“Quando mi chiedono di raccontare la storia di LiberAria, io dico sempre che è nata due volte, come Dioniso: la prima volta nel 2009, grazie al bando regionale “Principi Attivi – giovani idee per una Puglia migliore”, che premiava delle Start up a elevato contenuto di innovazione.
Il nome venne una notte in cui anagrammavo le parole libreria, liber, libertà: “aria” venne dopo, perché quel progetto iniziale, così arditamente timido, si proponeva di pubblicare on line e in copyleft, un sistema alternativo di tutela del diritto d’autore”. Giorgia Antonelli, Direttore Editoriale di LiberAria Editrice, ripercorre i primi passi di un’avventura imprenditoriale che ebbe, qualche anno dopo, nel 2011, una seconda partenza. “Chiuso l’anno di vincolo con la Regione, decisi di frequentare i corsi in editoria della Scuola del Libro che mi aiutarono a capire cosa vuol dire esattamente fare editoria. Con le idee più chiare rifondai il progetto: stesso nome, nuovi contenuti, staff rinnovato, messaggerie come distributore nazionale e promotore”.
La nuova LiberAria è nata così, con le sue tre collane storiche: Meduse, curata dall’editor e scrittrice Alessandra Minervini, Phileas Fogg, la straniera inizialmente curata da Mattia Garofalo e oggi sotto la curatela dello scrittore Alessandro Raveggi e Metronomi e la saggistica frutto di impegno collettivo. “A loro si è aggiunta Penne, la nostra collana di narrativa italiana più sperimentale, curata da me e nella quale ci concediamo qualche strappo alla regola, come qualche sporadico libro di poesia”, continua Giorgia che lavora da sempre con Elisabetta Stragapede, segreteria amministrativa, e Vincenza Peschechera, l’illustratrice di tutte le copertine della casa editrice. “Attorno a questo nucleo fisso, oggi gravitano figure importantissime: redattori attenti e appassionati come Giorgia Fortunato e uffici stampa preziosi come la bravissima Giulia Taddeo. Credo che tutti i riconoscimenti possibili, quando arrivano, vengano da qui: dalla determinazione, la cura e la passione con la quale svolgiamo i nostri ruoli, quando queste caratteristiche ci sono i lettori se ne accorgono e noi lavoriamo ogni giorno per essere all’altezza della loro stima”.

C’è un libro, un’opera, un’intuizione particolare che ha segnato in qualche modo la svolta, facendovi capire che eravate sulla strada giusta?

Ci sono stati vari riconoscimenti lungo la strada, ed è stato sicuramente grazie a loro che LiberAria ha sempre trovato la forza di andare avanti. Una delle cose di cui vado più fiera è il lavoro di scouting tra i nuovi scrittori italiani: abbiamo pubblicato gli esordi di Alessandro Garigliano e di Paolo Pecere, di Alessandra Minervini, Tiziana D’Oppido e Azzurra De Paola, solo per citarne alcuni. Vedere i loro libri letti e amati, vederne riconosciuto il valore dal pubblico e dagli addetti al settore, è sicuramente il nostro riconoscimento più grande. Poi ci sono state le piccole soddisfazioni “ufficiali”: la finale del Premio Sciascia per Stelle Ossee di Orazio Labbate, la finale del Premio Adei-Wizo per Il matrimonio di Chani Kaufman di Eve Harris. Oggi arriva la candidatura della nostra Medusa n.10, La rampicante di Davide Grittani, al Premio Strega 2019, già finalista al Premio Nabokov, romanzo che dalla sua uscita è stato accompagnato da una rassegna stampa corposa e generosa e che sta girando tutta la Penisola in un tour sempre caloroso.

Una serie di riconoscimenti di prestigio che danno forza e spinta al vostro progetto. Cosa vede in prospettiva? Fino a quanto è disposta a scommettere sui suoi scrittori?

