“Ho imparato dal cinema tutto, e da Citto e dalla macchina da presa io ho imparato a scrivere”.

Goliarda Sapienza era un vulcano, una donna impetuosa e magmatica. La prima volta che l’ho vista sullo schermo quasi non l’ho riconosciuta, catturata dalla veemenza del suo personaggio. È il 1954 quando Luchino Visconti esce con il suo primo film a colori, Senso, una storia d’amore tra una veneziana e un tenente austriaco allo scoppio della terza guerra d’indipendenza. Nel primo atto, proprio nei primi minuti della pellicola, siamo al teatro La Fenice alla vigilia della guerra, sul palco gli attori recitano l’opera Il Trovatore e sugli spalti si agita il seme della rivoluzione. Allo scoppiare degli applausi, una donna grida con forza “Fuori lo straniero da Venezia” e lancia un mazzo di fiori tricolori sugli ufficiali prussiani. Quella donna rivoluzionaria, caparbia e irruente è Goliarda Sapienza, l’attrice Goliarda Sapienza. Quando la metto a fuoco, non posso che riconoscerla, solo lei poteva dare quel tono sfidante al suo personaggio, che, anche se solo per un minuto in scena, è riuscito a squarciare lo schermo.

La Goliarda che conosciamo tutti è da sempre la Goliarda scrittrice. Ma pochi sanno che Goliarda è stata attrice, actor coach, che ha lavorato per anni dietro le quinte nella troupe del compagno e regista Citto Maselli, che è stata anche sceneggiatrice. Nella vita di Goliarda sono arrivati prima il teatro e il cinema, e solo dopo la scrittura.

Goliarda si racconta come una bambina intenta a immaginare storie che nascono dalla sua famiglia, dai film visti al cinema Mirone a Catania, dalle opere teatrali a cui assiste con suo fratello Arminio, storie che poi recita ad alta voce, storie che vengono abbozzate dinanzi a un pubblico immaginario. Goliarda, nonostante non venga istruita a scuola (il padre non voleva che frequentasse scuole fasciste) ma in casa, riesce a trovare il suo linguaggio per esprimere quelle avventure, o le trame dei film che l’appassionano come La regina Cristina, o Il porto delle nebbie con l’amatissimo Jean Gabin (Gabin è per lei “un mito”, non a caso scrive Io, Jean Gabin, Einaudi). La svolta arriva quando frequenta la bottega del re del teatro dei pupi, il Commendatore Insanguine. Qui Goliarda, oltre a poter toccare con mano gli sfaccettati personaggi nati dalle mani del Commendatore, apprende proprio da lui come interpretare quelle storie che ama inventare. Insanguine le insegna a dare vita ai personaggi e alle loro emozioni. In Lettera aperta scrive: “Leggevo e imparavo a memoria tutti i lavori teatrali che trovavo per casa. La notte poi li recitavo da sola facendo tutte le parti, come i pupari. Il commendatore Insanguine mi aveva detto che, solo facendo tutte le parti come il puparo, si imparava a conoscere i personaggi diversi da noi. Imitando le loro voci, ora da uomo ora da donna, ora del vile ora del valoroso, si diventava attori veri.” Goliarda viene appoggiata dal padre, l’avvocato Sapienza, che gli permette di conoscere gli attori siciliani Angelo Musco e Giovanni Grasso, e dalla madre Maria che l’accompagna a Roma, a soli diciassette anni, per iscriverla all’Accademia di Arte Drammatica diretta da Silvio D’Amico. Il talento di Goliarda, seppur grezzo e selvatico, le garantisce la borsa di studio. Goliarda si impegna a studiare dizione per abbandonare il suo pesante accento catanese, e impressiona gli esaminatori con le sue lucide interpretazioni, soprattutto dei folli. Dirà più volte di essersi ispirata a donna Maria per la sua interpretazione. Gli anni di Accademia le permettono di affinare il suo talento, di conoscerlo, di appropriarsene e di vivere la città, seppur nelle condizioni di povertà per la guerra. Dopo la liberazione, lascia l’Accademia e con Landi e Blasi fonda nel 1945 la compagnia T45, progetto che la vede in scena al Manzoni di Milano in Gioventù malata di Buchner, ma Goliarda abbandona presto il teatro per approdare nel 1946, dopo aver rifiutato la proposta dell’amico Luchino Visconti di entrare nella sua compagnia, al cinema.

Goliarda esordisce in Un giorno nella vita (1946) di Alessandro Blasetti che sposta la Resistenza all’interno di un convento di suore di clausura. La sua è una piccola parte nel ruolo di Suor Speranza, una figura oscurata da Elisa Cegani e Mariella Lotti, prime donne del cinema italiano degli anni Quaranta. Un giorno nella vita vince il Nastro d’argento per il miglior film ex aequo con Sciuscià di De Sica e per la miglior fotografia. Nel 1948 Blasetti la richiama per Fabiola nel ruolo di Letizia, “una donna vittima delle persecuzioni religiose, intenta a scrivere la storia dei cristiani, a partire dai racconti di maestro Cassiano, che ascolta con partecipe attenzione”. Blasetti ancora non sa di aver predetto il destino di Goliarda, quello legato alla scrittura. Nel 1950 partecipa a Persiane Chiuse di Comencini, e nel 1951 Blasetti la rivuole, ancora una volta, in Altri Tempi, nell’episodio La morsa, ispirato a L’epilogo di Pirandello. Affida a Goliarda, già interprete pirandelliana a teatro, il ruolo della rigorosa e discreta governante Anna che si muove “con passo sicuro nella tensione generata dalla coppia in crisi” per colpa della moglie fedifraga.

