Con il titolo del suo memoir, Forse, uscito nel 2016, Rosetta Loy radica subito la sua storia (e la scrittura) nel posto che amo di più: quello delle possibilità, dove non ci sono certezze, dove ricordare (la propria storia) è anche dimenticare, forse. Poi scrive un incipit meraviglioso: “Io sono morta tre volte”. Una da bambina, la seconda quando esce dall’ospedale dopo un travaglio lungo e difficile, dopo essere diventata madre, perché la donna che era entrata in clinica non esisteva più, “era morta in quell’orrendo corto-circuito durato quattordici ore”. La terza non ce la confessa, la lascia andare. Dopo? Quando le diagnosticarono una malattia che non aveva? Non ha tempo di dircelo, Rosetta, perché sta già seguendo la donna che è uscita dall’ospedale dopo la nascita della primogenita Anna. È morta, eppure sta scrivendo e raccontando la sua storia: quella della giovane madre in cui si era trasformata, quella che aveva preso il posto dell’altra. Almeno nelle intenzioni.

C’è una Rosetta Loy che appartiene alla famiglia alto-borghese dei Pivetti, guidata dal padre, un ricco costruttore, molto cattolico, lo stesso che regala a Rosetta la prima macchina da scrivere, una Lexicon. In questa famiglia, la madre resta nell’ombra. Protetta dalla famiglia, Rosetta cresce, tra la guerra di cui, grazie alla posizione del padre, a Rosetta arriva solo la parola ebreo, come se la guerra scivolasse assieme alla cartella sui corridoi di marmo pregiato della nuova casa romana di fronte a Villa Grazioli, dopo quella di via Flaminia. Cresce tra gonne a ruota, camiciole di seta e scarpe coi tacchi, tra suore, balie, governanti che gli parlano in tedesco o in francese, autisti, e maestre di piano. È la Rosetta che ai primi balli, vestita di calzettoni fa tappezzeria con le pareti, poi diventa una donna dalla vite sottile, le gambe lunghe e il seno piccolo, e il primo vestito da sera, quando alle festicciole del pomeriggio con i ragazzi con i brufoli si succedono cocktails e balli. Alle bambole di pezza si sono sostituite le partite a ping-pong con gli amici dei fratelli. La stessa che sposa, in una ribellione a metà, perché lui è comunista e il padre ostacolerà quell’unione, Peppe Loy, fratello del cineasta. “Non sa, papà, che sto scoprendo un nuovo modo di vivere e sono passata dal chiuso di un cortile all’aria aperta delle strade, e non ci rinuncerò più”. La ragazza per cui il nastro bianco e la coroncina di fiori d’arancio sono ancora un “traguardo”. Il marito è al centro di questa vita piena e felice, che si srotola come un tappeto. D’inverno, negli inverni da innamorati, Peppe Loy l’avvolgeva nel suo cappotto, ereditato dal padre, un cappotto pesante di fustagno, che la imprigiona, e lei cerca di divincolarsi. La moglie che avrà quattro figli, che il marito aiuterà nei momenti difficili, accompagnandola in clinica e invogliandola a scrivere quando arriva il buio della depressione. Poi c’è la Rosetta dei “forse”, la bambina che a cinque anni, perde in parte l’udito, la donna che si innamora di un altro uomo, Cesare Garboli, la donna della depressione, la scrittrice.

Questa donna Loy però è capace di inseguirla solo nelle prime pagine. Come se sia in qualche modo l’unica morta davvero. Perché a sopravvivere è sempre l’altra, quella dei ricordi, quella costruita dalla famiglia e dalla società. Eppure è sufficiente raccontare che il destino di quelle donne (e in parte, anche del nostro), sia una continua rinascita, dire senza preamboli che diventare madre è un travaglio. Un prima e un dopo, con un taglio netto, così netto da sembrare delle sopravvissute. Dopo, nel resto del romanzo, di pennellata in pennellata, uno schizzo dopo l’altro, torna la ragazza di prima con le sue ingenuità e futilità e piccole ribellioni, con una vita agiata, una vita in cui bisogna scendere a patti con i propri genitori e con tutto quello che loro hanno costruito per noi. La donna che riparte sempre da un uomo, il padre e poi il marito. Poi sarà la volta di Garboli (Cesare). Ed è proprio la reticenza di Loy a parlare di sé, a spiegare e raccontare cos’è morto, a raccontare il punto di fuga e di caduta, cosa fa di quella donna che esce dalla clinica una donna diversa, l’oggetto sfuggente di questa memoria in qualche modo ancora da scrivere.

