Ci sono romanzi che partono da una domanda e altri che partono da una suggestione. Il frastuono del mondo di Sebastiano Martini parte da un fischio nelle orecchie che non smette mai. E riesce a trasformarlo in qualcosa di molto più grande.

Ok, chiariamolo subito: questo non è il classico noir. O meglio: lo è all’inizio. C’è un amico di gioventù morto, un passato che torna a bussare, dei messaggi a un amore che non sembra un classico amore, una ricerca di verità che sembra promettere una direzione precisa. Poi Sebastiano Martini cambia le regole del gioco. O forse le regole erano altre fin dall’inizio.

Orlando Ferrero soffre di acufene. Convive con un rumore continuo, un sottofondo che non lascia tregua. Ma il punto del romanzo non è il disturbo in sé. È ciò che quel rumore diventa: memoria che non si lascia archiviare, colpa che continua a riaffiorare, passato che insiste a voler essere guardato.

Martini prende una struttura quasi da giallo e la piega verso qualcosa di più interiore. Più scomodo. Il mistero non è soltanto capire cosa sia successo: è capire quanto conosciamo davvero noi stessi e quanto siamo disposti a raccontarci la verità.

Trieste, in questo, funziona benissimo. È una città di confini, di vento, di malinconie che sembrano sedimentarsi nei muri. Martini la usa senza trasformarla in cartolina: la lascia respirare dentro la storia fino a renderla parte del disagio del protagonista.

Il romanzo è stato incluso quest’anno nella prima selezione per il Premio Strega, anche se non ha superato le fasi successive. Vale la pena segnalare che l’autore è stato proposto anche per l’edizione 2023 e quella 2025. E non ho bisogno di leggere i testi per capire la motivazione. Quello che mi ha colpito di più, infatti, è la prosa: la scrittura è controllata, pulita, impeccabile, chirurgica, mai compiaciuta. A tratti persino severa. Non cerca il colpo di teatro continuo né la frase da sottolineare a ogni pagina. Eppure ci sono immagini che restano. Soprattutto quando il romanzo entra nel territorio del rimorso, di ciò che scegliamo di dimenticare e che invece continua a vivere sotto traccia (perché certe cose non spariscono davvero: cambiano solo stanza dentro di noi).

Se c’è un rischio, forse, sta proprio qui. Chi arriva aspettandosi un noir classico potrebbe sentirsi spiazzato. La componente investigativa arretra progressivamente, lascia spazio all’introspezione, all’ambiguità, alle zone irrisolte. Martini non sembra interessato a chiudere tutte le porte. Ne lascia alcune socchiuse. E per alcuni lettori sarà un pregio; per altri, una piccola frustrazione.

Ma il cuore del romanzo sta altrove. Sta nell’idea che esistano rumori che non vengono dal mondo fuori. Li produciamo noi. Li alimentiamo noi. E continuiamo a portarceli dietro anche quando pensiamo di averli messi a tacere.

Ne esce un libro breve ma denso, che usa il noir per parlare di memoria, responsabilità e identità. Un romanzo che non cerca di intrattenere soltanto: vuole restare.

Per chi è consigliato questo libro:

• per chi ama i noir che sconfinano nella letteratura psicologica;

• per chi cerca storie più interessate alle persone che agli enigmi;

• per chi apprezza romanzi in cui il non detto pesa quanto ciò che viene raccontato;
• per chi pensa che il passato non finisca mai davvero.

Per accompagnare la lettura?
Nick Cave, Into My Arms. Decisamente.
A-ha, Stay on these roads.
Echo & the Bunnymen. The Killing Moon.

Quel tipo di musica che sembra arrivare da una stanza accanto e non sai se ti stia chiamando o inseguendo.

Patrizia Carrozza

Se vuoi restare in contatto con le letture di Exlibris20, puoi seguire il nostro canale WhatsApp