Confini di classe è un libro che, nel formato e nei toni, riporta a tempi in cui la discussione politica era accesa e sentita e cercava spazi di riconoscimento pubblici. Confini di classe è, di fatto, un pamphlet, uno di quei libricini che sono -ini solo nelle dimensioni, ma giganti nel contenuto.
In poche, densissime, pagine, Lea Ypi (docente di Filosofia politica alla London School of Economics) riesce ad inquadrare sia le varie questioni legate alla cittadinanza che il problema della crisi delle sinistre progressiste, fornendo spunti di riflessione e indagine, ma anche concrete piste di lavoro.
Per molto tempo siamo stati abituati ad intendere le tematiche migratorie e di gestione della cittadinanza come un fenomeno “subito” dagli stati occidentali e non così tanto correlato con il concetto di democrazia. Quello migratorio è stato tuttalpiù un tema di propaganda elettorale molto praticato dalle destre e molto temuto dalle sinistre progressiste. Lea Ypi dimostra, invece, che il tema migratorio, e della conseguente partecipazione mediante cittadinanza, si situa alla radice del concetto stesso di democrazia: se gli stati democratici occidentali non si renderanno conto presto che la lotta di classe è anche lotta per la cittadinanza e che, quindi, allargare la platea di chi partecipa alla gestione della cosa pubblica significa ampliare benessere, le destre ultranazionaliste non avranno davanti a sé grandi ostacoli da sormontare.
La cittadinanza, dice Ypi, che tra Otto e Novecento è stata lo strumento primario di ampliamento dei diritti mediante l’allargamento della platea delle persone che avevano diritto di voto, oggi nei moderni stati democratici occidentali diventa strumento di disuguaglianza: solo chi è già ricco in partenza viene accettato da molte democrazie e riceve riconoscimento mediante cittadinanza, mentre tutti gli altri sono destinati a rimanere in un limbo, sospesi tra la povertà di mezzi e quella di diritti.
Su questo punto il libro è particolarmente illuminante: le lotte per il riconoscimento per i diritti, che sono state spesso lotte di classe, sono state portate avanti dalle persone più discriminate e meno riconosciute (pensiamo alle lotte per il suffragio universale, per il riconoscimento del voto alle donne e della parità di genere, per i diritti delle persone appartenenti alla comunità LGBTAQ+). Ora, invece, molti sistemi democratici tendono a radicalizzare la differenza tra ricchi e poveri, tra coloro che sono riconosciuti dallo stato e tutti gli altri. In altre parole, dal momento che la povertà (intesa sia come povertà economica che di diritti e opportunità) dipende dal sistema capitalistico, non saremo mai in grado di affrontare il tema delle migrazioni in modo esaustivo se non inizieremo a considerarle come parte della questione di classe; risolvere il problema delle disuguaglianze, dunque, significa anche risolvere il problema della mancata (o presunta tale) integrazione dei migranti.
Leggendo il pamphlet di Lea Ypi, ho provato alcune forti emozioni: da una parte il conforto dovuto al fatto che elementi che nella mia testa erano solo confusi ed abbozzati hanno trovato, finalmente, una sistemazione chiara e strutturata grazie all’esposizione dell’autrice ed alla sua capacità di analisi; dall’altra la speranza data dalla consapevolezza che questo mondo, che spesso appare caotico e turbinante, presenta una possibilità di lettura coerente e che, quindi, sono possibili azioni concrete per migliorare la vita sia delle singole persone che della società in generale. Infine, non meno importante, il forte senso di solidarietà dovuto al sentirsi nuovamente parte di una classe, intesa non come elemento escludente, bensì come base di coesione tra le persone; il fatto che, come dimostra l’autrice, democrazia, equità e cittadinanza siano concetti interdipendenti, significa anche che una democrazia funzionante è una democrazia che garantisce il benessere di tutti. In un tempo in cui una larga parte dei valori stanno vivendo una crisi profonda, Lea Ypi traccia una linea netta per tutelare il valore della democrazia e del riconoscimento dei diritti.
Confini di classe, edito da Feltrinelli, con le sue 73 pagine è veramente un moderno pamphlet: sprona alla riflessione sulla situazione socio-economica e propone piste di azione concrete, senza nulla da invidiare ai suoi antenati Settecenteschi.
Martina Decaroli
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