«All’inizio si sentivano immortali.»

Poche parole, quasi una constatazione anodina, eppure raramente un incipit ideale potrebbe restituire con altrettanta precisione il nucleo segreto de I convitati di pietra. In questa frase è già contenuto tutto il romanzo di Michele Mari: l’arroganza inconsapevole della giovinezza, l’illusione dell’eccezionalità individuale, la rimozione della morte e, soprattutto, l’inconsapevolezza del tempo. Ciò che segue nelle pagine del libro non è altro che la lenta demolizione di quella certezza iniziale.

Con I convitati di pietra, Mari realizza uno dei suoi romanzi più compiuti e filosoficamente ambiziosi. La vicenda nasce da un’idea di apparente semplicità: trenta studenti di una classe del liceo Berchet istituiscono un fondo comune che, alimentato anno dopo anno, verrà diviso tra gli ultimi tre superstiti del gruppo. Un gioco adolescenziale, una scommessa destinata a proiettarsi nell’intera durata delle loro esistenze. Ma come accade nei grandi romanzi costruiti attorno a una singola intuizione formale – da Perec a Dürrenmatt, da Buzzati a Saramago – il dispositivo narrativo finisce per trasformarsi in un laboratorio antropologico. Mari non racconta semplicemente la storia di alcuni uomini che invecchiano: racconta il modo in cui il pensiero della sopravvivenza modifica la percezione stessa della vita.

La genialità del libro consiste nell’aver trasformato un meccanismo economico in una metafora ontologica. Ogni morte produce infatti un duplice effetto: diminuisce il numero dei concorrenti e aumenta il valore del premio finale. Così il lutto si contamina con l’interesse, l’amicizia con il calcolo, la memoria con il profitto. Mari porta alla luce una verità che la civiltà tende costantemente a occultare: sopravvivere significa sempre, in qualche misura, beneficiare dell’assenza altrui. Ogni uomo è il superstite di qualcun altro.

Ma sarebbe riduttivo leggere I convitati di pietra come una semplice allegoria dell’avidità. Il vero protagonista del romanzo non è il denaro, né la competizione, bensì il tempo. Un tempo che non scorre semplicemente, ma agisce. Un tempo che opera come una forza materiale, corrosiva, quasi biologica. A ogni capitolo il lettore assiste non tanto all’evoluzione dei personaggi quanto alla loro progressiva erosione. Le vite si moltiplicano in matrimoni, divorzi, carriere, malattie, traslochi, successi e fallimenti, ma tutto questo appare secondario rispetto al movimento fondamentale della narrazione: la riduzione del numero dei vivi.

In tal senso il romanzo possiede una struttura profondamente musicale. Come in una fuga, il tema ritorna continuamente, identico e diverso: qualcuno muore, il gruppo si restringe, il premio cresce. La ripetizione genera un effetto ipnotico che trasforma il lettore in un partecipante involontario della scommessa. A poco a poco si comincia a contare. Si verifica chi manca all’appello. Si attende la successiva eliminazione. Mari ottiene così un risultato straordinario: rende il lettore complice del meccanismo che il romanzo stesso sta criticando.

È impossibile non leggere quest’opera alla luce dell’intero percorso letterario dell’autore. Da sempre la narrativa di Mari è abitata dalla persistenza del passato. Verderame, Rosso Floyd, Leggenda privata, Tu, sanguinosa infanzia sono libri nei quali la memoria assume una consistenza quasi fisica. Oggetti, libri, giocattoli, fotografie, case: tutto sembra possedere una vita autonoma e continuare ad agire sui vivi. Il passato non passa mai davvero; rimane annidato nelle cose, pronto a riemergere.

Ne I convitati di pietra avviene però una svolta decisiva. Per la prima volta il fantasma non proviene dal passato ma dal futuro. Se Leggenda privata era un romanzo infestato dai demoni dell’infanzia, I convitati di pietra è infestato da un demone ancora più potente: la vecchiaia. Ciò che perseguita i personaggi non è ciò che ricordano, ma ciò che li attende. La morte smette di essere un evento finale e diventa una presenza diffusa, una compagnia silenziosa che accompagna ogni gesto. Persino il titolo acquista, alla luce di questa lettura, una complessità ulteriore. I convitati di pietra non sono soltanto i compagni scomparsi che continuano ad abitare il ricordo dei superstiti. Sono anche le presenze invisibili che siedono accanto ai vivi durante tutto il romanzo: il decadimento, la malattia, l’entropia, il tempo. Ogni cena degli ex studenti diventa allora una sorta di banchetto metafisico nel quale gli assenti risultano più presenti dei presenti. Sul piano stilistico, Mari raggiunge una delle forme più mature della propria scrittura. Rimangono l’eleganza lessicale, la precisione filologica, l’inconfondibile gusto per la costruzione architettonica, ma il virtuosismo appare qui completamente subordinato alla necessità narrativa. Se in opere come Fantasmagonia o Asterusher l’autore sembrava talvolta compiacersi della propria prodigiosa capacità inventiva, nei Convitati ogni scelta formale converge verso un unico obiettivo: rendere percepibile il peso del tempo.

Ed è proprio questa percezione a costituire il lascito più profondo del romanzo. Terminata la lettura, non restano impressi tanto i singoli personaggi quanto una sensazione quasi fisica di rarefazione. Si ha l’impressione di aver assistito alla lenta evaporazione di una comunità umana. Le sedie vuote aumentano, le voci diminuiscono, il cerchio si restringe. Fino a quando il premio finale, che sembrava il centro dell’intera vicenda, rivela la propria irrilevanza.

Come nelle grandi meditazioni letterarie sulla finitudine – dal Deserto dei Tartari di Buzzati alla Morte di Ivan Il’ič di Tolstoj – la vera scoperta non riguarda la morte, ma la vita osservata dalla prospettiva della sua conclusione. Mari sembra suggerire che ogni esistenza sia una competizione involontaria alla quale nessuno ha scelto di partecipare e nella quale la vittoria coincide paradossalmente con la sopravvivenza più lunga. Ma chi resta per ultimo non conquista nulla: contempla soltanto il catalogo delle assenze che hanno reso possibile la sua permanenza.

Per questo I convitati di pietra è forse il romanzo più malinconico di Michele Mari. Non perché parli della morte, ma perché parla della sopravvivenza. E ci ricorda, con una lucidità quasi spietata, che il tempo non ci sottrae soltanto gli anni: ci sottrae, uno dopo l’altro, coloro con cui quegli anni avevano acquistato significato.

Natalia Ceravolo

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