Pensando al ​Notturno ​di D’Annunzio viene in mente un’opera sfiorata e mai sfogliata, un testo sentito nominare da qualcuno, in un tempo non chiaramente definito. Ci si ritrova immersi nell’ombra: rimane solo l’eco di un richiamo. Il ​Notturno ci porta a immaginare uno spazio piccolo, riempito di oggetti indefiniti – molto probabilmente libri –, un luogo in cui il poeta si lascia cullare dalle tenebre, illuminato solo da un pallido chiarore di luna che filtra tra le stecche delle persiane. Il titolo del testo sembra contenere la promessa di un incontro intimo, profondo, con il suo autore. 

L’opera nasce proprio in un contesto di oscurità. Nel corso di una missione a Trieste, il 16 gennaio 1916, a causa di un ammaraggio improvviso dell’idrovolante su cui si trovava, D’Annunzio sbatte la testa contro una mitragliatrice e si ferisce gravemente l’occhio destro. Deciso a non far scoppiare il panico fra i propri commilitoni, poiché consapevole dell’ammirazione di questi nei suoi confronti, l’autore cerca in un primo momento di sminuire l’incidente, ma viene costretto dai medici a un periodo di convalescenza, necessario a evitare che l’infezione coinvolga anche l’altro occhio. 

Il grande Vate, l’uomo dell’azione e della velocità, si trova perciò rinchiuso in una stanza per diverse settimane, con una benda sugli occhi e il corpo immobilizzato: una reclusione improvvisa, forzata e sofferta. Il buio lo avvolge: l’oscurità dalla vista si insinua nell’anima. 

É Renata, la figlia probabilmente più amata da D’annunzio, a fare in modo che il padre esca dalle tenebre attraverso quello strumento che da sempre lo aveva salvato: la scrittura. La “Sirenetta” – come l’autore la chiama nell’opera – si premura infatti di preparare un numero indecifrabile di piccole striscioline di carta su cui lo scrittore possa riportare i propri pensieri pur rimanendo con gli occhi coperti, frase per frase, senza la mediazione – da lui tanto odiata – della dettatura. Sarà sempre la figlia, in un secondo momento, a mettere ordine fra quei tanti foglietti, incontrando spesso numerose difficoltà, dovute all’accavallarsi delle frasi l’una sull’altra e alle loro interruzioni improvvise.

Non bisogna quindi pensare, come D’Annunzio vorrebbe farci credere nell’​ultima sezione​, ​Annotazione finale​, che l’opera sia nata da una trascrizione immediata dei brevi cartigli. A dimostrazione di ciò: alla prima edizione nel 1916 ne seguì una seconda, nel 1921, nella quale lo scrittore riprese in mano le proprie parole, le curò e le modificò, seguendo – senza ammetterlo esplicitamente – la scia del decadentismo francese. Tacendo i modelli di riferimento per il labor limae ad esso dedicato, D’Annunzio si definisce interprete e trascrittore di questo «commentario delle tenebre», per dare l’illusione di una scrittura di getto: «Non scrivo su la sabbia, scrivo su l’acqua. Ogni parola tracciata si dilegua, come nella rapina d’una corrente oscura» (p. 181). In questo modo l’autore riesce a dare ai propri ricordi quel sapore di massime che avevano le profezie scritte sulle foglie dalle Sibille del passato, testimonianza immediata di un’esperienza completamente spontanea. 

È in questo modo che nasce ​Notturno​, una sorta di diario in cui la cecità momentanea viene sfruttata come punto iniziale per un’esplorazione interiore profonda e dolorosa, lasciando per una volta da parte i sentimenti di esaltazione e autocelebrazione, propri della scrittura dannunziana.


Costretto a rinunciare alla vista, D’Annunzio vaga con la mente senza sosta tra ricordi e allucinazioni, in un passato che continua ad essere presente: ed è il sentimento dell’amicizia che prevale fin dalle prime pagine, non solo legato alle imprese sul campo di battaglia, ma anche ai momenti di vita quotidiana, agli sguardi che non hanno bisogno di parole. Lo stile frammentario e paratattico accompagna la descrizione tanto dei momenti di intimità quanto di quelli di disperazione per la scomparsa degli amici, aprendo le porte ad uno dei temi centrali dell’opera: la morte. Esaltata, certo, poiché considerata estremo sacrificio per l’amata patria, ma in realtà anche temuta e compianta: «Rivivo i giorni funebri, ora per ora, attimo per attimo, Con gli occhi bendati, cerco di vedere. Con la fronte che mi duole cerco di comprendere. Quel che è accaduto sembra iniquo» (p. 187). 

Proprio perché lo scrittore sente di aver donato se stesso al paese, le tre parti in cui è diviso il volume portano il nome di Offerte. Mentre il fatto che il periodo di convalescenza coincida con quello della Pasqua, rende facile all’autore una trasposizione simbolica della propria vicenda: «A me nessun discepolo ha dato un monumento nuovo. Son qui nei medesimi lenzuoli, nelle medesime fasce, nel medesimo sudore e tremore. Non sorgo» (p. 419), scrive verso la fine dell’opera. Eppure, poco dopo, la liberazione avviene, precisamente il 13 settembre del 1916, quando D’Annunzio è in grado di ritornare sul campo di battaglia da lui tanto desiderato: «Ero rinato» (p. 430). 

Con il proseguire della narrazione, emerge anche il lato privato e intimo dello scrittore: il ricordo della madre e della sua scomparsa appaiono in tutta la loro ossessività, l’immagine di Eleonora Duse rievoca la dolcezza di un amore passato, l’affetto per la figlia – vivo e intenso nel tempo della scrittura – si compone di gesti di gentilezza puri: dati e ricevuti. 

Notevole è la capacità di D’Annunzio di catapultare il lettore nella sua stessa condizione, trasmettendogli la sensazione di cecità: «É una giornata di vento. Odo le gondole sbattere contro il traghetto e cigolare. Odo il lungo ululato del canale. Odo le voci rotte e rapite in lembi. Il soffio penetra anche nella stanza chiusa. L’uscio geme di continuo. ‘Vengo. Chi mi chiama?’» (p. 360). Si legge, ma non si vede. Semmai si ascolta, si sente. I rumori dei canali veneziani, i profumi intensi dei fiori dopo la pioggia, gli spifferi d’aria attraverso la finestra, vengono descritti con una cura tale da sembrare quasi concreti. Senza la vista, sono gli altri sensi a guidare l’autore (e con lui il lettore) fuori dalle quattro mura della stanza, in viaggi oltremare su aerei da guerra, o in corse in mezzo a campi di rose sul dorso di un fedele compagno. 

Con questa raccolta di pensieri, D’Annunzio riesce quindi a trasportarci in un universo buio, ma ricco di nuove sensazioni. Nell’oscurità di un momento di sofferenza, ci rivela le diverse tonalità del suo mondo interiore, per una volta senza il filtro del superomismo, mostrandoci la sensibilità alle radici della sua esistenza da uomo. 

Elisa Tasso