Rachel Bespaloff e la doppia appartenenza
A Sofia, in quell’incrocio di culture ed etnie rappresentato dal centro storico della capitale bulgara, sorta sulle vestigia della romana Serdica (nata con l’invasione della Tracia da parte di Licinio Crasso nel 29 a.C.), si incontrano, in poche centinaia di metri, la grande sinagoga sefardita col museo dell’ebraismo, la moschea Banya Bashi, capolavoro di architettura ottomana tra i più antichi d’Europa (risale al 537 d.c. Il primo edificio cattolico, in seguito riconvertito) e la Rotonda di San Giorgio, tra gli edifici in assoluto più antichi della città, oggi luogo di culto della religione ortodossa, in origine – cioè in epoca romana – ospitava un martyrium, tempio dedicato a un santo martirizzato.
È nella grande sinagoga di Sofia, che ho letto per la prima volta il nome di Rachel Bespaloff. La filosofa ucraina nacque nel 1895 casualmente proprio in Bulgaria, a Nova Zagora. Insieme ai genitori, il padre Daniel Pasmanik, medico nonché uno dei principali teorici russi del sionismo, e la madre Debora Perlmutter, – di formazione umanistica, una delle prime donne a portare a termine un dottorato – ce la immaginiamo in fuga dall’Impero Russo, che sotto Alessandro III si trovò nel rigurgito dell’autocrazia e del nazionalismo, con forte spinta alla protezione delle radici slave, disprezzo per la democrazia, le libertà di espressione e di culto. Ha inizio con la sua nascita su una via di fuga la diaspora che durerà tutta la vita, e che segnerà profondamente l’esistenza e il pensiero di Rachel. Non avevo mai sentito parlare di questa pensatrice quando presi in mano la piccola informativa su di lei a cura del Museo Ebraico il giorno del mio primo ingresso nell’edificio della sinagoga, che fu costruito negli anni tra il 1905 e il 1909, allorché Bespaloff aveva già lasciato la terra che le dette i natali, per spostarsi a Ginevra prima e in Francia, poi.
Andando in seguito a leggere qualche elemento biografico sulla sua vita, mi parve altamente simbolico il luogo del mio incontro con lei, che si trova proprio al crocevia delle molte appartenenze che forgiarono la sua vita: la nascita in una famiglia di radici ebraiche, la fuga e il radicamento nella cultura francese, – nella quintessenza e nel fermento dell’intellighenzia europea – e la provenienza dalle propaggini orientali dell’impero russo. Bespaloff segue una formazione musicale, si dedica all’euritmica, quindi all’arte del movimento ideata da Dalcroze, dove il principio fondamentale è l’unione tra mente, corpo e musica, utilizzando il movimento naturale. Studia direzione d’orchestra e filosofia, e la vediamo presto cimentarsi con saggi e scritti filosofici oltre che con l’insegnamento della letteratura francese.
Fu proprio al momento in cui la questione razziale impose il trasferimento in America, compiuto controvoglia nel 1942 in giugno per volere del marito (per fortuna fu accompagnata da Jean Wahl[1], forse la persona più vicina al suo animo), che nacque in lei l’urgenza di coniare il concetto di “doppia appartenenza”.
Il testo più diretto sul tema è il saggio De la double appartenance, pubblicato nel 1943[2]. In questo Bespaloff non prende posizione a favore o contro il sionismo politico, ma riflette sulla “questione ebraica” come condizione esistenziale. Propone la “twofold relationship”: nessuna rinuncia, né all’identità ebraica, né all’assimilazione con la cultura ospite. Per lei l’ebreo vive un “intreccio esistenziale difficile da sciogliere” tra identità originaria e vita sociale del paese in cui si trova.
L’ebraismo è per lei una tensione, non un progetto politico; la sua “vera e genuina ebraicità” non sta nel definire una forma politica, ma nel riconoscere la corrispondenza tra gli eventi della sua vita, la storia e il destino del popolo ebraico. È più interessata all’esperienza dell’esilio, che al sionismo come movimento statuale. Mentre suo padre Daniel Pasmanik era un sionista militante e antibolscevico, Rachel prese piano le distanze dai maestri, incluso Lev Šestov, al pensiero nichilista del quale aveva inizialmente aderito. Nei suoi scritti filosofici si confronta con Heidegger, Kierkegaard, Weil, ma non lascia un manifesto politico, la sua riflessione resta sul piano etico-esistenziale. Lei si sente libera di coniare un proprio pensiero.
