È proprio vero che alcuni autori convincono per la nettezza delle idee, la linearità del pensiero, la coerenza argomentativa e l’affabilità enunciativa. Tutte virtù che Rachel Bespaloff, in questo saggio Su Camus allegramente sottotitolato Il mondo del condannato a morte, ha deciso di sacrificare al vizio della complessità. E di una complessità quantomai insidiosa, quella che indossa le vesti del paradosso, che abdica alle best practices razionalistiche per assumersi i rischi, e il piacere, di contraddirsi.

Sembra proprio infatti che la grandezza di Camus, per Bespaloff, stia nella sua capacità di abitare le proprie contraddizioni e con esse il clima di equivocità che se ne genera, nell’impegno a rimodulare quelle contraddizioni senza sosta, mettendosi al riparo dalla tentazione di risolverle. E nel registrare la presenza, nell’opera del francese, di questa perenne tensione, la Bespaloff allo stesso tempo la ricalca. La sua prosa saggistica è qui talmente complanare al suo oggetto da mimarne la vocazione alla contradditorietà fin nelle strutture discorsive. La sua stessa andatura, il suo particolare modus cogitandi, sono improntati alle forme sintattico-semantiche del paradosso e dell’ambivalenza: temerarie anfibolie, avversative in rovesciamento antinomico delle reggenti, disorientanti cortocircuiti logici, tesi che contengono in embrione le proprie antitesi; fino a modi argomentativi che, se non fosse per l’istanza illuministica che nonostante tutto mette un argine alle estrosità del pensiero, nulla avrebbero da invidiare agli assalti matteblanchiani all’asimmetrismo aristotelico.

Ma non facciamoci prendere la mano. Anche perché l’adozione di uno stile discorsivo sensibile agli ammiccamenti del paradosso non implica tuttavia in Bespaloff la rinuncia ad organizzare la propria materia entro un’intelaiatura compositiva che nel corso della lettura si rivela funzionale a un preciso progetto esegetico, a parziale disconferma del frammentismo inorganico altrove dimostrato dalla filosofa. Lo si vede a partire dall’ordine con cui sceglie di mettere sotto lente i quattro scritti di Camus (Lo straniero, La peste, Caligola, Il malinteso), che da una parte fa leva sulla tassonomia di genere (i due scritti narrativi seguiti dai due teatrali), dall’altra rifiuta la falsa riga offerta dal criterio cronologico per obbedire all’impulso, più urgente, di un pensiero che sembra muovere da una necessità esistenziale. Sorprende e non sorprende, proprio per questo, la facilità con cui Bespaloff scivola, non senza provocare qua e là qualche smottamento del terreno ma più spesso con la destrezza dell’escursionista navigata, da una riflessione che procede stretta all’opera di Camus ad intuizioni che allargano silentemente le proprie maglie e si svincolano da quella, per attingere direttamente agli interrogativi che premono sulla sensibilità di chi scrive – e man mano anche di chi legge –, in un’operazione che finisce col coinvolgere di riflesso alcuni dei problemi nodali della contemporaneità (sua e nostra).

Se è vero quindi che, nel seguire la penna di Camus, Bespaloff ne condivide in prima persona la propensione a una certa studiata incoerenza, non potranno che tendere al paradossale anche le formule nelle quali essa cerca di catturare le traiettorie letterarie, intellettuali ed umane che quella penna traccia. Si spiegano infatti anche in questa prospettiva, per esempio: il ritratto del Camus auctor come irresistibilmente – e mediterraneamente – portato ad amare la vita dentro e nonostante l’orizzonte della morte; o l’etichetta quasi ossimorica di “realismo criptico” assegnata da Bespaloff a quella tecnica narrativa che mette l’oggettività (i fatti spogliati di qualsiasi interpretazione) al servizio non del principio di realtà ma di una rappresentazione dell’umano fedele alla sua indicibilità, e in cui l’uso della prima persona, sulla scorta di Gide, ha una funzione distanziante e non certo intimistica; e ancora, deve certamente qualcosa alla comune passione per il disinnesco logico, la distinzione tra “rivolta romantica” e “rivolta moderna”, di cui Bespaloff si avvale per marcare la distanza tra un atto di ribellione ancorato al mito dell’originalità indefessa (alla Julien Sorel, per intenderci) e quello che, essendo passato attraverso la sentenza nietzschiana sull’eterno ritorno, serve solo a ribadire l’insensata ricorsività di una punizione priva di punitore.

È a colpi di contraddizioni, quindi, che la riflessione di Bespaloff su Camus converge da più direzioni in quello che è uno dei suoi centri geometrici: l’istanza etica, intesa in ultima analisi come invito a non disertare la propria condizione di “uomo condannato insieme ad altri uomini condannati in egual misura”. Inutile dire che su questo fronte la postura della Bespaloff non è quella del moralista, al cui orecchio dopotutto mal si adatterebbero le disarmonie dell’ambivalenza, bensì quella, appunto, del filosofo, nella misura in cui quest’ultimo è per definizione, con il Lyotard de La condizione postmoderna, colui che – a differenza dell’esperto che conclude – interroga. Ecco infine che, in Camus come nella voce che tenta di raccontarcelo, la coazione a prolungare indefinitamente la vitale tensione che deriva dall’autocontraddirsi non può che portare a concepire il significato – di che cosa poi? Di ciò che resiste all’onda d’urto dell’assurdo o di ciò che la genera? – come “conquista provvisoria”: messa a fuoco parziale, negoziazione continua, punto d’equilibrio sempre sofferto, mai definitivo. Così, quella che in Camus è una qualità filosofico-letteraria, in Bespaloff diventa primariamente un tratto di stile e una forma mentis.

E proprio in omaggio al suo gusto per gli espedienti cortocircuitanti – e rincarando la dose con un’inclinazione tutta personale alla circolarità –, possiamo concludere cercando di evocare lo spessore intellettuale della Bespaloff con le stesse parole che lei riteneva idonee a tratteggiare quello di Camus in apertura del suo saggio: “poche pagine, poche parole, ma in questo poco l’uomo moderno e il suo tormento, il suo peccato, la sua grandezza”.

Davide Gualtieri

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