Per una lira è il titolo di una canzone di Lucio Battisti che comincia così: Per una lira io vendo tutti i sogni miei. E poi la voce a strisce di Battisti racconta la storia di qualcuno che a malincuore si distacca da una parte di sé. Ascoltandola, ho sempre pensato a chi scrive. In particolare agli esordienti. Chi, per la prima volta (e spesso per una lira) consegna il proprio destino al mondo. Nell’incertezza e nell’imprecisione, un esordio insegna a scrivere più di un capolavoro (anche quando le due cose coincidono: David Foster Wallace, La scopa del sistema, 1987). Per una lira è uno spazio dove leggendo le nuove voci della narrativa, italiana e straniera, metteremo in luce alcuni aspetti di un romanzo legati al gesto dello scrivere per la prima volta, ovvero alla scoperta della propria voce.

Alessandra Minervini, scrittrice, editor e writing coach. Il suo primo romanzo si intitola Overlove, LiberAria 2016. Il suo sito è alessandraminervini.info. Qui gli articoli pubblicati su exlibris20.


Elena Giorgiana Mirabelli, Configurazione Tundra, Tunué 2020

Lezione n. 19

Il romanzo distopico

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Il termine distopia viene dal greco antico, contiene due parole: cattivo e luogo. Cattivo inteso come assolutamente negativo, dubbio. Luogo come il contrario di luogo ideale, cioè di utopia. Per cui un romanzo distopico è un luogo non ideale, scomodo, un posto dove è meglio non accomodarsi. Meno è salutare immergersi dentro le sue pagine, più quelle pagine sono perfettamente distopiche. Più angoscia si prova mentre si legge, più la lettura è giusta. È come essere sodomizzati, ma godere. Questo fa un buon romanzo distopico.

Seguendo tale ragionamento Configurazione Tundra è un ottimo romanzo distopico. Si tratta dell’esordio di Elena Giorgiana Mirabelli, pubblicato da Tunué nella collana di narrativa italiana diretta da Vanni Santoni. La trama è importante, costruita strategicamente bene, ma non possiamo rivelarla. Ci limitiamo all’avvio della storia: la Guida, l’organo di governo che incombe su tutte le Città-Bioma impone di “considerare l’interiorità altrui come qualcosa di calcolabile e preciso”. Il Bioma è il progetto ideato dall’architetto Marta Fiani, tanto visionaria quanto emotivamente disfunzionale, e consiste nel creare architetture che generano mutazioni nel comportamento umano. “Ti senti capace di costruire coordinate e controllare emozioni. In realtà non c’è nessuna scelta, sei preso nell’azione – come un incantamento, all’interno di un ciclo. Poi qualcosa salta. Quell’incantamento gira a vuoto, ne comprendi la realtà e riesci a renderti conto.” Tundra, nell’architettura della Fiani, è la città-bioma perfetta. Gli abitanti di Tundra vengono assegnati per tre mesi ad altre case, case-scatole visualizzate dalle mappe sparse nel testo. La configurazione di queste case mi ha ricordato le strade di Dogville, film capolavoro di Lars Von Trier, in cui la topografia del paese immaginario è disegnata dentro perimetri ingessati come gli animi di chi la abita. Tutto è finto ma nessuno se ne accorge.

La protagonista, dal cui punto di vista viene filtrata la storia, si chiama Diana. La conosciamo quando la Guida la manda ad abitare in casa di Lea Fiani, la figlia di Marta: “Dice che sua madre era stata capace di piegare gli elementi e di rigenerarli.” L’appartamento è una scatola piena di oggetti ma svuotata di esistenza. Attraverso Diana scopriamo che Lea era stata trascurata e abbandonata da piccola e era venuta fuori particolarmente equilibrata da adulta. Nell’appartamento Diana vive una sorta di transfert claustrofobico, un continuo ribaltamento tra la sua vita e quella di Lea messa in scena dagli oggetti abbandonati al suo interno: foto, libri, lettere. “Ho cercato di immaginarla e di sentire il peso fatto di storie prospettive e toni emotivi, che è difficile vedere, ché poi è quello il problema: il vedere.” L’immersione nella distopia è totalizzante, un’esperienza di lettura che coinvolge anche il corpo insieme ai sensi. Mentre l’immaginazione fa balzi in avanti, il corpo arretra. Siamo circondati e circoscritti dentro la Tundra della Mirabelli.  Se c’è un modo per rendere credibile la distopia in un romanzo questo è la presenza ossessiva di una tesi mai dichiarata e dunque morbosamente messa in scena.  In Configurazione Tundra al vuoto di dentro corrisponde un pieno di fuori.  Noi non esistiamo più. Gli esseri umani non esistono più. “È lo Spazio! Lo Spazio! La tua dimensione. Sganciamoci del tempo e diventiamo divini.” Lo spazio e il tempo ci determinano e ci fanno dimenticare l’umano. Le relazioni e le emozioni sono controllate, il sesso e l’amore sono surrogati di scelte mai compiute. Sono finite le aspettative. Tutta la narrazione aderisce al sottotesto che i personaggi si addossano con naturalezza. Personaggi riusciti in quanto inafferrabili, a volte privi di istinto e corrosi da una logica che l’autrice controlla a distanza perfettamente. Senza mai disturbare la lettura. Come la stessa Mirabelli ha dichiarato in un’intervista, il suono di questo romanzo è quello di una certa musica elettronica e non è legato solo al ritmo interno della punteggiatura, delle pause e degli spazi ma fa parte dei personaggi. Questo ritmo è il loop elettronico, cupo con variazioni che vengono ripetute in modo ossessivo. Trivellano le pagine, ci rendono degni di una nuova visione del mondo, della vita, dell’amore, degli esseri umani.

Ci sono diversi modi per conoscere la realtà. Io ho scelto di situarmi sul bordo. Di stare lì, sul limite estremo. Stare sul bordo è stare come dentro e fuori contemporaneamente.

Configurazione Tundra merita una lettura, la lucidità sentimentale della scrittrice vi farà venir voglia di proseguire e scoprire o riscoprire almeno altre visioni narrative distopiche. Prima tra tutte quella di Margaret Atwood ne Il racconto dell’ancella e anche Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro.

Piccola bibliografia per chi vuole scrivere
Il romanzo distopico



Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella, Ponte alle Grazie 2019
Kazuo Ishiguro, Non lasciarmi, Einaudi 2016
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