, la direzione è la stessa: uno stanzone del campus, freddo, con una pessima acustica e un piccolo palco. È lì che la gente sta andando (tra loro, con o senza ombrello, c’è Richard Ford).

Ci stiamo andando anche noi.

C’è uno scrittore, in quello stanzone, che sta per leggere un paio di suoi racconti. Non che sia molto famoso. Ha pubblicato una sola raccolta, per ora – un titolo hemingwayano: Vuoi star zitta, per favore? – uscita nel ’76, però è candidato al National Book Award (un premio che non vincerà).

Ha trentanove anni, due figli adolescenti e un matrimonio che sta andando a pezzi. Una vita dura alle spalle.

È alto, magro, esitante. Parla pochissimo, a volte sussurra appena. Denti in cattivo stato, capelli folti e arruffati, lunghe basette. Occhiali dalla montatura nera di corno e bretelle color mostarda. Puzza di fumo: non smette mai di fumare. Ha smesso di bere, però, dopo anni di bevute forti, di vero alcolismo. Ha smesso di colpo, il 2 giugno, pochi mesi prima. Forse è per questo che fuma così, una sigaretta via l’altra, va’ un po’ a sapere.

Ha fatto molti lavori, a lungo ha tirato a campare. Debiti e bancarotta. Scriveva in macchina, il sabato e la domenica, per sfuggire alla confusione del suo appartamento.

Viene dal nulla, direbbe qualcuno.

La piccola folla si quieta, nello stanzone, e lui si sistema per leggere. È quasi al buio, quasi aggrappato al faretto puntato sul palco, l’unico punto di luce, quasi aggrappato agli occhiali, che tocca nervosamente. Beve dell’acqua, solo dell’acqua – ma andrebbe bene una Coca o un ginger ale.

Spesso schiarisce la voce, spesso sospira. Sembra trovare difficile quella lettura, addirittura impossibile. Come se stesse parlando di sé – brandelli della sua vita, cose che ha fatto in passato ma non avrebbe voluto o dovuto. Come parlasse di sé o di qualcuno che conosce a fondo. Leggere quindi non è solo leggere. Leggere è molto di più.

Uno di quei due racconti, nel campus dell’SMU, in quella sera piovosa del novembre texano del ‘77, s’intitola What is it?. Lo conosciamo con un altro titolo, adesso: Are these actual miles? – e cioè I chilometri sono effettivi?.

La storia è breve: un uomo e una donna, Leo e Toni, devono vendere la loro automobile, una decapottabile, prima che gliela pignorino. E poi al giudice, davanti al quale dovranno presentarsi il lunedì successivo per bancarotta, potrebbe fare una brutta impressione – senza un dollaro in tasca ma con un’auto del genere? No, non va bene.

Perché in effetti non hanno più un soldo, Leo e Toni, e sono pieni di debiti. Hanno vissuto comprando di tutto, ben oltre le loro possibilità. Si sono pure traditi, abbiamo quest’impressione – Leo di sicuro.

In ogni caso, lui manda Toni a vendere l’auto, dato che Toni è più in gamba. Lei si prepara con cura, è ben vestita e truccata – ah, le apparenze – e lui le augura buona fortuna. Good luck.

Prima che lei se ne vada, per strada le grida:

Vedrai, le cose cambieranno! Lunedì ricominciamo tutto da capo. Dico sul serio”.

E poi ancora:

Tra una settimana”, grida Leo, “tutto questo sarà storia vecchia”.

Toni non sente, o finge di non sentire.

Leo resta lì ad aspettarla, seduto in casa, bevendo gin, la canottiera sudata. Passa in rassegna gli oggetti che sono rimasti – l’auto di lui, un’utilitaria, vestiti e mobili: il resto è andato, ripreso dai creditori. Beve di nuovo del gin. Pensa al passato, ciò che hanno fatto, tutti quei soldi buttati, tutte le loro speranze. E quando Toni telefona, dal ristorante in cui sta cenando col venditore di auto che ha appena comprato la decapottabile, a un certo punto le dice, come dal nulla:

Ti prego, tesoro.”

Ti prego, cosa? Ritorna a casa, torna da me, cambierà tutto? Soltanto questo o c’è qualcosa di più? Cosa vuole davvero Leo? What is it? What is it you want?, gli chiederà il venditore, più tardi.

