Per una lira è il titolo di una canzone di Lucio Battisti che comincia così: Per una lira io vendo tutti i sogni miei. E poi la voce a strisce di Battisti racconta la storia di qualcuno che a malincuore si distacca da una parte di sé. Ascoltandola, ho sempre pensato a chi scrive. In particolare agli esordienti. Chi, per la prima volta (e spesso per una lira) consegna il proprio destino al mondo. Nell’incertezza e nell’imprecisione, un esordio insegna a scrivere più di un capolavoro (anche quando le due cose coincidono: David Foster Wallace, La scopa del sistema, 1987). Per una lira è uno spazio dove leggendo le nuove voci della narrativa, italiana e straniera, metteremo in luce alcuni aspetti di un romanzo legati al gesto dello scrivere per la prima volta, ovvero alla scoperta della propria voce.

Alessandra Minervini, scrittrice, editor e writing coach. Il suo primo romanzo si intitola Overlove, LiberAria 2016. Il suo sito è alessandraminervini.info. Qui gli articoli pubblicati su exlibris20.


Rina Durante, La malapianta, AnimaMundi 2020

Lezione n. 24

Scrivere le radici

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Una delle prime lezioni di scrittura che io stessa ho ricevuto è stata: conosci le tue radici. Le radici possono essere la più fertile fonte di ispirazione per scrivere una storia. Cosa sono le radici? Non sono necessariamente la propria identità anagrafica. Possono essere un ideale, un modo di guardare le cose del mondo che affonda, le proprie radici appunto, nel proprio modo di inventare una storia e raccontarla.

Quando ho letto l’esordio, nonché l’unico romanzo, della scrittrice, poetessa e intellettuale salentina Rina Durante, La malapianta, subito mi è venuta in mente questa lezione ancestrale sulla scrittura delle proprie radici. Non è un caso che la scrittrice operò con fermezza per la riconquista e la legittimazione delle questioni meridionali, edotta dagli studi di Ernesto De Martino, fondò il Canzoniere Grecanico Salentino, insieme con Giovanna Marini. Il romanzo è stato recentemente ripubblicato dalla casa editrice otrantina AnimaMundi, ma risale a diversi anni fa. La prima edizione, pubblicata da Rizzoli nel 1964, valse all’autrice il Premio Salento (in giuria anche la Maria Bellonci dello Strega) e suscitò scalpore tra gli intellettuali dell’epoca, tra cui Elio Vittorini a cui la Durante si era affidata per rimaneggiarlo dopo la prima stesura.

È un romanzo poetico, magico e straordinariamente crudo. Le radici che racconta hanno il “fiato maligno”. La malapianta, a cui fa riferimento il titolo, è la famiglia Ardito, protagonista della storia, negli della Seconda Guerra mondiale, in un paese salentino, Melendugno, un luogo abitato da poche anime che stentano a risorgere e che forse non ne hanno alcuna intenzione. Ma niente a che vedere con i vinti di scolastica verghiana memoria. Gli Ardito hanno nelle vene il sangue dei reduci da una guerra personale e invincibile contro il loro destino. Che siano poveri, come gli Ardito, o ricchi come altri comprimari che gli girano intorno, i personaggi della Durante sono talmente moderni da assomigliare psicologicamente, e in un certo senso anche antropologicamente, agli inetti sveviani, alla generazione zero attuale fino a confondersi con l’alienazione dei millennials, significativamente compromessi dalla vita virtuale.

Teta e Rosa, madre e padre Ardito, si sposano nonostante le esperienze pregresse e i figli a carico, con la stessa sciolta manomissione dei sentimenti che si ritrova nei romanzi – e non solo romanzi – contemporanei di coppie unite dal sacro vincolo della spartizione del mutuo di casa. Non ci sono sentimenti vivi, perché ce ne troppi morti. Il Salento è una malapianta dove non cresce più l’erba, o almeno nessuno ne coglie più la poesia. Nemmeno le fanciulle della famiglia, a cui tutto dovrebbe essere concesso.

