Ci sono testi che illuminano ciò che già sappiamo, o crediamo di sapere, e poi ci sono libri, come Achille e Odisseo di Matteo Nucci, che prendono due figure mitiche e le rimettono in movimento, non per deformarle ma per farcele vedere da più vicino, più vive, più vere. Quella di Nucci non è solo un’indagine letteraria, ma un viaggio dentro due possibilità di essere, due modi di abitare il mondo, il tempo, il corpo, la parola. E, come ogni grande racconto, ciò che svela non riguarda solo gli eroi ma anche noi lettori di vite altrui.

Sì, Achille e Odisseo sono diversi. Lo sappiamo. E lo sapevano anche nell’antichità greca. Il primo è il fuoco che brucia, il secondo l’acqua che scava. Il primo è impulso, verità lanciata come un grido, senza un domani. Il secondo è calcolo, verità che si fa strada lentamente, mascherata, con molti possibili domani. Achille non trattiene e dice, Odisseo non anticipa e allude. Ma non è solo questo. La profondità del libro di Nucci è proprio nel mostrarci che prima di essere “tipi” dell’umanità, questi due giovani uomini condividono qualcosa di sorprendente: il tentativo, seppur effimero, di sfuggire alla guerra, di rimanere uomini prima di eroi, di restare nella propria vita, tra affetti, possibilità semplici, anonime, vere.

Entrambi, in fondo, cercano una via per non partire quando la Grecia tutta decide di armarsi contro Troia e riprendersi Elena. Una guerra che entrambi non sentono propria. Odisseo infatti si finge folle, seminando sale con un aratro, come i ragazzi che, decenni fa, cercavano vari espedienti per evitare la leva militare. Achille si traveste da ragazza, nascosto tra le figlie di un nobile greco. Ma i travestimenti durano poco: Odisseo viene smascherato da chi è astuto quanto lui; Achille viene colto nella sua verità guerriera da Odisseo stesso. In quel momento, più che essere “scoperti”, entrambi si rivelano. Le maschere cadono perché la verità, quando è forte, non si può trattenere a lungo.

E allora sì, sono diversi. Ma sono anche simili nel desiderio di scegliere, anche solo per un istante, un’altra strada. Sono simili nella loro umanità che tenta di ritardare il destino. Simili nel sentire che la gloria non basta a colmare il vuoto che lascia il distacco dai propri cari. Entrambi amano. Entrambi soffrono. Entrambi muoiono, l’uno nel corpo, l’altro nei suoi ritorni e partenze infinite, nel tempo che, potremmo dire, si mangia addosso. Ma Achille e Odisseo, soprattutto, sperano che qualcuno, chissà dove e quando, canti di loro.

E se avessero oggi un profilo Instagram i protagonisti di queste pagine come sarebbero? Achille avrebbe un account senza filtri. Foto in controluce, allenamenti al tramonto, un corpo che parla da solo. Ogni post un atto di verità: “Io sono questo. Guardami.” Sarebbe virale, diretto, iconico. Non avrebbe bisogno di spiegare. Non si giustificherebbe. La sua luce abbaglia: è tutto in superficie, ma quella superficie è vera, assoluta, pulsante.

Odisseo invece sarebbe l’enigmatico che intriga. Caption doppie, immagini sfocate, tracce e cancellature. Non perché voglia mentire, ma perché non vuole dare tutto. Perché sa che il significato vive nell’intervallo, nel non detto, nel rimando. È il personaggio che segui anche quando irrita, che torni a guardare perché ogni volta c’è un dettaglio nuovo che, ad una prima lettura, ti è sfuggito. È strategia, sì, ma anche seduzione, profondità, apertura.

Ma se ci immaginiamo, e osiamo molto ma lo facciamo per effimero diletto comparativo, i nostri due compagni di viaggio incastonati su Instagram, dobbiamo sempre ricordare che la vita vera, i sentimenti che pienamente ci abitano e ci arredano, sono fuori dai social. Perché dietro i bicipiti più torniti e le menti più prensili ci sono sempre due uomini capaci dei sentimenti più semplici e genuini, senza sovrastrutture, come Achille che, una volta perso Patroclo, si avvicina ad un fiume per chiedere il conforto della propria madre o come Ulisse che, benché viva in una sorta di eden con Calipso, guarda al mare e pensa a Itaca.

Matteo Nucci, che sa sempre essere un narratore originale, consapevole che le mappe non rappresentino mai i veri territori, racconta entrambi come se li avesse accanto. Senza giudizio morale. Perché Achille e Odisseo non sono il Bene e il Male, non sono la Verità e la Menzogna. Sono due forme del vero. Achille lo dice subito. Odisseo lo dice dopo. Ma lo dicono entrambi. E la verità, ci ricorda l’autore, non ha un solo tempo per emergere.

C’è un punto in cui la riflessione del libro diventa più che attuale: siamo tutti un po’ Achille, quando agiamo d’istinto, quando bruciamo senza pensarci, quando combattiamo anche se non vorremmo. E siamo Odisseo quando stiamo in silenzio, scegliamo parole ponderate, costruiamo strategie per attraversare i giorni difficili. Non dobbiamo per forza essere uno o l’altro. Siamo entrambi. In momenti diversi, o nello stesso momento. Ed è questa l’umanità profonda che questo testo ci prospetta: non l’unità dell’identità, ma la sua complessità.

Achille è il fuoco che arde e consuma; Odisseo è l’acqua che penetra, si adatta e vince per usura. Il primo ti abbaglia e ti costringe a distogliere lo sguardo; il secondo ti avvolge senza che tu te ne accorga, fino a diventare parte del tuo stesso pensiero. Ma entrambi, ognuno a modo proprio, si danno interamente al prisma della vita: all’ira, al dolore, alla gloria, all’amore e anche alle lacrime le quali non li rendono certo meno uomini (i poemi omerici sono ricchi di scene di pianto maschili). E sono eroi non perché perfetti, ma perché capaci di vivere fino in fondo la propria finitezza, di guardarla in faccia, senza scappare.

E la questione tempo, riprendendo le riflessioni di Platone nell’Ippia minore, è la chiave di accesso per provare a leggere in modo nuovo i nostri due eroi. Achille è sempre gettato nel presente, Odisseo invece proiettato nel futuro. Il primo pensa e dice solo cose che hanno a che fare con il momento che sta vivendo; il secondo guarda perennemente oltre; e ci offrono un paradigma diverso per come consumare il tempo che dobbiamo vivere.

Il libro di Nucci è un invito a rileggerli così, non come statue, ma come compagni. Non come modelli, ma come specchi. Non per imitarli, ma per riconoscerli dentro di noi. Perché a volte la vita ci chiama a essere Achille, e altre volte Odisseo. E forse, solo riconoscendo entrambe le voci che ci abitano, possiamo trovare una via nostra per attraversare il tempo.

Claudio Musso