Crediamo che tra questi autori ci siano i futuri classici della letteratura, il nostro scopo è cercare autori che restino e che abbiano una voce propria e inconfondibile. Per fare questo siamo disposti a scommettere su ogni libro, al punto da essere perfettamente d’accordo con una frase di Giangiacomo Feltrinelli che ho letto di recente nel libro Che cos’è un editore? (edizioni Henry Beyle): “E questa è una cosa molto difficile da spiegare: a farla breve io cerco di fare un’editoria che magari ha torto lì per lì, nella contingenza del momento storico, ma che, quasi per scommessa, io ritengo abbia ragione nel senso della storia”.

Per fare la storia bisogna anche essere innovatori, provare anche a cantare fuori dal coro. Cosa distingue LiberAria dalle altre case editrici?

Sicuramente lo stare fuori dal meccanismo stritolante della iper produzione. Facciamo pochi titoli l’anno, selezionati, e con grande cura dell’oggetto-libro: cerchiamo di creare non solo un libro bello da leggere, con contenuti interessanti, ma anche da guardare e da avere, a partire dalla selezione della carta fino alla scelta di avere solo illustrazioni originali per le nostre copertine.

Come scegliete e selezionate i vostri autori?

I modi in cui selezioniamo gli autori sono i più disparati: per quanto riguarda gli italiani, molte volte sono proposte dirette, o provenienti dalla casella manoscritti oppure da scrittori che ci contattano o che contattiamo noi direttamente con lo scopo di lavorare insieme. Molto più spesso il tramite sono le agenzie letterarie, oppure lo scouting vero e proprio: seguendo premi letterari per esordienti come il Premio Calvino, oppure attraverso la lettura di riviste letterarie, articoli, insomma a nostra volta leggendo tantissimo. È uno dei motivi per cui consigliamo sempre a chi vuole veder pubblicato il proprio romanzo di inviare i propri racconti alle riviste letterarie, sono una fonte preziosissima per noi editori e una palestra per l’autore. Per Phileas Fogg, invece, leggiamo direttamente in lingua i libri e gli autori a cui siamo interessati, scelti da noi o proposti dalle agenzie, e lavoriamo con le agenzie letterarie per acquisirne i diritti. Altre volte invece sono i traduttori a proporci dei titoli, e se ci piacciono, o sono adatti alla nostra linea editoriale, procediamo a rintracciare i detentori dei diritti.

Perché ha ancora senso investire nell’editoria quando, ormai da anni, i dati di settore raccontano di una crescente vocazione alla scrittura ma di un progressivo e inesorabile calo del numero di lettori?

Credo che l’editoria sia in crisi da sempre, e la sua storia dimostra che non solo i piccoli editori soffrono la crisi, ma che anche i colossi rivelano piedi d’argilla. Ma la crisi permanente credo sia una condizione valida per chiunque lavori in ambito artistico o culturale. Nello specifico, chi decide di fare questo mestiere, dall’editore al correttore di bozze allo stagista, lo fa perché mosso da una passione profonda. Un editore investe il proprio denaro in un mercato difficile certo, ma anche gli operatori della filiera, editor, redattori, traduttori, illustratori, librai, giornalisti, affrontano la difficoltà di cimentarsi in un mercato così angusto e in parte distorto come quello italiano e non possono farlo se non mossi da autentica passione. Si viene pagati poco e male, si lavora tanto e spesso con ritmi massacranti, non sempre bei libri su cui si è investito tanto ricevono l’attenzione che avrebbero meritato, ma si accetta lo stesso, forse anche perché in altri settori la situazione non è migliore e allora tanto vale provare a vivere di ciò che si ama. La nota positiva è che è un ambiente in cui non esiste il soffitto di cristallo: uomini e donne vengono pagati tutti male allo stesso modo.

La passione prima di tutto.

