Il nostro destino è tutto scritto, la nostra intera esistenza è già predeterminata, ancor prima della nascita e fino alla fine. Ma possiamo vivere i singoli attimi a modo nostro, cercando di dare di volta in volta un senso, magari trovando un’attività che ci dia sollievo, che lenisca l’animo da sconforto e malinconia. Se non la meta del viaggio, possiamo sceglierci i compagni e magari qualche deviazione.

A suo modo questo libro è proprio un diario di viaggio. Un viaggio a ritroso nel tempo, attraverso quarant’anni di un’amicizia straordinaria, ma anche quarant’anni di cultura italiana (a braccetto con i protagonisti di letteratura, cinema, fotografia) e non quella patinata di premi, riviste e conferenze (che non mancano e rivestono sicuramente grande importanza, soprattutto alcuni progetti letterari come la rivista Il semplice), ma la cultura presa al cuore, creata, plasmata da persone, più o meno famose, che della Cultura stessa, e della sua diffusione, fanno una ragione di vita. Un viaggio, ovviamente, anche nello spazio, fatto di piccoli e grandi spostamenti: lunghe passeggiate per campi e colline, fughe in macchina attraverso le paludi per queste acque ferme dimenticate dal turismo, o lungo lo stivale, viaggi in treno, soprattutto verso sud, e anche all’estero, per lezioni e conferenze: Francia, Austria, Germania, Inghilterra, Danimarca, fino all’America.

Viaggi reali, densi di descrizioni particolareggiate, di luoghi e personaggi, ma soprattutto di sensazioni, emozioni, illuminazioni, e viaggi fantasticati, progettati e mai realizzati, ma non per questo meno ricchi di aneddoti e dettagli. Viaggi e fughe: la fuga come reazione a situazioni non più tollerabili.

Il cuore del libro sono le lunghissime e intense chiacchierate tra Cavazzoni e Celati, che a volte coinvolgono anche altri amici, che ruotano prevalentemente intorno alla letteratura, partendo dai classici (su tutti Ariosto) fino ad arrivare ai contemporanei (passando per Melville, e il suo più volte citato Bartleby), soprattutto misconosciuti, e sul ruolo dell’intellettuale e in particolare dello scrittore, pensando che della parola scrittore ci si debba un po’ vergognare, perché comporta una certa supponenza e una dose di boria.

Oltre alla passione per l’Ariosto e per la letteratura in generale, la nostra lunga, fantasiosa, ininterrotta amicizia nata attorno all’Ariosto e a quella meraviglia che è L’Orlando Furioso si fonda su comuni passioni e idiosincrasie: l’insofferenza per le etichette, l’amore per i posti desolati e spirituali, in bilico tra l’inesplorato e il post apocalittico, congeniali alla solitudine, alla riflessione, all’attesa, al ricordo, ma anche alla fantasia e al sogno (e i sogni e la loro interpretazione sono un altro argomento di conversazioni bislacche e surreali), l’incanto per i rituali, sacri e profani (la messa come il teatro d’avanguardia).  Riscoprire il valore anche terapeutico del silenzio, come salvezza dall’oceano di parole che ci sommerge.

Altro argomento che li appassiona è il fallimento, in tutte le sue forme; d’altronde le storie più interessanti sono quelle di fallimenti, crolli, deviazioni. L’amore per gli scrittori di insuccesso, dunque, ma, più in generale, per tutto ciò che è incompiuto, irrisolto: libri non scritti come terreni scoscesi. Fallimento e caduta. La caduta dell’Impero Romano (che è un po’ la nostra gioventù che non ritornerà) come emblema di ogni fallimento, di ogni precipitazione, di cui ancora affiorano gli strascichi. Precipitiamo tutti quotidianamente senza appiglio (la morte si sconta vivendo) assieme al mondo intorno a noi.  

L’immagine che ci resta maggiormente impressa del libro è quella di due uomini a zonzo, trascinati dalle chiacchiere, o a tavola in qualche osteria, soprattutto bolognese, che per ambientazioni, personaggi, sapori e colori, e quell’aura di nostalgia che tutto sfuma mi fa venire in mente Guccini (sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta, ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta), anche se le loro magnifiche cene si svolgono principalmente in centro (e ci sembra di essere stati tutti almeno una volta a cena da Angeli).

E dai loro incontri vengono fuori aneddoti talmente assurdi, personaggi da commedia dell’arte così perfettamente irreali, da poter anche essere veri. E la meraviglia di fronte a tutto e a tutti non fa mai svanire l’accettazione della realtà per quella che è, perché, in fondo, come sosteneva Hegel, tutto ciò che è reale è razionale e tutto ciò che è razionale è reale.

E incontri e situazioni, racconti di racconti, danno vita a racconti inediti, tratti da episodi più o meno veri, più o meno verosimili; stanze di vita quotidiana, riflessioni sulla vita, l’amore e tutto il resto. E non si capisce se sia la realtà a far nascere i racconti o il racconto a creare la realtà.

La paura che l’esistenza svanisca, che le esperienze non vengano fermate, tradotte in ricordi, conduce Celati alla smania di annotare tutto, per bloccare il tempo e cogliere gli attimi.

E scrivere diventa uno strumento di salvezza, non solo di sé stessi, ma del mondo intero, che altrimenti potrebbe precipitare nell’oblio.

Così assistiamo a lezioni di piccola e grande letteratura, guizzi, vezzi, espedienti, l’elogio della spontaneità, di quello che nasce dall’istinto e non si lascia imbrigliare nelle pastoie di norme e regole, che non obbedisce a dogmi formali, non si piega ai canoni estetici imperanti, che non ha come scopo la soddisfazione di bisogni primari e può raggiungere le massime vette. Scrittura di getto, lampi di genio. Anche se, in fondo, scrivere è come una truffa.

Il tono frizzante, a volte scanzonato e leggero, a volte più serio, ma sempre venato di ironia e sarcasmo, cede il passo, nell’ultima parte del libro, a una malinconia sempre più densa.

Il dolore per la malattia dell’amico, che lo allontana non solo da lui, ma dal mondo, diventa sempre più palese, sempre più lacerante. La consapevolezza dell’irrecuperabilità di questa precipitazione nell’oblio, degli altri, del mondo, di sé stesso, che si manifesta, innanzitutto, con la perdita di controllo di quello che è stato lo strumento su cui Celati ha costruito non solo la sua arte, ma la sua stessa esistenza, la Parola, che fa sì che la brillantezza dell’eloquio si trasformi in discorsi farneticanti, le digressioni sempre originali e divertenti divengano divagazioni strampalate, incontrollabili, inconcludenti, è uno strazio insopportabile.

Siamo esseri fatti di parole e le parole non muoiono, ma lentamente svaniscono e ci si aggrappa a quelle che rimangono, che a mano a mano scivolano via, ne afferri una e svanisce, così passi alla successiva e a poco a poco non ne restano più. E se non ci restano le parole non ci resta nulla, ma la soddisfazione vera è lasciare qualche seme, come dice Platone, che possa continuare a germogliare; beh, i semi magari sono i suoi libri, di Celati, che continuano a vivere e parlare di lui.

Fabio Sarno

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