La letteratura ci offre spesso voci, disperse nel tempo ma croniste di un’anima, di numeri dispari, di persone che stridono dal quotidiano sempre uguale a sé stesso. Immergiamoci in alcune opere, certo molto note, nelle quali i protagonisti ancora oggi ci parlano e ci mostrano la loro personale visione del mondo che abita anche l’universo mentale dei propri autori. Allo stesso tempo dall’apparente distanza di queste pagine, essi ci interrogano.

Senilità di Italo Svevo

Si può essere vecchi a trent’anni?

Se parli di Senilità ti viene subito in mente la figura dell’inetto. Rileggerlo dopo diversi anni può aprire nuove quinte in noi lettori sul protagonista. Certo, Emilio è pruriginosamente pedante, vede e sente grigio ovunque, nella sua inerzia. Inoltre non ha mai conformato pensieri e parole per farsi intendere e accettare dagli altri di cui sempre diffida. E al pranzo di Natale, diciamocelo, non vorremmo stargli vicino. La sua passività non è quella dell’altro sveviano Alfonso Nitti, ma è decisamente più consapevole perché Emilio prova desideri di piacere e di amore con già l’amara constatazione della loro irrealizzabilità. E ci coinvolge, pagina dopo pagina, in questo suo compiaciuto autoinganno.

Più che solo inetto, egli è un trentenne mistificatore che è anche vecchio dentro.

Gli diamo un po’ retta quando, conosciuta Angiolina, ci parla di svolta, finalmente di uscita da sé stesso abbracciando una nuova vita. In realtà, sebbene assapori una gioventù esteriore mai provata prima, resta fedele al suo grigiore interiore. Non vuole forse addomesticare al torpore, da anime disoccupate dalla vita come la sua, l’espansività della giovane e procace ragazza di campagna per la quale tutta Trieste si gira? Lo fa perché sta bene nella sua cella, da saputello che sa già tutto del mondo, ma non è più disposto a starci da solo. Così cerca nuovi dispari con cui stonare il canto di quello stesso mondo con una faccia tosta e una buona dose di egoismo, se non anche di autolesionismo.

La narrazione di Svevo è inoltre corredata da altre figure interessantissime. C’è una donna con il volto illuminato dalla gioia di spassarsela, una sorella che vive rintanata con Emilio da abat-jour con la lampadina bruciata e un migliore amico cinico e seduttore, anche involontario.

Date queste premesse, finisce che aveva ragione Virgilio con la sua: ‘’la divinità si compiace del numero dispari’’.

La metamorfosi di Franz Kafka

Le sorprese di svegliarsi tardi?

C’è un commesso viaggiatore che infrange le sue ferree abitudini, che sono le uniche certezze che ha, e si sveglia tardi. Non ha sentito la sveglia? L’ha lasciata gracchiare di proposito? Per la prima volta nella sua vita – dove tutto è programmato – si concede il lusso di poltrire ancora un po’ nel letto, tanto c’è ancora tempo per il treno successivo. O l’ha definitivamente mancato? Eppure non riesce ad alzarsi. Strano, l’ossessione al lavoro e agli orari dei treni sono sempre stati l’occasione per viaggiare in lungo e in largo e di stare il più possibile lontano da casa, da quegli affetti solo all’anagrafe che per lui sono una zavorra che mantiene con il proprio lavoro.

Mentre in quella casa si comincia a farsi sospettosi perché la routine di Gregor sembra essersi interrotta, Kafka ci dimostra che il suo protagonista non è nient’altro che un soprammobile nella famiglia Samsa, di quelli che si sfiorano veloci con lo sguardo e poi si passa a cose più interessanti. Di lui interessa solo lo stipendio che poggia, con massima puntualità ogni mese, sul tavolo della cucina. Scarafaggio o coleottero che sia, Gregor è circondato da parassiti. Tuttavia egli è un diverso, un escluso che, ancora prima di vedersi trasformato in un altro corpo, chiede solo di essere accettato per quello che è. Ma perché ci si accorga di lui e del suo ticket di ingresso nella vita deve assumere un aspetto che inorridisca e apra gli occhi a chi vive con lui. La sua metamorfosi non è altro che la verifica della tenuta dei sentimenti: se questi sono reali o solo di facciata.

Quella stanza in fondo alla casa, che l’ha sempre tenuto prigioniero, diventa prima la stanza proibita nella quale è meglio non entrare perché la famiglia si vergona del ‘problema’ Gregor che c’è dentro poi quella che acuisce nel reietto il senso di colpa innato e infine lo sgabuzzino dove accatastare cose ingombranti e inutili proprio come lui è diventato e ritenuto.

Anche se chiudiamo le porte perché ne temiamo i contenuti, la voce dei numeri dispari attraversa le fessure e ci raggiunge e prima o poi dobbiamo farne i conti.

Nebbia di Miguel de Unamuno

Noi la causa dei nostri insuccessi?