Sarebbe a dire: cosa vogliamo, noi esseri umani?

È questo il punto. Comunque, colpisce al cuore, quest’invocazione – please, honey – colpisce al cuore e lo spacca in due. Ti prego, ti prego.

Continua a piovere, fuori da quello stanzone, col suono che fa la pioggia, dovunque cada. Dentro non vola una mosca – si dice così.

I presenti ascoltano, muti.

Ecco la vita, quella che nessuno ha mai raccontato o non in quel modo, quella non degna di nota – gente comune, gente perduta o sconfitta, che si è fregata con le proprie mani, gente che conta detriti e rovine, conta gli errori commessi, colpevoli o meno, eppure continua a sperare e ancora invoca: ti prego. Il sogno americano – la decapottabile – venduto per pochi dollari, prima che sia troppo tardi. I sogni infranti.

Ma non c’è niente di naturalistico, in queste vite tradotte in scrittura dall’uomo sul palco, niente di venuto fuori per caso, con immediatezza: tutto è così stilizzato, così perfetto e conciso, frutto di scelte precise. Tutto vuol dire sé stesso e qualcos’altro. L’arte che fa della vita il suo oggetto – ecco cos’è quel racconto – l’arte che sceglie e compone perché alla fine non resti nient’altro che questo: la vita.

La luce illumina l’uomo che legge, sul piccolo palco, legge e sospira, dolente e incerto, legge e si tocca gli occhiali, legge e poi beve un po’ d’acqua, sobrio da mesi dopo anni distrutti dall’alcol.

Bisogna stare in silenzio, stare in ascolto.

Finito il primo racconto, comincia il secondo, intitolato Perché non ballate?, e si ripete la stessa esperienza.

Il cielo è cupo, su Dallas. La notte è umida. È autunno.

Fra poco, comunque, sarà Natale.

Tra le persone in ascolto c’è la poetessa e scrittrice Tess Gallagher, che s’innamora di lui, quella sera, semplicemente ascoltandolo – si sposeranno, più avanti, e vivranno, amandosi, fino alla morte di lui, dieci anni dopo. Quegli anni saranno una pacchia, l’uomo li descriverà in questo modo.

Tra le persone in ascolto c’è anche Richard Ford, ricordate? Ascolta l’uomo che legge in assoluto silenzio, come Tess Gallagher, quell’uomo così insicuro sul palco, quell’uomo che sembra sapere.

Quando finisce di leggere, chiude il suo libro, scende dal palco e sta per uscire, Richard gli arriva alle spalle, batte un colpetto sulla sua schiena. Si sono incontrati per la prima volta in quell’occasione, nel campus dell’SMU.

“Gesù”, gli dice Richard, “che storie magnifiche, Ray”.

“Oh Dio, Richard, davvero?”, risponde l’uomo. “Ti sono piaciute? Davvero? Oh Gesù, sono felice di saperlo. Sono davvero felice.” Si ferma, scuote la testa. “Non leggevo una storia di sobrio da così tanto tempo, nemmeno mi ricordo quanto. Forse non l’ho mai fatto. Stavo tremando. Temevo di non riuscire a finire. Ma il fatto che ti siano piaciute vuol dire molto, per me. Grazie sul serio, amico mio.”

Thanks a lot, my friend. I’m really pleased. I really am. Thanks. Thanks.

Escono fuori, in quella notte piovosa d’autunno, nel ‘77.

L’uomo che ha letto i racconti, l’uomo che chiamano Ray – the good Raymond, sobrio e finalmente presente a sé stesso dopo anni di quello che lui chiamerà the bad Raymond – svanisce sotto la pioggia. Forse ritorna in hotel. Tiene le spalle un po’ curve, la grossa testa piegata in avanti. Nessuno sa a che stia pensando.

Sul campus scende il silenzio.

Rimane l’eco di un’invocazione, talmente umana da spaccare il cuore: please, honey. La nostra vita tradotta in scrittura, coi suoi detriti e gli errori, con le sconfitte, coi grandi sogni spezzati. La nostra vita che si è fatta arte.