Per sopravvivere il centro è la memoria, nel senso di andare dietro nel tempo, in un tempo in cui la vita (e la letteratura) avanzavano al ritmo della riflessione senza effetti speciali, senza le parole del gergo e la frenesia di questa contemporaneità onnivora che tutto mischia e tutto divora. Attraverso la memoria e la storia, laggiù, Loy ritrova sempre intatta la bambina che crede nella Befana, quella che si addormenta con la storia dell’Omino del sonno. Perché lì è in qualche modo l’unico posto in cui si “fanno le sue frasi”. Una memoria molto intima, fatta dei colori dei vestiti, una seggiolina azzurra e una carta da parati scarabocchiata. Loy racconta nelle interviste di scrivere di pomeriggio, nell’ora lunga lontana dalla vitalità del mattino e dagli incubi della notte, tra “cane e lupo”. Racconta che per lei scrivere è come aprire un sipario, ed è proprio così le prime linee dei suoi romanzi scostano la tenda e siamo già in un’altra stanza, in un altro luogo, in un altro tempo. E questa memoria che avanza per impressioni è molto Woolfiana (scrittrice amatissima), anche se senza troppi tormenti né visioni. Le parole scostano la tenda e siamo subito nel mezzo della Seconda guerra mondiale senza introduzioni. I ricordi sono pezzi incomprensibili, sbrigativi, agghiaccianti. Vanno a finire assieme ai pezzi di pelle nella tazzina da thè di una signorina che della vita non deve vedere le miserie. Così in La parola ebreo, con una contemporaneità che non è mai abbastanza, Loy racconta quello che accade sempre e comunque in ogni guerra: il dolore che scivola sempre accanto, abbastanza lontano, quello che spii dalle finestre o origli in una conversazione, come il racconto intercettato della madre che parla di una donna che ha appena partorito e l’ufficiale delle SS la sta  strattonando e spingendo su un camion e lei in quell’ultimo gesto lascia cadere il fagotto che non allatterà nelle braccia di un passante, uno sconosciuto per salvarlo nell’attimo prima. La guerra e le persecuzioni si istallano discretamente, mentre Rosetta e i suoi fratelli corrono a perdifiato nelle valli di Ortisei. “Nelle mie giornate nulla è cambiato”. I Levi, i Della Seta, e gli altri ebrei come loro, appaiono e scompaiono dalle finestre di fronte e del pozzo in cui stanno scivolando a Rosetta non arriva nemmeno un fruscio. La guerra è scoppiata ma l’estate è comunque bellissima. E in quell’interminabile 1942, lei e le sue sorelle, sciocche bambine, si pettinano come delle dive nella casa nuova.

Poi arriva la domanda che è il cuore di questo libro coraggioso: “Cosa si aspettavano da noi i Della Seta? L’ingegnere Levi e quel ragazzo che amava suonare Chopin?” la risposta è “un orlo nero”, quello che macchia da sempre le nostre vite al riparo, quel “noi”, che siamo buoni, innocenti, ci crediamo più intelligenti. Noi che, nonostante i buoni propositi, siamo vuoti, senza memoria e senza storia. Oggi come allora, noi non abbiamo avuto il coraggio di fermarli, ci siamo accontentati di sentire gli stivali rimbombare per le scale, le porte chiudersi e abbiamo preferito far finta di niente.

La memoria storica (che dovrebbe sempre dare senso a un memoir) si intreccia (come accade per davvero) con la vita di tutti i giorni, dove il terrore passa impercettibilmente sempre accanto a tutto il resto. Perché ciò che accade nel terreno della memoria (e della produzione artistica) non è dissimile, mai troppo distante da ciò che accade nella nostra vita di tutti i giorni (che è sempre contingente e frivola). Questo nesso è il meccanismo narrativo originale di Loy (proseguendo la strada aperta da Natalia Ginzburg). Solo così, portandola in questa dimensione più prosaica, la memoria compie ciò che deve compiere, ovvero “non cessare di passare”.

Silvia Acierno