Per una lira è il titolo di una canzone di Lucio Battisti che comincia così: Per una lira io vendo tutti i sogni miei. E poi la voce a strisce di Battisti racconta la storia di qualcuno che a malincuore si distacca da una parte di sé. Ascoltandola, ho sempre pensato a chi scrive. In particolare agli esordienti. Chi, per la prima volta (e spesso per una lira) consegna il proprio destino al mondo. Nell’incertezza e nell’imprecisione, un esordio insegna a scrivere più di un capolavoro (anche quando le due cose coincidono: David Foster Wallace, La scopa del sistema, 1987). Per una lira è uno spazio dove leggendo le nuove voci della narrativa, italiana e straniera, metteremo in luce alcuni aspetti di un romanzo legati al gesto dello scrivere per la prima volta, ovvero alla scoperta della propria voce.

Alessandra Minervini, scrittrice, editor e writing coach. Il suo primo romanzo si intitola Overlove, LiberAria 2016. Il suo sito è alessandraminervini.info. Qui gli articoli pubblicati su exlibris20.


Giovanni Bitetto, Scavare, Italo Svevo 2019

Lezione n. 16

L’invettiva metaletteraria

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Ho capito molto presto che la scrittura è menzogna, poi l’ho dimenticato.

Un’opera prima chiede a se stessa il motivo per cui stare al mondo. Di frequente mi imbatto in inediti che mettono volutamente in campo il meccanismo narrativo, ripreso nel momento stesso della scrittura. Svelano, senza lasciare dubbi, che ciò che stiamo leggendo è finto. Se per caso qualcuno avesse ancora qualche dubbio. Eppure, nonostante l’aperto disvelamento del gesto del narrare, sono tante le domande che scandaglia Scavare del pugliese Giovanni Bitetto, pubblicato da Italo Svevo Edizioni, per la nuova valorosa collana di narrativa curata da Dario De Cristofaro, Incursioni.

Chi scrive un’opera prima spesso cerca nei maestri non tanto un’ispirazione quanto una motivazione per assumersi la responsabilità dell’io narrante. Come se la scrittura, in quanto virus, possa fare da tramite giustificatorio all’esistenza dello scrittore, giovane ed esordiente in particolare. Bitetto riprende lo scandagliare l’animo umano, molto caro ai classiconi della letteratura come Paolo Volponi, a cui è dedicato l’esergo scelto certamente a caso: “Senza padre e senza massa che cosa ti resta?”

Questa è la domanda che non solo Bitetto ma tutta la letteratura si dovrebbe porre.

La letteratura che assume se stessa come oggetto letterario è un tipo di narrazione apparentemente recente, nota ai più come “metaletteratura”. Un capovolgimento di intenti, rispetto al romanzo tradizionale, che erroneamente viene considerato recente. Invece è uno stratagemma letterario vecchissimo. Don Chisciotte è un romanzo talmente moderno che comprende andature metaletterarie in cui, in più occasioni, Cervantes svela l’artificio della narrazione (si rilegga a questo proposito il capitolo in cui Don Chisciotte detta il suo testamento, dove l’autore in quanto narratore si svela apertamente). Leggendo Bitetto ho pensato a Cervantes ma Scavare appartiene anche allo stesso insieme letterario di Vladimir Nabokov (in particolare i suoi L’occhio e Invito a una decapitazione) e il nostro contemporaneo Emmanuel Carrère (con il suo L’avversario).

Il nostro incontro fu per me un segnale: l’avvertimento che entrambi eravamo tornati a competere sullo stesso campo, nella medesima città. E che tu, informandomi del tuo saggio, avevi ribaltato la scacchiera, una nuova partita sarebbe iniziata, con più consapevolezza.

La storia di Scavare? È presto detta. Due intellettuali, uno scrittore nichilista e il suo vate, un filosofo marxista, sono uno di fronte all’altro nel momento in cui il primo recita una sorta di lunga e autorevole epigrafe davanti al cadavere (fresco) del secondo. Hanno le stesse radici, provengono da un paesino del sud dove a parte la cocaina e la lettura non ci sono altre emozioni, fino a quando entrambi si trasferiscono in cerca di fortuna e di prestigio a Bologna. Solo che il primo, lo scrittore, non trova con facilità né pace né onore; mentre il suo vate si eleva a strepitoso e imprendibile intellettuale, al centro di tutta la classe culturale universitaria che, più di tutto, significa al centro del nulla.

“Decisi di sviscerare gli anni della formazione, la permanenza bolognese abbandonata, il nuovo senso di solitudine che, dopo avermi esaltato, adesso palesava ogni mia nevrosi.”

La scrittura tecnicamente procede incalzando in un soliloquio che il più delle volte spiazza, rilanciando azione e trama come nei migliori romanzi a struttura tradizionale. La voce narrante si rivolge al defunto ma sta parlando sostanzialmente con se stesso e con il lettore, chiamandolo in causa. Il valore dell’invettiva metaletteraria, qui scritta ad arte governa una lingua a tratti ridondante ma difficilmente di troppo. L’andamento narrativo procede per dossi, scavando a ritroso nelle viscere (letteralmente parlando, imperdibili i riferimenti alle opere “viscerali” di entrambi) dei protagonisti e delle loro vite. Questo scavare dentro le brutture e le distorsioni intellettuali procede attraverso un’ironia grottesca che fa piacevolmente paura per quanto calza a pennello. Non ci avrei mai creduto, ma quanto ho sorriso leggendo questo romanzo! Pur avendo una trama esigua e praticamente dichiarata fin dall’inizio, se riportassi qui i riferimenti alle risate (amare, ma di gusto) di alcune riflessioni di Bitetto sulla classe letteraria, non farei un favore all’autore e al lettore. Provocherei quello che comunemente viene additato come il peggior virus narrativo, lo spoiler. Come direbbe l’io metaletterario in questione: non fatevi sclerotizzare da uno spoiler, leggete il romanzo.

Piccola bibliografia per chi vuole scrivere
L’invettiva metaletteraria



Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, Mondadori 2017
Vladimir Nabokov, L’occhio, Adelphi 1998
Vladimir Nabokov, Invito a una decapitazione, Adelphi 2004
Emmanuel Carrère, L’avversario, Adelphi 2013
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