La storia del mondo in 100 oggetti (Adelphi, 2012) è un libro ambizioso e affascinante, che si propone di raccontare la storia dell’umanità attraverso le tracce materiali lasciate dalle diverse civiltà: gli oggetti, appunto.

Si tratta, in realtà, della trascrizione di un programma trasmesso da BBC Radio 4 nel 2010, in collaborazione con il British Museum di Londra. Al direttore del museo, Neil MacGregor è stato chiesto di scegliere, dalla collezione del British, cento oggetti compresi in un arco temporale che andasse dalle origini della storia dell’uomo fino ai nostri giorni. Tutti gli oggetti sarebbero stati poi raccontati non in televisione, ma alla radio, dunque senza il supporto delle immagini, ma solo attraverso l’uso esclusivo delle parole. Una sorta di podcast ante litteram di natura etnografica, antropologica e storica, che si costruisce tutto intorno a un interessante presupposto: se si vuole raccontare la storia del mondo intero, una storia che non privilegi alcune parti dell’umanità a discapito delle altre, non si può usare solo la documentazione scritta, perché per moltissimo tempo, non solo nell’antichità, ma anche nella più recente contemporaneità, molta parte della storia non ha scrittura. Ha però sempre oggetti. Dunque, per ricostruire le vicende del passato, occorrerebbe osservare insieme testi e cose. Ed ecco che, anche nella diacronia, gli oggetti si mostrano capaci di parlare, raccontare, custodire segreti e svelarli tremendamente.

Il libro chiede in prestito le parole a diverse discipline: archeologia, storia dell’arte, antropologia, economia e filosofia.  E così ogni oggetto — dalla clava preistorica alla carta di credito islamica — è raccontato con cura filologica e narrativa, e diventa testimone di un momento, di una mentalità, di una visione del mondo.

MacGregor, infatti, non si limita a descrivere, ma soprattutto operacollegamenti e problematizzazioni, dando voce non solo alla cultura occidentale, ma anche a civiltà spesso marginalizzate nei racconti eurocentrici. Si passa così dalla Mesoamerica alla Cina Tang, dai rituali africani agli scambi dell’Impero Ottomano. “In questo libro si viaggia indietro nel tempo e attraverso il globo, per vedere come gli esseri umani hanno dato forma al mondo e dal mondo sono stati a loro volta plasmati nel corso degli ultimi 2 milioni di anni”.

Tra tutti i cento oggetti, però, il mio preferito è il numero 95, il Penny sfregiato dalle suffragette: un comune penny inglese del 1903, con l’immagine del re Edoardo VII, su cui però un’attivista ha inciso, usando dei punzoni, le parole “votes for women”.

La moneta fu emessa nello stesso anno in cui nacque la Women’s Social and Political Union che radicalizzò la protesta per il diritto al voto alle donne, adottando metodi di rivendicazione meno pacifici e più eclatanti. “Sfregiare una moneta era un crimine sottile: non faceva vittime, in apparenza, ma colpiva al cuore l’autorevolezza di uno Stato che escludeva le donne dalla vita politica”.

La scelta del penny fu davvero ingegnosa, perché le monete erano abbastanza grandi da riportare un’iscrizione facilmente visibile, ma erano anche troppo numerose e di valore così basso che alle banche non poteva convenire ritirarle. Le suffragette crearono così un oggetto capace di far circolare e di far tintinnare in tutte le tasche, il suono delle loro richieste, un simbolo per tutte le donne che combattevano per il diritto di voto, la prova forse più evidente dell’insorgere dell’impegno politico di massa.

Il caso di questa moneta è quello di una risignificazione di un oggetto comune a uso politico, in funzione contestativa. Vale a dire che qualcuno se ne è appropriato e lo ha riutilizzato in maniera soggettiva e critica facendone uno strumento e un simbolo di una battaglia ideologica.

È questa un’operazione di design? Ovviamente sì, perché presuppone una progettualità non solo dell’artefatto, ma dall’impatto che questo avrà nella sua vita sociale.

È questo un libro di design? Di certo non è un elenco di reperti fine a sé stesso. È invece il racconto “dell’ineludibile poesia delle cose”, del loro essere ricche di significati e sfumature che cambiano nel tempo, nello spazio e nei versi di ciascuno. Della loro capacità di essere cambiate dal mondo, e allo stesso tempo, nel loro piccolo, di cambiarlo radicalmente.

Loredana La Fortuna