Il 19 dicembre del 2022 il New Yorker pubblica un articolo di Kyle Chayka che pare l’addio ad un caro amico: On Monday at noon, the literary review Bookforum tweeted out its own death notice: the current issue would regretfully “be the magazine’s last.”
E quando muore una rivista, soprattutto se letteraria, sembra manchi un caro amico con le sue storie, le sue memorie.
C’è una malinconia particolare nel momento in cui una rivista letteraria chiude i battenti. Non è solo la sensazione di perdere un appuntamento, un’uscita periodica che scandisce il tempo dei lettori. È come se si spegnesse una piccola luce in quella costellazione fragile e preziosa che sono le riviste letterarie. Piccoli spazi di creatività, palestra per scrittori giovani e laboratorio per sperimentare per gli autori più maturi.
Crack Rivista è nata nell’ottobre del 2018 da Giorgio Ghibaudo, Manuela Barban, Andrea Ciardo, Orietta Martinetto, Roberto De Filippo. È figlia di una rottura e di un desiderio. Rottura, perché proveniva dall’esperienza di Carie e dalla decisione di alcuni dei suoi fondatori di intraprendere una strada diversa. Desiderio, perché la spinta iniziale era quella di creare una rivista libera, viva, mutevole, capace di sorprendere e di coinvolgere.
Il primo numero esce nel febbraio 2019 e da allora ne sono seguiti diciannove, più quattro numeri speciali. Ognuno diverso dal precedente, eppure legato a un manifesto che era più di una dichiarazione d’intenti: era una bussola, una promessa ai lettori e a se stessi.
Una promessa mantenuta
Il manifesto di Crack si può riassumere in quattro punti, semplici ma radicali.
Gratis non è sciatto: il valore di un’opera non si misura dal prezzo di copertina, ma dall’impegno, dalla cura, dal rispetto verso chi legge.
Non ci piacciono le cose statiche: una rivista che cambia pelle a ogni uscita, che sperimenta, che non vuole addormentarsi nella ripetizione.
Non abbiamo padroni: nessun vincolo, nessun compromesso con interessi esterni. Solo la libertà di seguire i lettori, la curiosità, l’errore e la scoperta.
Corto è bello: perché spesso la forma breve contiene una potenza che l’essere prolissi rischia di diluire.
Sono principi che possono sembrare semplici, ma che messi insieme definiscono un atto di resistenza culturale. E Crack, numero dopo numero, ha mostrato che era possibile tradurli in pratica.
La rivista come palestra
Le riviste letterarie hanno sempre avuto un ruolo cruciale: sono state luoghi di formazione, di confronto, di crescita. Per uno scrittore, pubblicare un racconto su una rivista non è mai un gesto minore: è un banco di prova, un esperimento, un dialogo con i lettori e con gli altri autori.
Crack ha pubblicato più di 220 racconti e 210 autori solo nei numeri ordinari, con l’aggiunta di oltre quaranta testi negli speciali e diversi fumetti grazie alla collaborazione con la Scuola Internazionale di Comics di Torino. Cifre che non raccontano solo una quantità, ma la qualità di un terreno fertile, aperto, accogliente.
I numeri speciali rappresentano ognuno un piccolo universo a sé: Leggere fa male, la fantascienza in collaborazione con il MUFANT, il noir torinese di Torino Dora Nera, il cibo raccontato insieme a Play With Food. Ognuno di questi progetti è stato un modo per spingersi oltre, per non rimanere chiusi dentro uno schema.
Pochi autori sono apparsi più di una volta: segno di una scelta precisa, quella di dare spazio a tante voci diverse, di essere un laboratorio inclusivo più che una vetrina per pochi nomi.
E questo è forse il lascito più prezioso: la consapevolezza che senza riviste come Crack molti scrittori non avrebbero avuto il loro primo spazio, la loro prima lettura, il loro primo confronto. Ogni racconto, ogni pagina è stata una tessera in un mosaico più grande, quello della crescita collettiva di una comunità.
Non tutto è stato facile. C’è stato anche un passaggio doloroso: l’abbandono del cartaceo. Un passo che ha lasciato un senso di perdita, perché la fisicità di una rivista resta insostituibile. Ma anche questa è stata una scelta necessaria per continuare a esistere, almeno per un po’, in una forma diversa.
Un addio che non è una fine
La parola fine, in questo caso, è solo l’ultima pagina di un numero. Le storie, invece, restano.
Adesso Crack chiude. Si chiude una rivista, ma non si chiude la sua storia. Restano i numeri pubblicati, i racconti letti e riletti, le voci che hanno trovato il coraggio di uscire allo scoperto. Restano i legami creati, le collaborazioni nate, le tracce disseminate.
Chiude Crack, ma non chiude il suo messaggio: che una rivista può essere gratuita e allo stesso tempo di altissima qualità. Che il racconto breve non è un genere minore, ma un territorio fondamentale della letteratura. Che cambiare, sperimentare, rompere schemi è possibile e necessario.
In fondo, le riviste vivono finché qualcuno le legge, le ricorda, le cita, le porta con sé. E Crack continuerà a vivere in questo modo: come una palestra che ha formato scrittori, come una casa che ha accolto lettori curiosi, come una voce che ha rotto il silenzio per cinque anni.
Livio Milanesio

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