Da molto, moltissimo tempo, io detestavo con tutte le mie forze, senza quasi saperlo, la cosiddetta realtà: il meccanismo delle cose che sorgono nel tempo, e dal tempo sono distrutte. Questa realtà era per me incomprensibile e allucinante.

Se per alcune scrittrici provo ammirazione e devozione da lettrice, per Anna Maria Ortese provo amore da scrittrice. Le voglio bene, è un pezzetto di me. Il pezzetto di me che scrive e che in ogni istante mi manca. Le nostre parole dialogano in una direzione simile: rifiuto (quasi totale) di appigli realistici. Scrivendo fuggiamo in cerca di un riparo dalla realtà.

Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. È tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive o legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene“.

Se immaginiamo una distinzione tra chi scrive e gode e chi scrive e soffre, allora Anna Maria Ortese è il metronomo perfetto tra le due pulsioni letterarie che animano il dietro le quinte della scrittura. Viene considerata la sacerdotessa del dolore, la scrittrice della (e nella) sofferenza, l’anima in pena.

I soli che possono amarmi sono coloro che soffrono. Se uno davvero soffre sa che nei miei libri può trovarsi. Solo persone così possono amarmi. Il mondo? Il mondo è una forza ignota, tremenda, brutale. Le creature belle che pure ci sono, noi le conosciamo poco, troppo poco”.

Certo, il suo cuore era ferito. Come altro può sentirsi chi non oscura le proprie nevrosi? Chi, come lei, attraversa lo schifo del mondo con una delicatezza innata e quasi inspiegabile? Ma non fu il dolore il suo talento, il talento della Ortese è la visione.

Anna Maria Ortese, 1984. Foto © Paola Agosti

Anna Maria Ortese nasce a Roma nel 1914 e muore a Rapallo nel 1998. Con Poveri e semplici nel 1967 vince il Premio Strega che dichiara di accettare solo per soldi. Quella dei soldi, come per tutti gli scrittori e le scrittrici vere, è una questione predominante che la ossessiona al punto da determinarne l’umore e il piglio sarcastico. Umile con gli umili, intollerante con i “padroni”. Scrivere è come sognare, è un atto privato. Diceva, avendo molta ragione. Prima che una scrittrice, Anna Maria Ortese voleva essere una persona. Questo suo essere umana l’ha resa la dea delle piccole persone, una donna piena di grazia. La sua scrittura è etica, ripara il destino delle anime incapaci di fare del male e per questo, ecco sì, destinate a essere ferite. Destinate al dolore, queste piccole persone, sono consapevoli della propria condizione. Prede facili della miseria, sono attratte dalla bellezza. Le piccole persone si esiliano da sole.

Dietro la pacatezza a cui comunemente viene associata traspare una rabbia, fitta e sottile come nebbia, un’amarezza rissosa che rende il suo pensiero inafferrabile, generato da una cassandra mille spanne sopra tutti.

Anna Maria Ortese visse con un’eleganza naturale come quella della prosa iridescente de Il cardillo addolorato. Fu rivoluzionaria per quel nitido e spiritoso surrealismo con cui attraverso una donna-rettile ci fa riflettere sull’amore e le false apparenze ne L’iguana. La Ortese è stata una donna piena di grazia mostrandosi spregiudicata, è stata una scrittrice integra senza paura di vivere (quasi) per sempre lontana dalla sua Napoli “senza mare” in un’Italia a “influsso ritardato” che ancora oggi la legge poco, troppo poco.

Da dove iniziare
Un libro fondamentale per cominciare a conoscere Anna Maria Ortese è Corpo celeste. In questo breve saggio aprirete i cassetti più intimi della scrittrice. Il suo rapporto con la scrittura, perfino alcune osservazioni sulla asfissiante ristrutturazione del suo appartamento. Un ritratto intimo che emoziona.

Per approfondire
Ne Le piccole persone sono raccolti i principali interventi della scrittrice sui costumi sociali e politici dell’Italia del suo tempo, non affatto distante da quella attuale. Leggendolo scoprirete un’attivista animalista che si batteva contro la vivisezione, la caccia, l’abbandono degli animali senza risparmiare critiche feroci a intellettuali e politici falsamente progressisti.

La targa in via Palasciano (Foto Omninapoli)

Curiosità
In occasione del ventennale della sua morte, la città di Napoli quest’anno le ha dedicato una targa in via Ferdinando Palasciano, nei pressi della Riviera di Chiaia, dove la scrittrice visse negli anni del dopoguerra.

Alessandra Minervini

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