Si dice in molte lingue, culture e direzioni, che le vite di persone lontane siano legate, che i percorsi in qualche modo si incrocino e si contaminino, anche impercettibilmente.
Amata di Ilaria Bernardini è una storia di donne di fronte alla propria identità, è una storia di uomini in attesa o in fuga, è la storia di un futuro che viene al mondo già legato da molti fili a persone che sono e resteranno lontane.
È la storia di un’istituzione antica, con cui la società tutela i più fragili dal dolore del loro essere venuti al mondo: che si chiami ruota o culla poco importa, il senso è quello, non sono le parole. Siamo legati: dove due mani depositano, altre braccia accolgono.
Non ti piace la parola abbandonato, vorresti leggere affidato. O anzi, ancora meglio, vorresti cadessero le consonanti anche di affidato. Che restassero solo le A. la parola cambierebbe ancora, sceglieresti nuove consonanti, magari la M e la T di amato. O amata.
Nunzia ha scoperto una gravidanza quasi per caso, nella sua stanza condivisa con le compagne di università. L’ha incontrata come una cosa che riguardasse un altro, anche se la trasformava. L’ha tenuta calda come un segreto, nascosta sotto le maglie larghe, esile com’è. L’ha portata in stanze di albergo per aspettare, con le mani pronte ad accogliere l’ospite inatteso e consegnarlo in altre braccia, senza nemmeno uno sguardo. Non è durezza, ma estraneità, come se la vita avesse sbagliato indirizzo.
Niente di terribile può accadere vicino ai delfini. Tu non puoi scegliere di partorire in mare ma, se potessi, quella sarebbe la tua scelta.
Che poi partorire da sola non è un granché, ma fa venire una forza sovrumana, a piedi fino all’ospedale, fino alla culla, a consegnare ad altre mani.
Maddalena in un ospedale c’è stata fin troppe volte. Non a tendere le braccia, ma a cercare il suo essere madre.
Non è possibile. Cioè è possibile ma allo zero virgola uno per cento. Tu, poveraccia, ti attacchi e ti attaccherai sempre anche a quello zero virgola uno per cento perché lasciare andare quello zero virgola uno per cento è terribile.
C’è stata dentro finchè non ha scelto di non essere madre con il ventre, ma con le braccia.
L’attesa, la battaglia e la speranza hanno cambiato posto nel corpo.
Dovete convincervi che non andrà male anche questo. Che smetterai di dire siamo stati sfortunati e inizierai a dire siamo stati fortunati.
Anche i luoghi sono cambiati: dalla sala d’aspetto al telefono, dall’ambulatorio al bar lì davanti per essere pronti ad accogliere quella vita amata lasciata nella culla, mantenere il filo del legame, impercettibilmente. E darle un nome bellissimo, magari con la Z.
Amata è una storia di strade, ma anche di giudizi. Perché la vita è così, c’è chi percorre e chi guarda e indica. E poi ci si scambia di posto. È una storia di parole con dentro una Z. La speranza, che accoglie chi è lasciato in una culla e non spezza il filo. E il silenzio, che va augurato a tutti coloro che camminano la loro strada, perché col giudizio non cresce l’amore.
Elena Cappai
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