In bilico fra la distopia e il post apocalittico, Io che non ho conosciuto gli uomini, romanzo della scrittrice e psicoanalista Jacqueline Harpman, edito in Italia nel 2024 da Blackie Edizioni con traduzione di Sara Clamor, maschera una profonda indagine psicologica sotto la superficie di un’apparente narrazione fantascientifica.
Carico di delicatezza e malinconia, il titolo dell’opera evoca fin da subito il dolore di un’assenza che attraversa tutta la vita della protagonista e voce narrante: una figura isolata, priva di memoria, cresciuta senza riferimenti affettivi e senza direzioni.
Io che non ho conosciuto gli uomini vi catturerà fin dal suo incipit. Sottoforma di monologo interiore ininterrotto, il romanzo si apre in uno scenario chiuso, claustrofobico, sotterraneo: una cella che ospita 39 donne e una bambina. Nessuna di loro sa perché si trovi lì né da quanto tempo. Non esistono calendari né orologi: il tempo ha cessato di esistere e le giornate sono scandite solo dalla consegna di cibo da parte di guardie silenziose e minacciose, uomini che impediscono loro ogni manifestazione emotiva o contatto fisico. E così, anche solo per uno sguardo sbagliato, la punizione è immediata. Giorno dopo giorno le protagoniste della nostra storia si limitano a sopravvivere, in una stasi forzata dove persino la memoria del passato comincia a dissolversi.
La cella diventa allora un non-luogo, sospeso fra un passato sconosciuto e un futuro irraggiungibile. In questo limbo si distingue fra tutte la figura della bambina, l’unica tra loro a non aver mai vissuto nel mondo esterno. La piccola, infatti, non ha ricordi né rimpianti. Non appartiene davvero al gruppo, ma non è nemmeno del tutto esterna; e la sua curiosità, le sue domande e la sua diversità minano la fragile stabilità della convivenza forzata fra le donne.
Sarà infatti proprio lei la voce narrante del romanzo, ripercorrendo gli eventi in un’epoca in cui è ormai anziana e segnata da una malattia. Mai dotata di un vero nome, la piccola rappresenta una figura anomala: nata e cresciuta nel bunker, è l’unica a non aver conosciuto il mondo, e proprio per questo si dimostra capace di immaginarvi un futuro. A differenza delle altre, infatti, la bambina si dedica all’esplorazione, all’apprendimento e alla costruzione della propria vita.
Il turning point della storia arriva in modo improvviso, con una fuga verso una libertà che si rivela deludente e pericolosa. Fuori dalla cella, infatti, non c’è nulla. Solo una terra arida, spoglia, che non offre rifugio né risposte. È in questo paesaggio desolato che il gruppo dovrà ora reinventare la propria esistenza. Ma la domanda che tormenta tutte è la stessa: a quale scopo continuare a vivere?
L’autrice e psicoanalista belga costruisce una storia con una fortissima componente introspettiva, in cui la psicologia si intreccia all’ambientazione e il ruolo della donna, il corpo femminile, l’identità personale e la memoria sono i temi che affiorano con più forza.
Io che non ho conosciuto gli uomini, opera capace di coinvolgere e turbare, si muove nei territori desolati del post apocalittico, là dove il mondo, così come lo si conosceva, è già crollato, e ciò che resta è una lunga domanda senza risposta.
Rossella Lettieri
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