23:53

Dalla stanza accanto arriva il suono indistinto della televisione accesa. Troppo stanca per leggere, afferro il telefono e digito veloce sulla tastiera.

– Ohi Fede, sveglia?

F: È solo mezzanotte. Certo che sì.

– Che fai?

F: Sto in terrazza, mi faccio una sigaretta. E tu?

– A letto. Birretta?

F: Già dato.

– Che dici?

F: E che dico?

– Lavoro?

F: Ancora nulla.

– Cazzo mi dispiace.

È la domanda sbagliata. Quando troverà un nuovo lavoro sarò la prima a cui lo dirà, eppure, tic tic tic… digito parole di cui mi pento subito.

F: Sapessi a me.

– Sai che penso. Torna qui!

F: E che torno a fare? Lavoro non c’è nemmeno lì.

– Ma è più facile. C’è casa tua. Niente affitto. E ci sono io.

F: Pure qua conosco gente. Ho un sacco di amiche.

– Che stronza che sei…

F: Non fare la gelosa. Non è come con te, ma con loro sto bene.

Incasso. Dopo tutto sono io che ho cominciato.

– Ti chiamo. Ho voglia di parlare.

F: Non mi va di stare al telefono.

– Allora chiudo. È da sceme fare conversazione su WhatsApp.

F: Ti mando un vocale?

– Pure peggio.

F: Io li amo. Comodi. E poi se non ti piace cancelli e registri di nuovo.

Mi si accartoccia lo stomaco. Non la sopporto più questa amicizia in differita, ridotta a emozioni sterilizzate e pensieri rimuginati.

– Allora chiudo.

F: No dai, stai con me.

– Allora parliamo!

F: Non mi va ora, e poi la linea va e viene. Però mi manchi.

Mi conosce così bene. Basta così poco per andare a segno.

– Dai, vengo a trovarti presto.

F: Finalmente.

– Ci facciamo un altro giro lì sulla costa.

F: Ti porto in quel posto di pescatori a mangiare.

– Magari non alle cinque del pomeriggio.

F: Mi piace così. E tu, come stai?

Esito. Non so come rispondere a questa domanda. La mia vita così ordinaria. I miei desideri così astratti, i miei bisogni così effimeri. Sono colpevole di un’esistenza normale.

– Certi giorni vorrei andare via.

Vorrei non averlo detto, nonostante sia vero. Suona compiacente, mi infastidisce.

F: E vieni qua, no?

– Ma sei seria? Mica sono come te.

F: Pensi che io sia una matta.

– Tu sei una coraggiosa e io una vigliaccona. Ti torna così?

F: Vedi perché non ti voglio parlare? Finiamo per litigare e non mi va.  Perfino in chat. Mi fanno male le dita, passo e chiudo.

– Aspetta. Lo sai che ho quasi smesso di fumare?

F: In che senso quasi?

– Una ogni tanto. Fumavo solo con te.

F: Cazzo vedi, ti fa bene che sto lontana.

– No che non mi fa bene. Mi manchi anche tu.

F: Tipo cosa?

– Sentirci a tutte le ore. Adesso è difficile.

F: Orari diversi. E basta?

– I concerti. Pearl Jam all’Arena di Verona.

F: E Kurt Cobain dove lo metti? 40 gradi, noi seminude sul pavimento di marmo di casa mia a fumare con la musica a palla.

– E mangiare insalata russa. Pietro dice che siamo due fricchettone attempate.

F: Lascialo dire. Tutta invidia. Ho ancora due mesi di sussidio di disoccupazione, poi vendo la macchina. Altro che fricchettona.

– E poi?

F: Quando finiscono i soldi vendo la casa di Milano.

  • Allora non ti rivedo proprio più.

F: Per ora no. Sto andando a scuola, per imparare la lingua.

– Brava. E come va?

F: Siamo io e venti extracomunitari. A loro serve per il permesso di soggiorno.

– Loro super-motivati. E tu?

F: Pure. Ma è più difficile a una certa età.

– Che fai domani?

F: Esco col cane. Mando qualche curriculum. Vedo Teresa. Sto al telefono con te.

– Al telefono! Ma se parlarti è impossibile?

F: Mi piace che ci scriviamo. Quello che si scrive resta. Me lo posso rileggere, e ci ripenso.

– Sei da ricovero. Vado a dormire. Però domani ti chiamo. Guai a te se non rispondi.

Racconto di Carla Bellavia

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Playlist tratta  dalla trilogia di Isabella Santacroce
a cura di Carla Bellavia

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