Tutti i presenti, compresi Richard e Tess, ricorderanno quell’invocazione.

II.
1994. Torino.

Ecco me stessa a ventitré anni, impacciata, timida e piena di sogni confusi. Figlia di pura provincia, una ragazza qualunque. Mi metto anch’io nella storia, soltanto un attimo.

Eccomi, ma non su un treno, come nella foto. Seduta al fondo di un’aula, piuttosto, a pochi passi dal Po, in un edificio grazioso. Al piano terra ci sono un bar e una panetteria; al primo piano una scuola, quella in cui a un certo punto comincerò a insegnare scrittura, cosa che faccio tuttora.

Seduta in fondo, dicevo: mi ricordo questo.

Ricordo un’altra ragazza, Lea: le nostre vite si sono intrecciate, in quell’aula, e, per mia fortuna, lo sono ancora – il privilegio grandissimo dell’amicizia più autentica, quella che resiste al tempo. Ricordo il fiume. Certe giornate di sole, certe risate. Molte paure e incertezze. La giovinezza. Certi insegnanti.

Non ero in grado di alzare la mano per porre domande, né tantomeno di leggere in pubblico. Timida mica per dire. E non scrivevo racconti né tantomeno romanzi, ma poesie.

Finché qualcuno lesse e commentò per noi studenti un racconto di Raymond Carver. Proprio quel Ray. Mai sentito prima, lo giuro. Forse Vicini, forse Perché non ballate? oppure I chilometri sono effettivi?. Forse Di cosa parliamo quando parliamo d’amore. Sinceramente non so.

Ma quel racconto, qualunque fosse, è ciò che ha cambiato le cose. Ha cambiato tutto. Ha lavorato, da allora, dentro di me, più o meno segretamente, e continua a farlo.

Quello che sono lo devo anche a lui.

Mi pare questo la letteratura, a pensarci adesso. Niente di statico, no. Piuttosto un passaggio dall’uno all’altro, da te a me e poi da me a qualcun altro, un azzerarsi del tempo e la memoria continua di ciò che siamo davvero.

Nel ’77, mentre quell’uomo saliva sul piccolo palco, in un sobborgo di Dallas, avevo solo sei anni. Una bambina. Ma me lo immagino, adesso, alzare gli occhi dal libro da cui sta leggendo, sotto il faretto, e sospirare, guardandomi in faccia, dicendo: “Please, honey”. E vorrei dirgli, Thanks, my friend. Thanks.

III.
1888. San Pietroburgo.

Nel suo racconto Crisi di nervi, composto tra il 10 e l’11 ottobre del 1888, Čechov scrisse, riguardo a Vasil’ev, il protagonista: “Qualcuno degli amici una volta disse di lui che era una persona di talento. Ci sono talenti letterari, teatrali, artistici. Lui aveva il suo particolare talento: l’umanità”.

Non sono molti a possedere un talento del genere. Tanti si illudono di possederlo, dicono di possederlo. “Io ti capisco”, e cose del genere. Il più delle volte non è così.

Era il talento di Ray, senza dubbio, l’umanità. La percezione del grande mistero di ognuno, il rispetto assoluto per quel mistero e lo stupore che viene.

Gli scrittori non hanno bisogno di ricorrere a trucchetti o trovate, né sta scritto da nessuna parte che debbano sempre essere i più in gamba di tutti. A costo di sembrare sciocco, uno scrittore a volte deve essere capace di rimanere a bocca aperta davanti a qualsiasi cosa – un tramonto o una scarpa vecchia – colpito da uno stupore semplicemente assoluto.

La capacità di tradurre il mistero (la vita) in scrittura, togliendo il fiato, era il suo talento. Ma costa caro, un talento del genere: ti espone a tutto. Ecco perché, dal mio punto di vista, sopra quel piccolo palco e quasi immerso nel buio, Ray sospirava, leggendo.

