La letteratura non dovrebbe concedere sconti al lettore; dovrebbe esigere, semmai, il ritorno a un’indagine radicale sul passato e sul presente, una chiamata all’immaginazione che sappia abitare le profondità esatte della lingua e del pensiero. È in questo solco di lucida ostinazione che si muove La rosa inversa di Maria Attanasio (Sellerio). Non una semplice rievocazione storica, ma una catabasi nei meandri di una Sicilia settecentesca – sospesa tra accecamento solare e densità d’ombra – per sondare una ferita aperta e quanto mai attuale: il rapporto tra il potere, la manipolazione del vero e la cancellazione metodica della memoria attraverso i meccanismi della mistificazione.
Al centro della scena si fronteggiano due posture contrapposte, quasi due modi divergenti di occupare lo spazio e il tempo: da un lato il barone Ruggero Henares, intellettuale libertario, amico di Cagliostro e fondatore della loggia massonica che dà il titolo al libro; dall’altro il gesuita Saverio Crisafulli, il suo antagonista. Attraverso la loro frizione, l’autrice scardina la pretesa linearità della Storia ufficiale. Chi detiene la parola del potere opera da sempre per sottrazione, epurando l’archivio, bruciando le tracce del dissenso. Lo storico rischia così di farsi custode del vuoto, distruttore involontario di ciò che dovrebbe proteggere. È proprio in questa fessura, in questo scarto tra il residuo e l’oblio, che si inserisce il gesto della scrittrice.
C’è un nesso profondo, di chiara matrice manzoniana, nel romanzo, che è un esempio esemplare di canonico romanzo storico. All’origine del racconto giace infatti un frammento reale, la Relazione dell’enorme delitto: un minuscolo opuscolo di propaganda scampato miracolosamente al fuoco che, nel 1901, incenerì l’archivio di Caltagirone (la Calacte del testo). Per Attanasio, che si imbatte in modo folgorante nell’opera alla fine degli anni Novanta, quel dettaglio documentario non è un freddo reperto, ma un corpo da reinventare. Prima di farsi personaggi, le sue figure sono state carne, respiro, tempo esatto. La finzione letteraria diventa allora l’unico paradosso capace di risalire alle radici della verità, restituendo dignità e voce a chi è stato rimosso dalla narrazione dei vincitori; l’autrice si muove lungo una ricostruzione labirintica che unisce Napoli, la Sicilia e l’Europa intera, unendo personaggi inventati a personaggi storici realmente esistiti, non dimenticando, ancora una volta, la teoria manzoniana del verisimile.
Tuttavia, nonostante la precisione storica, la prosa di Attanasio non si adagia mai nella pura cronaca; è, al contrario, un corpo vivo d’immaginazione e di tensione poetica. Ricostruire il passato significa ingaggiare un corpo a corpo con l’opacità del tempo, far collidere temporalità parallele in cui la parola scritta tenta di arginare e regolare il caos mobile della lingua. La lingua stessa si fa sostanza e protagonista: è, quella di Maria Attanasio, una scrittura di scavo, millimetrica nell’eleganza, che non teme lo sfoggio barocco o la sensualità onomatopeica di termini-suono come draunara o ciuciulìo. È una prosa capace di alternare il rigore sintattico a improvvisi squarci di luce lirica, specialmente nelle descrizioni, à la Yourcenar, che conciliano l’armonia di una forma classica, quasi latineggiante, a un “mostruoso nero” che preme dai margini.
A colpire profondamente è infine l’architettura interna del volume, che si rivela una vera e propria partitura d’ascolto. Attanasio raccoglie i silenzi della Storia e li ordina secondo una geometria esatta: cinque movimenti sinfonici rigorosi, seguiti da un exit e da un post factum. È il segno tangibile che il tempo non si chiude, ma prosegue per linee di fuga destinate a scompaginare l’avvenire.
In un Occidente contemporaneo che rischia di spegnere la densità della cultura scritta sulla superficie liscia e virtuale dei touchscreen, La rosa inversa ci costringe a guardare dentro le crepe della nostra idea di giustizia, libertà e democrazia. Il compito della letteratura resta, dopotutto, questo: tracciare una linea di luce nell’ombra, abitare la frattura, restituire una voce esatta ai silenzi.
Maria Consiglia Alvino
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