Il rosa è il colore dell’imitazione, del cattivo gusto, pacchiano. Annie Ernaux ricorda la madre nel negozio di paese della rue du Clos des Parts col grembiule rosa di nylon che sborda dal cappotto. Il rosa confetto era il marchio visibile della loro mancanza di status. Il rosa per essere chic deve essere antico, sbiadito, storicizzato, non quel rosa così acceso. Quel rosa era solo il colore di chi voleva imitare disperatamente i ricchi. Una deviazione dello spettro. Un rosa saturo, ad alta frequenza.
C’erano i Pink days di Louise Bourgeois anche lei cresciuta in un negozio di famiglia, quello di Choisy-le-Roi, quelli erano i giorni dell’adrenalina pura, della forma, della creazione ma anche dell’aggressività.
Poi arriva il rosa di Claudia Durastanti che è stata “addestrata al rosa”, il rosa seriale e standardizzato, quello delle copertine dei romanzi Harmony. Eppure quel rosa così kitsch era ancora letteratura, faceva ancora uso della metafora, anche se la metafora serviva ad eludere la censura, c’era ancora il tentativo di creare un linguaggio. Oggi dietro al sesso c’è solo sesso. È finita l’analogia. La traduttrice Emily di St. George, l’alter ego di Durastanti in uno dei saggi raccolti in Falsi amici, muore perché ormai non c’è più nulla da tradurre. Durastanti seppellisce così il rosa tra puzzo di pesce e profumo, tra miseria e artificio. Ma questo non è solo l’effetto collaterale di questo tempo senza analogia: è un gesto personale di emancipazione. Con questo saggio Durastanti sta cambiando forma e spostando tasselli irregolari.
Il rosa è un falso amico, un sogno ingannevole; è il completo che Gatsby indossa pensando di rivelare così l’appartenenza ad una classe sociale elegante a cui però non appartiene. Chi a quella classe appartiene per diritto di nascita decodifica immediatamente e vede quanto quel completo sia cringe; il rosa è il marchio visivo della sua impostura. Il pezzo vintage non è un vintage chic ma una camiciola di poliestere vecchia ereditata da una cugina. Del resto gli impostori hanno bisogno di eccessi per credere alla loro messa in scena. Gatsby però aveva un vantaggio sapeva che era un impostore, come lo sa Durastanti; l’impostura più patetica è quella di credere alla propria impostura (come William Ainsworth nel romanzo L’impostore di Zadie Smith). Quella di chi scrive romanzi accomodanti senza dire nulla sulla violenza del mondo, ossessioni, scalata sociale e potere. Invece Gatsby e Durastanti sanno, come avevo già scritto altrove a proposito di Donnaregina (Teresa Ciabatti anche lei impostora d’eccezione) che la luce verde al di là del pontile sta già dietro, ha già inghiottito il futuro. Come scrive Durastanti, ha a che fare con il tempo perduto. Il maiale si è già consumato appunto.
Il rosa è un falso amico perché promette dolcezze ma quando ti dai a qualcuno, il nero è sempre in agguato; il rosa è l’anticamera del nero. It’s a losing game. Scoprirai che non è il colore del romanticismo ma vernice fresca che copre il sangue. Quando è incinta, racconta, vorrebbe picchiare tutti, è assetata di sangue e i maschi quelli che aveva lasciato dietro nell’adolescenza, in un cameratismo sghembo ma con i suoi momenti di estasi, ritornano all’improvviso. Perché il potere (quello che invece io non ho mai sentito né in gravidanza né dopo) in fondo è solo sete di violenza. Ora anche lei è dall’altra parte (quella del maschio bianco predatore?) across the street, in cui l’altro sesso quasi non ti manca. Ma il posto dall’altro lato della strada per definizione, come del resto la stessa Durastanti ammette, è un’altra dimensione, irraggiungibile. Ci resta solo la contaminazione, irruzioni di rosa nel nero, e di nero nel rosa. Confusione.