IV.
1982-1983. Port Angeles (Washington), Syracuse (New York)

In un racconto di CattedraleLa briglia – uscito il 5 settembre del 1983, Carver ha scritto questo:

Continuo a fare quello che sto facendo. Mi concentro sulle sue unghie. “Ha delle belle cuticole” le dico. “Guardi che belle cuticole che ha. Vede queste mezze lune? Vuol dire che ha il sangue buono.”
Si porta la mano al viso e l’osserva. “Chi l’avrebbe detto?” Alza le spalle. Lascia che le riprenda la mano. Ha ancora cose da raccontare. “Una volta, quando andavo ancora al liceo, una delle psicologhe mi ha convocata nel suo ufficio. Lo faceva con tutte le ragazze, una alla volta. ‘Qual è il tuo sogno?’ mi ha chiesto. ‘Che cosa immagini che farai da qui a dieci anni? O venti?’ Avrò avuto sedici, diciassette anni. Ero ancora una ragazzina. Non sono riuscita a pensare a una risposta. Sono rimasta seduta là come un baccalà (…) Se qualcuno mi facesse quella domanda adesso, sui miei sogni e tutto il resto, gli risponderei,”
E che gli direbbe, cara?” Ora le ho preso l’altra mano. Ma non le sto facendo le unghie. Gliela reggo e basta, in attesa di ascoltarla.
Lei si tira avanti sulla poltrona. Cerca di riprendersi la mano.
Che gli direbbe?”
Sospira e si appoggia allo schienale. Lascia la mano tra le mie. “Direi: ‘I sogni, be’, sono le cose da cui ci si risveglia’, ecco che cosa direi.” Si liscia la gonna sulle gambe. “Se qualcuno me lo chiedesse, direi proprio così. Ma nessuno me lo chiederà,” Sospira di nuovo. “Allora, quanto manca?”, chiede.
Non molto”, rispondo.
Non ha idea di cosa vuol dire.”
Sì, invece” dico.

Lui ne aveva idea, sapeva eccome che cosa vuol dire.

Lui lo sapeva benissimo: “Dreams, you know, are what you wake up from”. Ricordate la decapottabile, venduta da Leo e Toni, e quell’invocazione?

Mi porta quasi alle lacrime, questo passaggio che vi ho trascritto. Penso che valga per Ray, come per pochi altri, un verso della Szymborska: “Ascolta come mi batte forte il tuo cuore” – è come il mio. E non per finta: sul serio.

Per inciso, Cattedrale venne candidato di nuovo al National Book Award e poi al Pulitzer. Non vinse né l’uno né l’altro, tanto per cambiare. Di che dovremmo stupirci?

V.
1977. Dallas – again

Torniamo indietro, andando verso la fine. Torniamo a quella sera d’autunno del ‘77. Continua a piovere, fa ancora più fresco. Tra poco sarà Natale.

Lo stanzone ormai è vuoto da ore, il faretto è freddo. Dormono tutti, nel campus o nelle stanze d’hotel.

Il cielo scuro e i lampioni riflessi nelle pozzanghere.

A tendere bene le orecchie, però, si sente comunque un sussurro, nel buio. Non si è più spento, da allora. La voce di uomo, nato nell’Oregon e cresciuto a Yakima, stato di Washington, il cui padre lavorava in segheria e spesso beveva. La voce di un uomo quasi distrutto dall’alcol, quasi perduto e poi rinato, dalla prosa secca e trasparente, oculata e occulta, tutta necessità, la cui figlia Christine avrebbe detto, più tardi: “Ogni racconto è così teso, eppure con un suo fine. In un certo senso è l’amore per i personaggi: non ce n’è uno solo del tutto spregevole. Sono tutti umani, mi spiego?”. Un uomo che ancora sussurra, Please, honey, rivolto al pubblico, rivolto a tutti e a nessuno, rivolto al cielo e alla terra, rivolto agli altri e a sé stesso.

Potremmo essere noi, è questo che volevo dire. Potremmo esserlo. Anzi, pensateci bene, lo siamo.

Nota a margine: questa tappa del viaggio è dedicata a Lea Iandiorio, che ho conosciuto in quell’aula, nel ‘94, alla quale devo non solo l’amicizia di quasi trent’anni (già sarebbe tantissimo) ma il fatto stesso che io possa fare il lavoro che amo (insegnare). È una storia lunga, e lei comunque lo sa. Ma voglio dirlo lo stesso, senza sussurrare. Voglio dirle che, al di là dell’amicizia, le sono grata, davvero. Lo sarò sempre. Thanks, my friend.

Elena Varvello