Per una lira è il titolo di una canzone di Lucio Battisti che comincia così: Per una lira io vendo tutti i sogni miei. E poi la voce a strisce di Battisti racconta la storia di qualcuno che a malincuore si distacca da una parte di sé. Ascoltandola, ho sempre pensato a chi scrive. In particolare agli esordienti. Chi, per la prima volta (e spesso per una lira) consegna il proprio destino al mondo. Nell’incertezza e nell’imprecisione, un esordio insegna a scrivere più di un capolavoro (anche quando le due cose coincidono: David Foster Wallace, La scopa del sistema, 1987). Per una lira è uno spazio dove leggendo le nuove voci della narrativa, italiana e straniera, metteremo in luce alcuni aspetti di un romanzo legati al gesto dello scrivere per la prima volta, ovvero alla scoperta della propria voce.

Alessandra Minervini, scrittrice, editor e writing coach. Il suo primo romanzo si intitola Overlove, LiberAria 2016. Il suo sito è alessandraminervini.info. Qui gli articoli pubblicati su exlibris20.


La vita invisibile di Ivan Isaenko di Scott Stambach
Scott Stambach, La vita invisibile di Ivan Isaenko, Marsilio 2019

Lezione n. 12

Scrivere una storia vera

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«Ho diciassette anni, sono più o meno maschio e abito in un istituto per bambini mutanti. (…) so soltanto che si trova in Bielorussia meridionale, in una città che molto probabilmente si chiama Mazyr. Innanzitutto, sono orrendo. Il mio corpo è spaventosamente incompleto. Ho soltanto un braccio (il sinistro) e alla mano che c’è attaccata fino in fondo manca qualche dito (ne ho soltanto due, più il pollice).»

La vita invisibile di Ivan Isaenko, esordio dello scrittore americano Scott Stambach (traduzione dall’inglese americano di Ada Arduini), è la vera storia del disastro di Černobyl’. Vera, prima di tutto perché è una storia (in parte) inventata. Secondo poi perché, pur non entrando nei dettagli del disastro, racconta un aspetto della faccenda che scuote più di tutto: la vita dopo Černobyl’.

Ivan è un ragazzino, diciamo pure un mostro (come lui stesso si definirebbe), abbandonato alla nascita dai genitori. Ivan è schifosamente ammalato a causa delle radiazioni che nel 1986 provocarono l’esplosione del reattore nucleare. Da cui l’irreparabile disastro di Černobyl’. Vive da sempre nell’ospedale di Mazyr, in Bielorussia, ricoverato con altri piccoli mostri deformi, leucemici e con i giorni contati come lui. Da come lo descrive, questo posto niente lo allontana troppo da un lager. Perché, come in un lager, nessuno di questi ragazzi ha colpe, se non quella di essere venuti al mondo.

Come raccontano l’editor del romanzo e l’autore (nella prefazione e postfazione), questa è la storia di Ivan ma non l’ha scritta Ivan. Il motivo per cui non l’ha fatto è immaginabile, ma vi lascio comunque arrivare alla fine. Sarete sorpresi, non verserete nemmeno una lacrima. O comunque sarete confusi sempre tra il pianto e il riso. Il romanzo è vivace, leggendolo si ha la sensazione di aver fatto una lunga chiacchierata con una persona fuori dal comune.

Molto spesso a ispirare la scrittura del primo romanzo, secondo la mia esperienza, è la verità di una storia. Quante volte ho letto in calce nei manoscritti: tratto da una storia vera. Come se la verità costituisse a priori titolo di vanto. Può essere così. Ma solo se poi a scriverlo è uno bravo e lucido, tenace e sensibile come Stambach. Immergere la Storia dentro una storia di invenzione è rischioso. Non si sa mai come fare bene i conti con la memoria. A differenza del ricordo la memoria, in un romanzo, appartiene a tutti. A chi scrive a chi legge a chi vive dentro la fiction. Per cui un romanziere deve confrontarsi con una aspettativa dei lettori più alta. Come se scrivere narrativa fosse continuamente rendicontare qualcosa. Fare il punto della situazione. Invece scrivere una sceneggiatura no.

Per scrivere una storia vera è utile sparigliare le carte della verità e anche della storia. Se vogliamo sapere come sono andate le vicende di Černobyl’, ammesso che sia a tutt’oggi possibile, leggiamo un sussidiario, un’enciclopedia, facciamoci un feed attendibile su google. Se vogliamo invece sentire come è andata la faccenda, se vogliamo origliare dentro l’anima smaciullata delle sue vittime, solo la letteratura ci può venire in soccorso. Il romanzo di Ivan in questo senso è un romanzo meraviglioso. Non ci aiuta a capire cosa avvenne, ma ci infila dentro le cose accadute e come siano accadute smette di avere importanza.

«Ero convinto che esistesse una quantità prestabilita di male da spartire tra tutti gli esseri umani, e che ciascuno ne ricevesse la stessa quantità. O forse era una forma di condizionamento comunista che assorbivo direttamente dalle pareti dell’ospedale. In ogni caso, quell’idea di giustizia cosmica mi aiutava ad alzarmi la mattina. Se era vera significava che avevo già scontato una vita intera di malvagità.»

Ivan ha un buco nel cuore come la maggior parte dei bambini ricoverati insieme a lui. Nonostante il buco, a Ivan la vita piace. Per esempio gli piace leggere, romanzi russi in particolare. Immaginare come possa sopravvivere un essere umano come lui senza libri sarebbe stato difficile. Ivan divora libri. C’è un capitolo che vale quasi tutto il libro e si intitola “Piangere con Nabokov”. Nel capitolo lui e Polina, la ragazzina di cui è innamorato, (“l’intrusa”- la odiai perché non avrebbe dovuto trovarsi lì) rileggono e in qualche modo riscrivono la storia di Lolita.

«POLINA (dopo 33 minuti) La vita umana è soltanto una serie di note a piè di pagina a un vasto, oscuro e incompiuto capolavoro.
RISPOSTA DI IVAN E tutto il resto è letteratura.».

Se Holden Caulfield fosse nato in Bielorussia dopo il disastro nucleare si chiamerebbe Ivan Isaenko. Il ragazzino russo con il ragazzino americano ha in comune la distanza ironica con cui affronta le sfighe della propria vita. La capacità di vedere l’incanto anche di fronte alla disumanità. La risata liberatoria che si trasforma in pianto, soprattutto per chi legge.

Piccola bibliografia per chi vuole scrivere
Una storia vera



J.D. Salinger, Il giovane Holden, Einaudi 2014
Vladimir Nabokov, Lolita, Adelphi 1996
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