Assolutamente sì. Inoltre, forse proprio perché l’Italia soffre da sempre uno scarso numero di lettori, e oggi si va sempre più drammaticamente assottigliando, servono persone in grado di promuovere la lettura come qualcosa che dà piacere fare, persone disposte certamente a far quadrare i conti e a rendere dignitoso il lavoro, ma anche a dedicarvisi con una dedizione che può essere contagiosa, e avviare un circolo virtuoso di cambiamento. Noi per esempio non ci stanchiamo di proporre iniziative culturali in Puglia, da sempre in fondo alla classifica di lettura nazionale, anche se è un territorio più ostico, se vogliamo, ma l’esperienza ci ha anche insegnato che c’è un’ottima risposta del territorio quando si mette in moto la creatività. E la creatività sicuramente non ci manca.

Cosa pensa dell’editoria a pagamento? Con il tempo può diventare un “male necessario”?

Di solito chi la pratica la giustifica in questo modo, e mi rendo conto che è un modo di fare editoria meno rischioso, perché ogni libro viene pubblicato a copertura totale delle spese. Può capitare certo che vengano fuori libri interessanti e ben fatti, e qualcuno lo fa anche selezionando i testi da pubblicare, ma il più delle volte si rischia di fornire un semplice servizio editoriale. Penso che scegliere da che parte stare c’entri in qualche modo con l’idea che si ha del fare l’editore: per me un editore è una specie di mediatore culturale tra l’autore e il pubblico, seleziona i libri e gli autori che ritiene abbiano un valore letterario e di mercato, disposto spesso a crearlo quel mercato, a far conoscere qualcosa che prima non c’era, o a riscoprirla. Investire sull’opera vuol dire operare una selezione a monte che è conditio sine qua non alla realizzazione di quest’idea.

Editore imprenditore, e non solo. Sicuramente non stampatore.

È vero, scegliere questa strada è più difficile, e si fa più fatica, ma credo che se vogliamo far diventare l’editoria un mercato virtuoso che riduca al minimo il rischio di dover ricorrere all’editoria a pagamento per necessità, per prima cosa dovremmo iniziare a ripensare alcuni meccanismi interni a questo stesso sistema: dal fornito reso al sistema degli sconti, passando per i monopoli di filiera (produzione, promozione, distribuzione e libreria appartenenti allo stesso gruppo editoriale), fino alla promozione per la lettura, soprattutto al sud, che è un mercato dove è vero, si legge poco, ma anche dove si propone poco. Salvo che in qualche festival, è difficilissimo poter ascoltare un autore internazionale al di sotto di Roma. Forse dovremmo iniziare a considerarlo un potenziale mercato, anche da formare, e non smettere mai di lottare per innovare e cambiare le cose.

Quando parla di libri pensa solo ed esclusivamente alla carta, o intravede sempre più digitale all’orizzonte?

Io credo che possano e debbano convivere benissimo entrambi. Il libro sopravvivrà, per fortuna, perché è anche un oggetto duraturo, bello, per collezionisti, e poi leggere un libro cartaceo è un piacere fisico e spesso feticistico per molti lettori. Ma un libro è un libro in qualsiasi formato, e anche gli e-reader hanno i loro vantaggi, come quello di poter contenere centinaia di volumi, una specie di biblioteca vivente sempre a disposizione. Per chi lavora con i libri e spesso lo fa in viaggio, su treni e aerei, poter avere più volumi a disposizione è un vantaggio enorme. Si può leggere di notte senza infastidire nessuno e soddisfare desideri e bisogni immediati: un ebook può essere scaricato sul proprio device ed essere disponibile all’istante. D’altronde finora sembra che la lettura di ebook sia ancora appannaggio dei lettori forti, che comprano e leggono in entrambi i formati. E non è detto che dal digitale non ci si possa appassionare al cartaceo: conosco anche una persona che ha iniziato a leggere ebook e ora legge libri cartacei. Con i libri tutto è possibile, perché la lettura è un piacere, in qualunque modo si voglia fruirne, ed è bello che i modi in cui farlo siano molteplici, e restino tali.