Dal rosa al femminismo e al buco nero scavato tra i due sessi; il separatismo e l’impossibilità di una amicizia maschile quella che salva Beverly Marsh in It. Ma siamo davvero sicure che le ragazzine di oggi come mia figlia tredicenne non vogliano solo uscire di casa come il loro corrispettivo maschio? La sorellanza, lo stare assieme delle ragazzine ha i suoi rischi, picchi di gelosia e invidia, bullismo tra ragazze, gli altri riti di Chud; le ragazzine forse vorrebbero ancora dimenticare di avere il ciclo o desiderare di non averlo e stare accanto ai maschi con una “passività al limite dell’amicizia”, come fratelli, cercano disperatamente di farlo ma non possono più trascendere i loro corpi femminili perché i social che ce l’abbiano o meno, che abbiano o meno l’iPhone, glielo ricordano continuamente, non possono più stare accanto a un ragazzino senza la routine per essere più femminile, senza il ruolo. Hanno perso l’innocenza prima di possederla e potersene ricordare.
Rosa il colore del margine, dello zucchero a velo cancerogeno, è il colore del film di Guadagnino, il dolcificante di un liquido tossico. L’originalità è la somma delle ripetizioni e delle sovrapposizioni. L’originalità è una forma di cannibalismo ed il rosa è una metafora trita. Rosa raso delle ballerine di Amy Winehouse, quelle sudice dell’ultima Amy che poi era anche la prima, sempre la stessa una brava ragazza maledetta. Un rosa da sofferenza da cui per rispetto è meglio distogliere lo sguardo mentre gli altri si accaniscono e lo consumano.
Il rosa è un anestetico politico. Una patina. Il nuovo romanzo storico, il fascioromance, da La portalettere di Giannone a M di Scurati, assieme alla non rivoluzione delle tradewives che fingono di raccontare una nuova emancipazione, sono una brutta copia, molto pericolosa perché alimentano una strana nostalgia, un nuovo teatro all’italiana, ci dice Durastanti. Un falso amico, questa volta da manuale però, letterale, da cattivo traduttore, non è mosso dal miracolo dell’analogia, non apre all’infinito, ancora più nocivo, l’appropriazione di un linguaggio che non gli appartiene.
La letteratura working class è un’altra impostura. Perché non si danno più le condizioni di mobilità sociale che hanno permesso in passato quella migrazione sociale che fa di Durastanti una transfuga di classe. La mobilità sociale è bloccata, la classe media in via di declassamento. Non solo, è come se quella scrittura autosociobiografica sia oramai una pagina pulita, troppo levigata per attizzare una fuoco vero. Depoliticizzata è il termine. L’appartenenza a una classe non può essere astratta, sulla pagina deve essere fatta dei mattoni e delle ringhiere del condominio con la facciata grigia, del desiderio di cambiare le coordinate di quell’indirizzo, di mancanza, di vergogna vissuta sulla propria pelle, i mille vetri infranti e la lametta facile sulla pelle. Autentica. Senza la denuncia è pura nostalgia o feticismo. Deve avere radici profonde. Col tempo però, col passaggio di classe, quel vissuto, sembra dire Durastanti, si fa remoto, “la mia trascorsa sofferenza comincia a sembrarmi remoto”. Allora Durastanti si abbandona alla fantasticheria, pensa alla figlia, il rosa che intanto si è fatto carne, e confessa che non vorrebbe che lei diventi un soggetto politico che usurpa una esperienza quella della madre o della nonna che non le appartiene. È così sicura che non le appartenga? Una volta diventata una scrittrice affermata, e realizzato il salto di classe, continuare a raccontare la propria storia diventa un’impostura. Ernaux, che già si definiva transfuga di classe, parla del brivido del tradimento. Resta solo l’appropriazione indebita. E un paradosso: l’impossibilità di quella stessa letteratura. Se oggi la persona interna alla working class non ha i mezzi per raccontare la sua storia perché l’ascensore sociale è rotto e la working class è confinata in un vicolo cieco economico e culturale, se il borghese usurpa una materia che non puzza più, e l’unica autorizzata è la transfuga di classe con pedigree, che però è già un impostore che sente come Durastanti che non può continuare a capitalizzare sulla sua memoria di classe, che sente la colpa di aver cambiato corsia, allora quella working class è una letteratura che non può esistere. Questo eccesso di purismo ideologico e senso di colpa paralizzano la letteratura. L’usurpazione e la confusione di nuovo sono l’unica via possibile perché il nero con i suoi fantasmi si trasmette per vie sotterranee e interiorizzazioni, corredo genetico maledetto o benedetto. E il rosa appunto si fa carne.
