La scrittura (come la lettura) è un eco ed anche una forma di amore. In un testo su Marguerite Yourcenar ricordavo la pietra di malachite che lei, cultrice di pietre e tracce, teneva nella sua casetta di La petite plaisance, la pietra regalatale dall’ultimo amante, la pietra divisa in due metà, la pietra sotterrata con lei. La pietra è quello che aveva ricevuto, il passato che non è fatto di macerie ma di attenzione al reale, la pietra da strofinare per ridarle lucentezza e poter scrivere. È il ritorno di quello che nella pietra era stato sepolto. Nella recensione dell’ultimo romanzo di Ammaniti, Il custode, parlavo di fossili, che sono i miti del passato, così reali da sentirne i passi nel bagnetto di casa, perché medusa non è mai morta, è tutte le Arianne che incontriamo; perché le nostre storie d’amore sono fossili e simulacri che pulsano ancora. Uno dei capitoli de Il continente ignoto, ultimo lavoro del filosofo Emanuele Coccia, si intitola Amore fossile. I resti delle nostre città non sono rifiuti minerali ma racchiudono forme di felicità, perché racchiudono dedizione, sforzi, sogni, parole. Qualcuno ha lavorato perché quel pezzo di mondo esistesse. Il mondo è già stato abitato e l’amore ha già preso forma. Sedimentazioni di desiderio e lavoro. Dopo il diluvio universale, per ripopolare la terra, Deucalione e Pirra dovettero gettare dietro di sé le “ossa della gran madre”, ovvero le pietre. Quelle pietre, toccando il suolo, si trasformarono in esseri umani.
L’amore moderno di Coccia proviene dal “fare mondi” di Donna Haraway (worlding), filosofa e biologa statunitense, e dal nuovo realismo. Anche i libri ingoiano fossili, storie cristallizzate che si sciolgono come un’eco sotto le parole per generare nuove storie e nuove forme di pensare.
Come ci ha insegnato Haraway, il mondo non è un contenitore dato in cui viviamo, né un oggetto inerte da studiare, ma un processo in corso. Ogni essere vivente (umano, animale, batterico) “fa mondo” insieme agli altri. Non esistiamo isolati, ma siamo il risultato di incontri, di reti, di giochi di filo infiniti. Di amore, appunto.
L’amore moderno è diventato ipertrofico (culto di sé) ma è al tempo stesso una specie di chimera (impossibile scegliere, la decisione è costantemente revocata); intrappolato tra l’infiltrazione della logica economica nelle relazioni interpersonali e la mancanza di una alternativa. Come uscirne?
Coccia ci parla della finestra di Johari, i quattro quadranti del sé. Soprattutto del quarto quadrante, unknown unknowns, l’area ignota: quello che io non so di non sapere, e che nessuno sa. Non è l’inconscio che guarda al passato e ai suoi traumi, ma una sfera di possibilità, di potenzialità, che guarda al futuro: la sfera dell’imprevisto. È il luogo del divenire con (becoming with). Quando specie diverse o tecnologie e corpi si fondono, creano qualcosa di totalmente nuovo che nessuno poteva prevedere. Nasciamo nel quarto quadrante, nel continente ignoto, ci nutriamo di amore.
Questo imprevisto è l’amore che per Coccia è la forza che fa mondi; l’amore è il continente ignoto, necessario proprio perché ignoto, una forma di ignoranza che non guarisce con l’età, saremo sempre impreparati, incapaci di dare un significato concreto alla parola amore. Vogliamo solo passare più tempo possibile in quel continente. Qui, in questa terra inesplorata, nessuno ci può insegnare cos’è l’amore, comunicare questo sapere non produce conoscenza, l’amore è un mistero, una forma di iniziazione, solo quando amiamo e siamo lì allora comprendiamo, nessuno ci può preparare, non esiste una teoria dell’amore. Lì funzionano solo le canzonette, i tormentoni, i romanzi che senza trasmettere principi e conclusioni, ci passano emozioni; lì funzionano solo l’iniziazione e l’identificazione.