Per Bespaloff la “doppia appartenenza”, è una condizione da abitare. Nel saggio del 1943 lei teorizza la condizione di perenne “bilico” dell’ebreo moderno: se rinuncia alla sua origine si tradisce, se si assimila del tutto perde se stesso. E questo “impasto esistenziale” produce una ricaduta etica, religiosa e politica ogni volta che tradisce l’identità originaria.
Evidentemente il mio percorso esistenziale, che mi ha portato molto giovane lontano dall’Italia e a confronto con altre lingue e culture – un percorso che si è mantenuto sino a qui – mi ha reso molto sensibile alle tematiche affrontate dalla nostra, per cui c’è stato stupore nell’incontro, e anche gratitudine per la recente riscoperta di questo personaggio, che ci mette a confronto con tematiche tornate di grande attualità e al centro del dibattito, per quanto questo tempo ci imponga un cambiamento totale di prospettiva, in certo senso.
I momenti di maggiore stimolo che ho trovato nella riflessione di Rachel Bespaloff sono i seguenti:
- L’identità è per lei rafforzata dall’intento creativo e dalla responsabilità etica: l’umanesimo è la chiave che apre l’atteggiamento della pensatrice in risposta alla violenza della storia. Il dramma dell’epoca viene interiorizzato, e tutta l’esistenza umana diventa espressione drammatica del tempo vissuto.
- Bespaloff non chiede coerenza, chiede fedeltà a se stessi. Non si ha il dovere di scegliere ed escludere: si può appartenere alla Svizzera dove siamo cresciuti, alla Parigi che ha plasmato il pensiero, e all’Ucraina da cui proveniamo. La fedeltà è in movimento tra queste forme identitarie, non è una scelta univoca. Questa flessibilità culturale è stata fondamentale per me, per capire anche il mio personale senso di molteplicità rispetto alle fonti formativo- identitarie, che mi porta a escludere un orizzonte “nazionalista”.
- Il corpo come memoria: il tempo non è astratto, lo misuriamo col corpo, col ritmo, con la musica. Essere doppi o addirittura molteplici è una conformazione che finisce per incarnarsi. La creazione, la poesia che da ultimo le sembrò lo strumento perfetto per “l’aprirsi dell’essere” data la sua capacità di “istituire una connessione con la verità”, fruisce dell’istante, cioè dell’immediatezza, dell’intima connessione con “l’identità più remota del vero”.
- L’esilio come discrimine percettivo: la vita in diaspora, al pari di quella tra le guerre, viene plasmata dal disordine, dalla condizione di perdita e sconfitta, che permette di acquisire una nuova percezione del tempo in cui si vive. Tutta l’attitudine esistenziale diventa più drammatica. Il “recupero del tragico” è reso urgente dalle bufere della storia.[3]
In effetti, questi elementi di pensiero hanno aperto – per quanto mi riguarda – nuove finestre e soprattutto, dei forti momenti di contatto tra la sua epoca e la nostra, per quanto, come già detto, le prospettive possano sembrare addirittura ribaltate, quando affrontiamo temi quali il sionismo e la nazionalità. Di fatto, mi pare di poter affermare che più che un ribaltamento ci sia semplicemente un’incapacità dell’umanità di imparare dai propri fallimenti.
La scelta di Rachel Bespaloff, suicida a New York nel 1949 dopo la morte del marito e la difficile convivenza con la superficialità del grande paese capitalista, che la ospitava ma non riusciva a farla sentire integrata e accolta, non fa altro che confermare questa ipotesi.
Anna Bertini
[1] Jean Wahl (1888-1974), filosofo, professore alla Sorbona, superstite dell’Olocausto, fu molto legato a Bespaloff, con la quale, essendo sfuggito alla prigionia nel campo di Drancy, emigrò in America.
[2] Twofold Relationship, apparso sulla rivista “Contemporary Jewish Record, 6 giugno 1943, pg. 244-253
[3] Tutte le citazioni si rifanno alla lettura di: Rachel Bespaloff, La sfida della libertà – Gli anni americani (1943-1949), Castelvecchi editore, 2024.
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