Per una lira è il titolo di una canzone di Lucio Battisti che comincia così: Per una lira io vendo tutti i sogni miei. E poi la voce a strisce di Battisti racconta la storia di qualcuno che a malincuore si distacca da una parte di sé. Ascoltandola, ho sempre pensato a chi scrive. In particolare agli esordienti. Chi, per la prima volta (e spesso per una lira) consegna il proprio destino al mondo. Nell’incertezza e nell’imprecisione, un esordio insegna a scrivere più di un capolavoro (anche quando le due cose coincidono: David Foster Wallace, La scopa del sistema, 1987). Per una lira è uno spazio dove leggendo le nuove voci della narrativa, italiana e straniera, metteremo in luce alcuni aspetti di un romanzo legati al gesto dello scrivere per la prima volta, ovvero alla scoperta della propria voce.

Alessandra Minervini, scrittrice, editor e writing coach. Il suo primo romanzo si intitola Overlove, LiberAria 2016. Il suo sito è alessandraminervini.info. Qui gli articoli pubblicati su exlibris20.


Manuela Antonucci, Murene, Italo Svevo 2020

«Da Taranto fino a Nardò non c’è nulla, c’è l’Arneo», scriveva Vittorio Bodini dell’agro salentino dove, negli anni Cinquanta, i contadini si organizzarono per prendersi la terra a cui avevano diritto. Furono picchiati e arrestati dalle forze dell’ordine, le biciclette, il loro unico bene, bruciate, ma l’Arneo, fino a quel momento escluso dalla Storia, divenne materia viva, e qui fa da sfondo alle vicende di due generazioni che là hanno vissuto e lottato. Nino, che sogna di costruire il falò più alto che si sia mai visto, la Pietra, maciara che toglie l’affascino, Tonino, pescatore di murene; e poi i giovani: Salvatore, Maria, Liberata. In mezzo c’è l’Anna, che sparisce mentre sta raggiungendo i compagni nei campi. Un decennio dopo, il ritrovamento del suo anello riporterà alla luce quel mistero, rivelando l’anima più nascosta dei compaesani in un Sud tagliato fuori dalle cartoline, dove appunto «non c’è nulla, c’è l’Arneo».
https://www.italosvevo.it/


Lezione n. 31

Il lessico famigliare dentro una storia

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C’è una cosa che distingue gli uomini dai pesci, e quella è l’intenzione.

Merita – decisamente – attenzione l’esordio della pugliese Manuela Antonucci, Murene, pubblicato da Italo Svevo nella collana di narrativa italiana a cura di Dario de Cristofaro.

Le murene sono pesci nudi, assomigliano più a dei serpenti e tra i subacquei godono di una fama terribile: mordono senza ritegno. Il che li rende perfetti se ci si vuole ispirare a una storia di dolori ingiusti, cioè senza consolazione. Nemmeno la consolazione dello scorrere del tempo.

Nel romanzo c’è la Puglia e ci sono i braccianti, ci sono le piccole storie nella Storia, c’è la riforma agraria degli anni ’50, ci sono oggetti sporchi di terra, ci sono gli ulivi che sono patria e sono padricidi, ci sono i cicaluni, le mammane, ci sono tutti gli elementi narrativi al posto giusto. Il libro è una storia di vendetta e di orgoglio, di miseria e di bellezza infranta eppure invincibile. Ma soprattutto Murene è una lingua, un lessico famigliare che appartiene ai personaggi come alla voce narrante che li rende credibili dentro uno sguardo misterioso “come le fiamme che alzavano, audaci, le loro punte al cielo”.

Si può scrivere la Storia anche con un linguaggio personale. Questa è la lezione numero uno che si può trarre dalla lettura di Murene. Si può raccontare la realtà anche senza fotocopiarla. La creazione di un lessico famigliare coincide con la consapevolezza che scrivere non è mai riprodurre la realtà, scrivere è riscrivere la realtà. Una specie di appello a non dimenticare, continuando a cercare parole nuove per raccontare. Lo si comprende subito, leggendo la dichiarazione di intenti dell’autrice si capisce che si avrà a che fare con una storia in cui realtà e invenzione si incollano e reggono bene grazie allo stile.

Qualche malalingua potrebbe insinuare che questo romanzo sia frutto di pura immaginazione, ma si sbaglierebbe di grosso: le vicende raccontate si ispirano a fatti realmente accaduti. Invece per i nomi propri di persone e santi – imprecati o invocati, a seconda delle necessità –, riti e tradizioni, storie di amore e odio, l’autrice ammette di averci messo del suo, sperando di non avere esagerato”.

Le parole come murene fluttuano in mezzo alle luci e alle ombre seccate di un sud senza frontiere, nell’insieme di più sguardi e di più punti di vista che invece di affastellarsi convergono nel senso più profondo della storia: non sapremo mai niente di troppo preciso sulla vita e sulla morte, sulla nascita e sulla famiglia.

“Tutto si sussurrava quando bisognava cacciare via la sfortuna […] Liberami da ogni male, mio signore, se lo era ripetuto nella testa quando la Pietra aveva chiuso gli occhi e si era messa a farfugliare; ed era successo che l’olio, senza un’avvisaglia, si era dissolto dentro l’acqua. Liberaci tutti, pensò, mentre un dolore acuto si fermava proprio sotto l’ombelico.”

Antonucci scava nel suo lessico famigliare per far esplodere le parole più giuste. La lettura di Murene rende felici i lettori che cercano prima di tutto una lingua in un romanzo e in secondo luogo godono quando questa lingua si ribella perfino a se stessa. La lingua di Murene è così: trova un equilibrio solo nel movimento delle frasi, allungate dentro le pagine come costellazioni.

Avere stile e fermarlo nella pagina è sapersi sentire distanti da se stessi. Capire quanto ridimensionare l’io che vive a vantaggio dell’io che scrive. Solo così la pagina suonerà con una musica e uno stile propri. Sembra che sia questo ciò che ha fatto la scrittrice Antonucci: allontanarsi da se stessa, creare la giusta distanza e poi buttarsi dentro la storia, scovando in maniera prodigiosa le potenzialità di una lingua che morde senza ingannare.

“Esiste un modo onesto di vivere la vita?», gli aveva chiesto l’Ernesto la notte prima. Avrebbe voluto dirgli che forse no, non esisteva quella risposta che tanto cercava. Continuava a guardarlo pensando che avrebbe voluto chiedergli perdono, se solo avesse saputo come fare. Perdono per non essere capace di capirla, la vita, quell’incidente provvisorio che capitava ogni giorno, tutti i giorni.”

Piccola bibliografia per chi vuole scrivere


Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, Einaudi 2014
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