Crede che sui dati delle vendite incidano anche i prezzi?

Il prezzo non dovrebbe costituire affatto un problema. I libri hanno un prezzo bassissimo: se ci si ferma a pensare, il costo di un romanzo si aggira mediamente dai 10 euro in economica fino ai 20/25 euro (in media) quando si tratta di edizioni particolari o particolarmente corpose per numero di pagine e costi di produzione. In pratica quello che si spende per andare a mangiare fuori, se tutto va bene, in una serata qualunque. Spendere ogni tanto quella cifra in un libro vuol dire provocarsi un’esperienza piacevole analoga al piacere di un buon piatto, con la differenza che se si vuole riprovarla, rileggendolo, non bisogna pagare una seconda volta. Il prezzo del libro serve anche a coprire una quantità di spese che di solito un lettore medio non è incline a considerare: oltre al diritto d’autore, bisogna includere i costi di produzione, promozione e distribuzione del libro, e il margine di guadagno a valle di questa operazione è davvero risicato.

LiberAria come promuove i suoi libri e i suoi autori?

Bisogna cercare di emergere nel mare magnum delle numerose proposte editoriali. Come prima cosa, ovviamente attraverso i canali ufficiali dell’ufficio stampa, le recensioni sulle riviste e sui blog, le presentazioni dei nostri titoli in giro per l’Italia e nelle fiere di settore, i social network, le partecipazioni ai premi letterari e ai Festival letterari. Cerchiamo poi di creare un rapporto diretto con i librai, stringendo la filiera al rapporto diretto uno a uno, o incontrando i lettori e parlandoci, per fargli conoscere la bellezza di un titolo o di un progetto. Ci inventiamo format di condivisione e promozione della lettura. Le sperimentiamo tutte, vediamo cosa succede.

La sfida di quest’anno è la partecipazione al Premio Strega con La rampicante di Davide Grittani.

È la prima volta per noi, e le prime volte sono sempre indimenticabili, qualunque sia l’esito. Il primo progetto dell’anno invece riguarda l’uscita dei primi titoli della collana Phileas Fogg, sotto la nuova curatela dello scrittore Alessandro Raveggi. L’anima del progetto è lavorare a una letteratura di ricerca senza confini geografici, con particolare attenzione per le nuovi voci e i romanzi-mondo. L’anno scorso abbiamo pubblicato il primo titolo, Farabeuf o la cronaca di un istante di Salvador Elizondo, tradotto da Giulia Zavagna, mentre il 14 marzo sarà in libreria Nero, il gatto di Parigi di Osvaldo Soriano, una storia di amicizia e amore per la libertà a cavallo tra due continenti, nella nuova traduzione di Ilide Carmignani.

Altre pubblicazioni in vista prima della fine dell’anno?

A maggio, tradotto da Sara Papini, sarà la volta de La lavoratrice, di Elvira Navarro, giovane autrice ed editrice spagnola, inserita da Granta tra le migliori scrittrici under 35 della nuova generazione di autori ispanici. Chiuderemo l’anno con un’opera monumentale e magnifica, un libro a cui teniamo in modo particolare per l’importanza che gli è stata riconosciuta in ambito letterario: La parte inventata di Rodrigo Fresán, considerato uno delle voci più autorevoli della letteratura argentina contemporanea, recentemente insignito del “Premio Caillois” alla carriera, ci consegna la prima parte di una trilogia letteraria che si propone di indagare la mente di uno scrittore, ma che è anche un grande atto d’amore verso la lettura. Inserito tra i migliori 25 libri da leggere prima di morire del nuovo millennio, arriva ad ottobre nella traduzione di Giulia Zavagna, ed è la nostra ultima grande sfida del 2019.

Intervista a cura di Marco Grasso

L’intervista precedente di Marco Grasso:
#ED16 66thand2nd, un progetto cosmopolita
Catalogo delle case editrici indipendenti (versione 2.0)