Questa è una recensione sentimentale e partigiana, un tributo, una specie d’inchino a un’autrice di rara eleganza. Sarà quindi una disamina poco “informativa”. Per fortuna di recensioni puntuali su La vita felice ne sono già state scritte parecchie: questo romanzo gode di un successo del tutto meritato. E, rarità delle rarità per un autore italiano, un successo fiorito soprattutto in Gran Bretagna. E da questo voglio cominciare.
Turin proves its worth an Olympic gold. The host city of the winter games doesn’t need tarting up its already full of elegant avenues, chic boutiques and an enticing occult history.
Con queste parole, nel febbraio 2006, il corrispondente del Sunday Times, Tom Lappin apriva la sua dichiarazione di stima alla città sabauda, titolare dei ventesimi giochi olimpici invernali. Sarà la percepibile impronta monarchica, la propensione all’understatement, la riservatezza come qualità essenziale o l’ordine ossessivo delle vie parallele ma tra i britannici si trovano molti estimatori di Torino. Una stima che nel corso degli anni ha meritato alla città continue riscoperte come meta irrinunciabile per il turismo anglosassone colto e choosy.
Quindi nonVarvello Classifica sorprende che la più sabauda delle nostre scrittrici, Elena Varvello, stia avendo uno straordinario e meritato riscontro laggiù, con la più piemontese delle sue storie.

La storia è raccontata qualche anno dopo i fatti dallo stesso protagonista: Elia Furenti. Alla fine degli anni settanta, Elia viveva in una di quelle cittadine incuneate nella mezza montagna attraversata dalle direttrici che portavano le carovane di cittadini ai parchi giochi invernali. Carovane che si lasciavano dietro solo fumi di carburante esausto e qualche spicciolo alle panetterie aperte la domenica. Erano borghi di gente che si arrabattava, sempre in salita, gente tagliata fuori dal boom economico, tradita dalla rivoluzione industriale come nelle periferie di Manchester, Bristol o Glasgow. Era il tempo della nascita di una storia d’amore difficile e nel quale Elia conviveva con un padre che aveva perso il lavoro, perso il contatto con la realtà e celava un segreto terribile.
Date le premesse Elia potrebbe inaugurare il suo ingresso nella vita adulta con il botto. Organizzare un gruppo armato, buttarsi nella droga, fondare un gruppo folk-rock dai capelli lunghi, insomma dar sfogo rumoroso ad una rabbia legittima. Ma Elia non è di questo avviso. Elia osserva, raccatta, mantiene la posizione. Per definire il movimento sospeso di Elia è necessaria una parola locale. Elia rabasta. È una parola sulla cui prima sillaba ci si sofferma costringendola all’onomatopea. Rrrrrrr. Letteralmente significa raschiare, soprattutto raschiare il fondo del barile. Elia piemontese e mezzo montanaro è abituato alla rarità emotiva, all’avarizia dei gesti, è quindi abituato a rabastare ciò che c’è di buono nelle sue giornate, nei rapporti con gli altri. Raccoglie con metodo la rara polvere d’oro che si cela nella sua famiglia e nella sua vita. E lo fa raccontando con rigore la storia di quei giorni, costruendo una specie di ponte tra il personaggio e l’autore della storia. Quindi anche Elena rabasta. Gratta via dalle frasi le parole superflue lasciando alla storia solo piccole schegge dorate, brevi composizioni esattissime dalle quali trarre l’essenza e niente più.
Mio padre era un manutentore, quel lavoro gli piaceva e non l’avrebbe mai cambiato. Quando le commesse presero a calare e i costi a lievitare, la società venne venduta. Mi padre ci diceva: «Tira una brutta aria». I nuovi proprietari truccarono i bilanci, rubarono i soldi, fregarono la gente.
E niente più.

Oltre che sabauda di nascita Elena è sabauda nel linguaggio, accarezza la scrittura con un’esattezza che contiene i sentimenti, li spoglia, li scolpisce nitidi fino alla crudeltà. Non bisogna ingannarsi, non c’è freddezza, anzi tutto il contrario. Ci vuole coraggio a raccontare le cose così come sono, senza aggettivi, senza quelle esplosioni catartiche di pathos, di pianto rituale, di lamentazione a bocca aperta che fanno uscire il dolore, lo disperdono nell’aria e ne condividono il peso. Elia ed Elena non si permettono sbavature. Restano in piedi come gli sparuti fanti sabaudi trincerati sul colle dell’Assietta che di fronte a forze dieci volte superiori risposero al nemico con l’ormai  paradigmatico bugia nen, non non ti muovere. Un eroismo statico, fatto per via di levare, i pochi contro molti, la rinuncia di fronte all’agitazione. Come a Balaklava dove gli Highlander, britannici ancora, risposero alla scalmanata cavalleria russa con la loro inamovibile thin red line. E non fu un inglese a definire il proprio esercito, con supremo understatement, una semplice Band of Brothers? (We few, we happy few…). Per la cronaca, l’Assietta, Balaklava e Agincourt furono battaglie vinte. Ma ne La vita felice non c’è la consolazione di una vittoria. Elena sembra figlia naturale di quel Friederich Dürrenmatt che decretò il requiem per un romanzo giallo con La Promessa. In quel “poliziesco” il meccanismo dell’investigazione si inceppa in una muta vicenda familiare che chiude ogni sbocco. E il detective, convinto nell’esistenza di una soluzione piana, rimane invischiato in una promessa che non potrà onorare, perdendosi. Vittime, colpevoli e coinvolti non si possono più districare. Elena è una dei pochi autori ad aver compreso appieno la lezione de La Promessa.

Anche quello di Dürrenmatt è un romanzo nel quale la chiave sono gli intrecci familiari, anche quella è una storia che viene raccontata come un ricordo a raffreddare le convulsioni della cronaca, anche quel romanzo è ambientato tra l’incombente presenza delle montagne. Svizzere, questa volta. Del resto è sempre Tom Lappin (del Sunday Times) a ricordarci che i piemontesi sono vicini a quel popolo laconico: Temperamentally and geographically, Turin is closer to the affluent gentility of the Swiss cantons than the Latin clamour of Rome or Naples. Only that telltale narcissism and an almost ridiculous obsession with fine food betrays the Torinese as Italians.
Non a caso il romanzo è distribuito nei paesi anglosassoni con il titolo Can you hear me? Perché un sabaudo non perde mai il controllo e non alza mai la voce.

Livio Milanesio

 

Per conoscere Livio Milanesio come scrittore potete leggere il romanzo La verità che ricordavo.
Per exlibris20 ha realizzato un’intervista a Cecilia Ricciarelli, libraia di Barcellona e un appronfondimento sulla genere “letteratura di viaggetti“.