Ho vissuto recentemente un déjà vu letterario.
Ho letto due libri uno di seguito all’altro e, a un certo punto, mi è sembrato di ritrovare lo stesso personaggio in un altro momento della sua vita. O, forse, due donne — due protagoniste — che avrebbero potuto conoscersi, riconoscersi e trovare molte somiglianze tra di loro. Ci sono libri che sembrano rispondersi a distanza, certo. Ma in questo caso le affinità emotive, psicologiche e perfino fisiche erano talmente forti da creare, per me, un piccolo corto circuito letterario.

Parlo di La metà della vita di Terézia Mora e di Kairos di Jenny Erpenbeck.
Il primo, uscito in Germania nel 2023, racconta la storia di Muna, una giovane donna che cresce nella DDR e si innamora di Magnus, un uomo più grande e carismatico, il cui amore si trasforma presto in un legame ossessivo e distruttivo. Quando il Muro cade, anche il loro rapporto si sgretola, lasciandola sospesa in un tempo di perdita e di ricostruzione.
Kairos, pubblicato nel 2021, segue invece Katharina, studentessa di Berlino Est, e la sua relazione con Hans, scrittore sposato e molto più anziano di lei. Il loro amore nasce come un patto segreto contro il mondo, ma finisce per diventare prigione, mentre intorno a loro la DDR crolla e tutto ciò che era stabile si disfa.

Leggendoli uno accanto all’altro, si ha la sensazione che le protagoniste — Muna e Katharina — siano la stessa persona in due tempi diversi, o due varianti di una stessa figura femminile: giovane, idealista, perduta dentro un amore più grande e più oscuro di lei, che si intreccia con un sistema politico al tramonto.

Entrambe si innamorano di un uomo più anziano: Magnus per Muna, Hans per Katharina. Entrambi esercitano potere e fascinazione, entrambi diventano il centro di un sistema affettivo che lentamente implode. L’amore è tossico, ma anche l’unica lingua che le protagoniste conoscono per misurarsi col mondo. Così il sentimento diventa specchio della Storia: il crollo del legame anticipa o accompagna quello del Muro, la fine di una relazione coincide con la dissoluzione di un’epoca.

Sullo sfondo, Berlino Est e la DDR non sono semplici quinte narrative: sono organismi vivi, che modellano e ingabbiano i corpi. La società, i limiti, le attese, il desiderio di libertà — tutto vibra dentro le storie private. In Kairos il sistema politico entra nella relazione come un terzo incomodo, invisibile ma costante: la menzogna pubblica si rispecchia nella menzogna privata. In La metà della vita, la repressione è più silenziosa: è nel mutismo della madre, nella solitudine di Muna, nella lingua che si spezza quando tutto ciò che si amava scompare.

Le due autrici condividono anche una forma di scrittura che rifiuta la linearità. Mora lavora per frammenti, cancellazioni, frasi sospese che sembrano emergere dalla memoria. Erpenbeck costruisce una prosa più musicale e spietata, in cui il tempo — il kairos, l’attimo decisivo — si dilata e si spezza. In entrambe, il tempo non è cronologia ma esperienza: qualcosa che si piega, che si ripete, che ritorna come un ricordo o un trauma.

C’è poi un’altra somiglianza, più profonda: la capacità di raccontare la dissoluzione non come fine, ma come condizione. Le protagoniste non trovano salvezza, ma imparano a esistere dentro la perdita. È qui che Mora ed Erpenbeck si incontrano davvero: non solo nella memoria di un Paese scomparso, ma nella costruzione di una lingua capace di dire ciò che resta — la metà della vita che continua, il momento giusto che arriva sempre troppo tardi.

Forse per questo, leggendo l’una dopo l’altra, si ha la sensazione che Muna e Katharina si riconoscano. Non perché siano identiche, ma perché vengono dallo stesso luogo: una frontiera tra storia e sentimento, tra dominio e libertà, dove l’amore e la politica hanno lo stesso odore di fine.
È in quel luogo che la letteratura tedesca contemporanea trova la sua voce più vera: fragile, lucida, ostinata come chi scrive per non perdere sé stessa.

Lea Iandiorio