Ci sarebbe anche il rosa della macchina editoriale che si nutre del lavoro di chi sta al margine per nutrire il centro che è sempre lo stesso centro. Rosa coloniale, rosa istituzionale, rosa senza debito? Ma questo è un abbaglio mio, un ennesimo falso amico.
Funzioniamo per attrazione, abbiamo bisogno di connessioni fisiche, spirituali, platoniche letterarie… di analogie (La memoria analogica di Alessandra Ginzburg sto pensando a lei). Questo nostro desiderio primario, Carson lo chiamerebbe stupidità emotiva, quella che sta giù in fondo (ma non so se poi è tanto stupida, forse nel senso di cieca e ottusa, e vulnerabile sì) però a volte ci porta su cattive strade, su false piste, false amicizie appunto. Un inganno. Eppure senza quel rischio di perderci non ci sarebbe vitalità. Alessandra Ginzburg ci spiega come non funzioniamo per logica aristotelica, spazio e tempo uno in fila all’altro, per analogia totale: di fronte al brivido che quelle esperienze siano proprio la stessa cosa, preferiamo il brivido senza esitare, e ci tuffiamo nell’emozione e nel suo infinito, lo stage diving di Rosalía dal palco senza calcolare i rischi, lei e la folla sotto sono la stessa cosa… grazie al miracolo dell’analogia grandi scrittori del passato (Proust in particolare) hanno anticipato molte scoperte della psicoanalisi. Il cuore va più veloce. E i falsi amici sono inevitabili incidenti di percorso. La mente ha poteri telepatici, intravede corpi, colori, l’abito rosa leggero di Rachel Cusk a quel festival letterario, salta lo spazio e il tempo, salta da un corpo all’altro, salti quantici, calibra i millimetri, passato remoto, passato prossimo, per raggiungere il suo obiettivo che è soltanto una proiezione di noi stessi; gli scrittori non esistono per consolarci ma per offrirci prove della nostra esistenza, scrive Durastanti. Un’impostura. Così che l’impostura è connaturale all’analogia.
Il rosa è una carrellata di rosa, e alla fine c’è Nina Rosalia a cui è dedicato il libro. Una figlia che arriva dopo la corsa tra desiderio e suicidio che è stato una tentazione, dopo aver schivato la morte e pure la vita, dopo la stanza rosa carne con le vene che affiorano in cui si può impazzire, dopo il rosa sproporzionato e disturbante della carne, dopo aver giocato al valzer delle sedie ed essere rimasta in piedi senza sedia per troppe volte, dopo Nick Cave, chiaramente un’ossessione, che le ha insegnato che se qualcuno muore si può rimanere e sopravvivere ed era amore lo stesso, la poesia che fa Rosalia, Rosa e lia, rosa madder, evviva perché è femmina, disforie varie, rosa latte, la nostalgia violenta con cui ha desiderato una figlia come una ballerina di un carillon, che scioccata, si gira alla moviola in cerca di luce, perché i libri che abbiamo amato possono poi col tempo ed una maturata sensibilità (quel ripeness di Pavese) a certi valori possono sembrarci anche sciocchi, dopo aver imparato che il rosa non è così mutevole come il grigio, ma averci provato lo stesso a fargli cambiare forma, l’attimo preciso in cui ha perduto l’America assieme al desiderio di una vita nuova ad una velocità da schianto, la nostalgia per quella libertà di “inventare le condizioni impossibili”. Alla fine dopo che scrittura e vita si sono accomodate per fascinazione in un modo così imprevedibile ed originale, seguendo luminosi errori di calcolo, c’è una casa rosa che non appartiene ma è rosa chiaro, che non annerisce: rosa vivo, rosa esistenza pura.
Silvia Acierno
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