Il protagonista che ci parla ce la mette proprio tutta a puntare sui numeri sbagliati. L’indolenza dorme sullo stesso guanciale di Augusto che passeggia nella vita vestito di tutto punto e indifferente a tutto. Al netto della sua rendita, non si considera uno sfaccendato perché in lui la fantasia, intrisa di un filosofeggiare tutto suo, gli fa fare dei film che crede realtà. Gli basta, per esempio, vedere una donna che passa perché si immagini già marito e padre con tutti i correlati. Un po’ suscita tenerezza questo uomo perché non è il solito vacanziere annoiato ma qualcosa pulsa in lui, il desiderio di realizzarsi come molti dispari.

Augusto più che un buono a nulla è un buono, di quelli che aiutano se hai bisogno o rivedono il proprio vocabolario per non urtarti troppo. Quando ci sono gli altri di mezzo. Ma per sé stesso? Il dialogo con il proprio io è costante perché c’è una gran voglia di prendere a morsi la vita, quella vera. Solo che continua a frequentare parrocchie che bene non gli fanno e lo fanno deviare dalla strada del cambiamento, devoto com’è al caso che, ricorda de Unamuno, è sempre l’intimo e perturbante ritmo del mondo. Quella di Augusto è un’ode pindarica tessuta con i mille nonnulla di ogni giorno di chi vive immerso nella nebbia della vita che stilla una dolce noia. Fino a quando de Unamuno non gli mette sotto il naso Eugenia, la donna che non ti aspetti, come in Svevo, che sembra dargli una meta e comincia a farlo pensare di sua iniziativa.

Ma quando poi Augusto s’accorge che sta uscendo da una nebbia per entrare in un’altra ben più fitta, esce dal libro e va a chiedere ragioni all’autore che somiglia al capocomico di Pirandello. de Unamuno gli ricorda che non esiste, se non nella sua fantasia, quindi poche ciance, la storia è già scritta e lui non può avere autonomia. Augusto allora si sottrae alla forza del proprio autore e va per la sua strada e forse è ancora là che ciondola ma con una maggiore consapevolezza di sé.

Nel sublime gioco di prospettive risiede il dubbio sull’esistenza e sul libero arbitrio. I nostri.

Adolphe di Benjamin Constant

Ci si trova bene solo con sé stessi?

Ce lo dimostra il giovane Adolphe che agli altri offre quell’indifferenza che li offende. La sua è forse malevolenza o affettazione? No, solamente si annoia in loro compagnia e, quando deve ascoltare parole sciupate, la palpebra cala. Quante volte ci siamo imbattuti in persone a cui non sapevamo cosa dire? ‘Eh, sta sulle sue’ ci etichettano. In realtà il nostro silenzio è spesso reazione e difesa al vuoto di chi abbiamo di fronte. Va detto che Adolphe ha un ‘io’ incontinente e non ha mai sentito le farfalle nella pancia per una donna. Tuttavia questo non basta per etichettarlo e archiviarlo senza tanti pensieri.

Poi le parole finalmente arrivano: tra il distratto, il disattento e l’annoiato un nuovo orizzonte si dischiude ai suoi occhi, la novità, la possibilità di essere amato ed ecco la liaison con Elléonore. Il suo cuore, estraneo ad ogni mondanità e carriera, solitario tra gli uomini, soffre per il suo isolamento e si apre ad un nuovo sentimento per sentirsi diversamente. Ma, se prima veniva accusato di dire poco, ora l’accusa è di non dire abbastanza. Perché questo è un romanzo sulla comunicazione interpersonale. Adolphe certo non smentisce la propria natura ma qualcun’altra ne fa le spese.

Apprezza la totale devozione della donna ma parla poco per soddisfarla e molto per ingannarla, fino a reiterare un senso nocivo di angoscia e un linguaggio solcato da parole pronunciate secondo non il senso che devono avere ma l’effetto che devono produrre prefigurando mondi e sentimenti che non esistono. Adolphe non vuole ferire ma si trova nella trappola della codardia dell’insincerità. La franchezza ha il suo prezzo, la dissimulazione, certo, è più a buon mercato fino a quando riusciamo a reggere il gioco.

Questo testo di Constant è del 1816, nell’edizione SE magnificamente tradotto da Massimo Bontempelli, con una acuta nota sul potere della parola di Todorov. Sono pagine che, dopo 200 anni, ci mettono di fronte a chi anela per il proprio desiderio, non per il suo oggetto, e ci ricordano che in fondo non siamo mai né perfettamente sinceri né in mala fede.

Le parole non sono la conseguenza della realtà psichica che esse trasmettono ma la sua origine.

E alla fine da questi numeri dispari, da Emilio a Gregor, da Augusto a Adolphe – le cui riflessioni meriterebbero di avere un palco in un teatro (suggerimento per qualche regista all’ascolto) – da queste apparenti note stonate, abbiamo ancora qualcosa da imparare.

Claudio Musso

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