Ma nel 1947 Goliarda fa un incontro che le cambia la vita, si innamora del regista Citto Maselli. Goliarda dirà in una intervista in televisione di aver lavorato con lui dietro le quinte per anni, senza mai essere accreditata, e di aver creato con lui ben quaranta documentari. “Quaranta documentari e quattro o cinque film insieme, fino agli Indifferenti. Ho fatto tutti i mestieri, e ho imparato più dal cinema che da cento università”.

Goliarda e Citto restano insieme per diciotto anni, anni in cui lei partecipa attivamente al suo cinema, “svolgendo tutti i ruoli, dall’assistenza alla regia, alla collaborazione alla stesura delle sceneggiature negli anni di più intenso sodalizio con Maselli, alle varie attività di acting coaching, di assistenza e preparazione delle attrici per Visconti o ancora per Maselli”.

Angelo Pellegrino, marito di Goliarda, scrive riguardo ai documentari: “Maselli e Goliarda partivano per strade impossibili, specie di carriere messicane, con l’operatore e nessun altro, e andavano nei posti più sperduti”. Goliarda ci racconta in Il filo del mezzogiorno come il sodalizio delle loro idee porti alla creazione di storie: “E nacquero storie da lui e me abbracciati per le strade di Roma, la notte abbracciati nel letto, lunghe notti senza sogni e di giorno abbracciati cercando di far coincidere io il mio passo al suo lui il suo passo al mio: ci raccontavamo storie di bambini, di fioraie, eccetera, che lui poi metteva dietro la macchina da presa e per un prodigio straordinario dopo vivevano di vita propria su quel quadrato di bianco opaco che trasaliva di vita nel buio della saletta. Il materiale plastico il primo piano il piano americano il trentacinque il dolly”. Goliarda partecipa nel ruolo anche di attrice al primo film di Maselli, Gli Sbandati, nel 1955 e poi nel 1970 nella commedia, Lettera aperta a un giornale della sera, diretta sempre da Citto. La duttilità e la forza della recitazione di Goliarda la porteranno anche a insegnare proprio recitazione al Centro Sperimentale a Roma.

Ma forse il ruolo che rende più giustizia a Goliarda Sapienza attrice è proprio quello della sfollata Maria negli Sbandati di Maselli, un lungometraggio che ottiene la menzione speciale alla Mostra del Cinema di Venezia del 1955. Il film è ambientato nel ’43, in una lussuosa villa non lontana da Milano dove i protagonisti si ritirano per sfuggire ai bombardamenti. Sono figli della borghesia che non conoscono i veri orrori della guerra, e il confronto con un gruppo di sfollati interrompe la loro annoiata indifferenza. Maria ha perduto il marito nei bombardamenti e quando di notte sente i rombi degli aerei, è invasa dalla paura, dal dolore, dal panico. Goliarda nella scena del pianto straziante di Maria è totalizzante. La macchina da presa è fissa su di lei che ha il volto carico di tormento, ma gli occhi sono fermi, persi nella guerra, nel ricordo, nel fragile dolore. I suoi occhi spaventano e rendono ammutoliti i ragazzi nella villa che non possono far altro che fissarla, inermi. Goliarda ferma il tempo, ci lascia senza fiato.

È impossibile per chi la vede per la prima volta dimenticare quel suo sguardo impetuoso sul grande schermo. Goliarda ha dato al cinema la sua anima, ha dedicato una parte importante della sua vita alla macchina da presa, alle storie, ai personaggi.

Lo sceneggiatore Zavattini scrive a Goliarda: “Dopo aver letto le prime pagine, ti trovo come eri, potente, straordinaria, una creatura umana nel più alto senso del termine”. Ho sempre trovato Goliarda una donna potente, ma quando ho scoperto il suo contributo al cinema, ho visto le sue interviste, e sono stata ammaliata dalla sua recitazione, ho capito che Goliarda è stata molto di più di quello che credevo. Una creatura umana poliedrica, in grado di bucare lo schermo e arrivare dritta al cuore.

Ilaria Amoruso

Bibliografia:
Appassionata Sapienza, a cura di Monica Farnetti, La Tartaruga edizioni
Goliarda Sapienza, Il filo del mezzogiorno
Goliarda Sapienza, Lettera aperta
Goliarda Sapienza, Io, Jean Gabin

Filmografia
Senso di Luchino Visconti
Fabiola di Alessandro Blasetti
Altri tempi, episodio La morsa, di Alessandro Blasetti
Gli sbandati di Citto Maselli