Nei lunghi pomeriggi estivi, Maria e Giulia andavano a stendersi sotto gli alberi delle serre. Si udiva lo scirocco strofinarsi contro i rami, e rotolare i sassi e le foglie secche. Si stendevano sulla crosta dei campi duri di sole e sentivano sotto la pelle le stoppie pungenti e cedevoli. Il sole era forte, alto e lontano, se ne udiva il brusio dentro la chioma degli alberi che gettavano un’ombra confusa sui loro corpi.

L’autrice a proposito della popolazione del suo romanzo, così si esprimeva: “Un popolo di contadini e braccianti, apparentemente povero e ignorante, ma che in realtà affonda le sue radici in una cultura spaventosamente ricca e complessa dando luogo a uno straordinario repertorio di immagini e suggestioni.”

Nonostante la casa degli Ardito sia costantemente occupata da Teta e Rosa e dai loro numerosi figli, ogni spazio sembra vuoto e ogni singola storia è una vita vissuta individualmente. Una percezione di desolazione cognitiva messa bene in scena attraverso un uso modernissimo del punto di vista: la storia è raccontata in terza persona con l’alternarsi in prima dei personaggi principali. Un coro di voci che scombussola il lettore come davanti all’intreccio poderoso delle radici di un ulivo secolare, simbolo di una Puglia tutt’altro che da cartolina.

La vedevo adesso la terra, distintamente, non quella massa oscura e confusa che appare sempre a distanza, ma in tutti gli elementi che la compongono: il giallo del tufo, le carcasse grigie dei vermi, miriadi di invisibili radici sottili e tremule come bave di ragno, e il marrone di quella pasta densa e terribile che chiamiamo terra. Infine sentivo il suo odore caldo e rassicurante, antico e lacerante come una ferita, il suo odore, come un lungo mormorio, triste e desolato.

Scrivere le radici è, infatti, spesso confuso con la messa in scena del folclore. Nel caso della Puglia: tamburelli, spiagge mobili, tramonti celestiali. Non credo sia questa la lezione de La malapianta, e in generale la scrittura delle proprie radici. Le radici di un territorio narrativo, seppure fatto di simboli riconoscibili è soggetto alla caparbietà del punto di vista di chi su quel territorio immaginario si muove e prende vita narrativa. Anche per questo la lettura del romanzo della Durante è fondamentale. Non per capire come si scriveva una volta della propria terra ma per imparare a scrivere oggi delle proprie origini.

Basta muoversi, basta agire in un modo qualsiasi ed ecco che tutto si muove attorno a noi e ci inghiotte.

Ne La malapianta i personaggi hanno sempre fame. Ha fame lo stomaco quando devono dividere un cerchio di pane in otto. Ha fame la testa quando non accetta i cambiamenti. Ha fame il cuore che vorace non distingue la carnalità dal sentimento. Ha fame la terra che li ha visti nascere, crescere e arrendersi. Ha fame anche l’autrice che si dimostra sullo stesso piano emotivo delle storie che racconta e per questo lo fa in modo così chirurgico, fredda e lucida: “Io sono una scrittrice, una raccontatrice, il mio mestiere è narrare, raccontare. Io non sono una ricercatrice, io sono moderatamente antropologa al servizio di qualcosa che non ha niente a che vedere con l’antropologia.”

Quando scegliamo di raccontare qualcosa che riteniamo molto vicina a noi, a cui siamo visceralmente legati come le radici da cui proveniamo, teniamo a mente questo romanzo. La malapianta non è lo sfondo cartonato in cui si susseguono le storie narrate. La malapianta è la scrittura stessa, dove interviene l’intera personalità narrativa, che va coltivata nel tempo, mediante l’esperienza che, una volta messa su pagina, diventa conoscenza del mondo.

Piccola bibliografia per chi vuole scrivere
Le radici



ITALO SVEVO, UNA VITA, Mondadori 2019
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