Fare mondi è un atto erotico nel senso più ampio del termine: una tensione verso l’altro che produce realtà, istituzioni e nuove forme di vita. La sfida moderna non è “trovare sé stessi”, ma perdersi nell’area ignota per generare, insieme al resto del vivente, mondi più abitabili. “L’amore è una forma ostinata e prolungata di attenzione al reale”. Ogni amore non può fare a meno di sostenere infiniti altri amori. La logica erotica è una logica della molteplicità. L’amore è una cosmogonia quotidiana, è una forma di ingegneria del reale.
Ma qual è l’anatomia di questa forza ignota che ci unisce agli altri? Le strade percorse dalla psicoanalisi sono due: identificazioni (con le sue perdite, i suoi lutti, e i suoi complessi) e distanza (Irigaray, Kristeva…). Coccia sposa la strada di Freud. L’io nasce dalla perdita dell’oggetto amato, l’identificazione ci permette di mantenere vivo dentro di noi l’amato; siamo cicatrici dei mille oggetti amati, siamo artefatti d’amore, ci possediamo solo attraverso l’altro; ci scolpiamo ad immagine dell’altro mentre imponiamo all’altro di scolpirsi a nostra immagine; fagocitiamo l’amato per tenerlo vivo. L’amore è bricolage psichico. Siamo tutti un po’ mostri e un po’ cannibali.
Coccia si chiede provocatoriamente perché ci fa orrore accostare la logica economica all’amore: “perché l’economia dovrebbe essere così lontana dai legami che stringiamo con altre persone?” Le merci prodotte dal capitalismo sono anche frutto di una passione infinita per il mondo. Attraverso il lavoro “inoculiamo bene nelle cose”. L’amore, la passione hanno generato la modernità. L’amore in fondo è artificiale, “dopo la nascita tutto quello che possiamo amare arriva letteralmente da un altro mondo”.
Riprendendo le idee sulla secolarizzazione di Taylor, Coccia pone la nascita della modernità (una di quelle questioni a cui nessun trattato filosofico riesce ancora a liberarsi: stabilire l’inizio di qualcosa) nel momento in cui si sono svuotati i cieli, il bene e la felicità sono diventati artefatti fragili, costruzioni ordinarie, progetti. Una nuova teoria del bene dunque. Il bene è banale, sostiene Coccia, uno spazio abitabile per tutti, ed ha bisogno del potere per realizzarsi, per fabbricarsi e mantenersi.
In fondo già Arendt aveva esplorato l’ordinarietà del bene che possiede radici ben più profonde del male, il bene è accessibile a tutti.
Amore ed economia non sono due opposti, ci dice Coccia, la disgiunzione è una bugia; l’amore (spogliato di ogni orpello romantico) produce valore e plusvalore, non è una comunità pura, un’astrazione, ma forza produttiva. Così come il lavoro attraverso la manipolazione del mondo produce felicità.
All’inizio mi sono chiesta spontaneamente che cos’è l’amore per me? E mi è venuta sulle labbra una parola che non vi dirò, ma vi dirò che è una parola (ognuno avrà la sua) che resta e che manca, e manca pure quando resta. Non l’avrei mai definito continente ignoto, è un limite mio, per me continente ignoto porta con sé il continente nero (Freud definiva così il femminile), scorie di colonialismo, confini posticci e travalicamenti, terre conquistate (dall’uomo) e ancora da conquistare… vecchie dicotomie superate, il peccato originale del possesso… l’ennesima terra di conquista dell’io… una bandiera conficcata in terra.
Una parola che resta e che manca (non una cicatrice, un lutto, uno specchio, ma distanza, il negativo del possesso) non ha a che vedere con lo spazio ma con la temporalità, con finestre temporali (le finestre di Johari), un battito. E se l’amore sta radicalmente davanti, nel futuro, è un progetto, sta anche radicalmente dietro, in quello che abbiamo vissuto e comunque imparato, ha radici in ciò che conosciamo o piuttosto in come conosciamo, è un continente noto che credevamo di non conoscere. Una parola segreta. Una parola privata.
Silvia Acierno
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