Ci sono libri in cui la voce di un autore si fa eco e in cui vita e scrittura si fondono fino a diventare la stessa cosa. Le libere donne di Magliano rappresenta per Mario Tobino questo incontro necessario. Tra le mura di un manicomio toscano, dove lavora per quarant’anni, a contatto con le tonalità della follia e con la fragilità umana, lo scrittore e medico trova la sua lingua più sincera, un lessico che nasce dall’esperienza e si modella sulla realtà viva delle persone che cura. La letteratura diventa così il luogo in cui la psichiatria smette di essere scienza pura e si trasforma in gesto umano, mai giudicante.
Chiamarlo romanzo è forse improprio. Pubblicato nel 1953, in un’Italia concentrata su altro, Le libere donne di Magliano è costruito come un diario, un quaderno di appunti in cui ogni pagina sembra scritta tra un colloquio e l’altro, tra il silenzio dei corridoi e il rumore di una porta che si chiude. Non c’è trama ma una successione di istantanee, di incontri, di sguardi. Tobino non inventa: osserva, ascolta, restituisce. Ogni parola è intrisa di realtà, di quella materia viva che nasce dall’esperienza diretta e che il suo sguardo di medico-poeta riesce a tradurre in forma letteraria. La scrittura segue il ritmo della vita che si consuma dentro il manicomio: irregolare, febbrile, a tratti dolce, a tratti disperata.
Dentro questo spazio di dolore e di cura, le donne di Magliano, che la società considera «senza senso e senza scopo», sembrano figure sospese: rinchiuse ma, paradossalmente, libere. La loro libertà nasce proprio dall’essersi sottratte al mondo, dai ruoli e dalle convenzioni che altrove le avrebbero soffocate. Sono creature che, accanto ai coni d’ombra e alle dissonanze della personalità in cui si perdono, dicono ciò che sentono, vivono senza filtri, conservano un’innocenza antica, una sincerità che il mondo esterno ha rifiutato. Nella loro fragilità si nasconde una forza autentica, la stessa che Tobino, con sguardo pieno di tenerezza e rispetto, cerca di restituire al lettore con la testimonianza.
Le osserva come medico e come uomo che si interroga. Nei loro gesti, nei silenzi, in quegli occhi parlanti, egli scorge la traccia di un’umanità che non si lascia cancellare. La scrittura si fa allora doppia: clinica e poetica, oggettiva e commossa. Tobino descrive i sintomi ma, al contempo, ne oltrepassa i confini, cercando l’anima che li abita. Segna così il passaggio da una psichiatria organicistica ad una fenomenologica, fondata sull’empatia e sull’ascolto di questi Don Chisciotte che vivono in camicia e non possono camminare su un ronzino al chiaro di luna ma che hanno la nostra stessa immagine, solo meno precisa. Ne consegue che le donne del centro psichiatrico non sono solo pazienti ma creature che hanno amato troppo, che hanno resistito, che non si sono adattate. Alcune sono state travolte da un dolore inespresso, altre da una passione che la società non perdona. Maggiano diventa così il rovescio del mondo, il luogo dove finiscono le vite che non si lasciano addomesticare da un esterno incapace di comprenderle e anche di contenerle.
Eppure Tobino non racconta un inferno ma un fragile paradiso umano. Tra quelle mura che proteggono egli scopre una vitalità che altrove è spenta. Tutto il libro è attraversato da sguardi: gli occhi delle malate, in particolare, sono il centro della narrazione. Occhi che chiedono, si spaventano, amano, rivelano, più delle parole, la presenza viva dell’anima. «Il manicomio è pieno di fiori, ma non si riesce a vederli», scrive Tobino, e proprio in quegli occhi egli impara a scorgere ciò che la ragione non sa più riconoscere. Nei volti segnati dal dolore trova la parte più intatta e luminosa dell’essere umano. Quegli occhi raccontano storie accumulate: dolore, gioia, intelligenza, curiosità, malizia. Una ricchezza interiore che lo attrae e che risuona come il controcanto dei comportamenti “sballati” delle degenti.
La sua voce resta sempre in bilico tra la distanza del medico e la partecipazione dell’uomo. Curare, per Tobino, significa anzitutto comprendere. Egli sa che la guarigione non può esistere senza compassione e che la scrittura può diventare un modo di prendersi cura: nominare, ricordare, ridare dignità. Negli anni in cui lavora e scrive, la psichiatria è ancora priva dell’uso degli psicofarmaci, la cura passa per la parola, per la vicinanza, per l’ascolto. È una medicina fatta di presenza e di fiducia, dove il contatto umano sostituisce la terapia. Il manicomio dovrebbe essere un luogo di cura ma nella realtà degli anni ’50 spesso è solo un luogo di contenimento che Tobino cerca, investendo tutto sé stesso, di rendere meno freddo. In questo senso Le libere donne di Magliano è anche un atto di resistenza morale: un tentativo di restituire volto e nome a chi è stato dimenticato a «fare di ogni grano di questo territorio un tranquillo, ordinato, universale parlare». Nelle pagine emerge anche la convinzione della reversibilità della follia perché per l’autore la malattia mentale non è condanna eterna. Può regredire, mutare, lasciare spazio a momenti di lucidità e persino guarire. È un richiamo alla speranza ma anche all’imprevedibilità dell’animo umano.
Proprio qui, nel punto più alto della sua esperienza, Tobino si ferma e ci interroga:
«Cosa significa essere matti? Perché si è matti? Una malattia della quale non si sa l’origine né il meccanismo, né perché finisce o perché continua. E questa malattia, che non si sa se è una malattia, la nostra superbia ha denominato pazzia.»
È, questo, un pensiero che segna la sua intera visione e che lo accompagnerà anche nelle opere successive: la follia come mistero, come domanda aperta, come verità che sfugge alla presunzione di chi si crede sano. Da fuori. In questo sguardo pionieristico si rivela la sua forza morale: la capacità di riconoscere l’enigma senza pretendere di risolverlo.
Riletto oggi, Le libere donne di Magliano conserva intatta la sua potenza. Non è solo la testimonianza di una psichiatria che si apre all’umano ma un testo che continua a parlarci della dignità, della fragilità, del confine sottile che separa la ragione dallo smarrimento. Tobino non idealizza ma comprende. E nel farlo trasforma il manicomio in uno specchio dell’esistenza: un luogo in cui la follia e la verità si toccano, dove la parola diventa redenzione, un modo per mettere ordine nel caos e restituire senso a un’umanità dispersa.
Ricuperare queste pagine, benché novecentesche, di Tobino significa oggi ricordare che la libertà più profonda non sta nell’assenza di limiti ma nella capacità di guardare il “diverso” senza paura, di riconoscere nei suoi occhi la stessa luce, appena incrinata, che abita anche noi. Le donne di Magliano, chiuse eppure libere, continuano a parlarci da quel margine del mondo dove la fragilità si fa rivelazione e dove la voce di un medico che scrive con afflato riesce ancora a commuovere e a salvare. Sono una galleria di figure indimenticabili, dimenticate dal mondo ma illuminate dalla scrittura, ombre con le radici al di fuori della realtà, come personaggi di una tragedia greca osservati al lume discreto della verità.
Claudio Musso
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