Prima di diventare letteratura, le parole di Marianna Procopio erano scritte a matita su fogli sparsi, pezzi di imballaggio e involucri che avevano custodito pane, carne e altri frammenti della vita domestica, trasformando un materiale destinato a scomparire in un archivio intimo di lutti, sogni, ricordi e figure di paese. Da questa immagine concreta e potentemente simbolica prende avvio Lunga luce d’ombra, il breve saggio narrativo con cui Natalia Ceravolo riporta l’attenzione su una scrittrice rimasta ai margini del Novecento italiano e affida la sua voce a un nuovo passaggio di mani, dalla casa di Bovalino alle pagine della collana Meridiane. Storie ritrovate delle donne del Sud a cura di Isabella Pedicini.
Marianna Procopio nasce a Bovalino (Reggio Calabria) nel 1885, frequenta la scuola fino alla terza elementare e vive in una famiglia della borghesia provinciale accanto al marito Rocco La Cava, maestro elementare e piccolo proprietario terriero, e al figlio Mario, destinato a diventare uno degli scrittori calabresi più significativi del Novecento. La morte della madre, avvenuta nel 1936, apre dentro di lei uno spazio che chiede parole: il dolore supera la misura dei rituali funebri, continua nei sogni, altera il ritmo delle giornate e conduce la mano verso la matita. La scrittura nasce così da un’urgenza privata e, pagina dopo pagina, si allarga fino ad accogliere il paese, le relazioni familiari, le gerarchie sociali, le ingiustizie, le vanità e le piccole crudeltà osservate dalla soglia di casa.
Natalia Ceravolo segue questa lenta espansione della voce organizzando il volume per nuclei tematici: il lutto, la figura materna, il sogno come territorio condiviso dai vivi e dai morti, la dimensione catartica della scrittura, la vita sociale di Bovalino e la successiva ricezione critica. La citazione iniziale di Cesare Pavese, con la collina, la vigna e quel silenzio acceso capace di bruciare la campagna, introduce una geografia insieme reale e interiore, perché anche la Calabria di Marianna Procopio possiede una materia concreta e una profondità invisibile, fatta di credenze, presagi, apparizioni e memorie che continuano a occupare le stanze.
Il figlio Mario La Cava comprende presto il valore di quei fogli, li raccoglie, li trascrive e li sottopone all’attenzione del mondo letterario. Tra la fine degli anni Trenta e gli anni Cinquanta, le pagine di Procopio trovano spazio su riviste come «Letteratura», «Il Selvaggio» e «Il Ponte»; nel 1962 l’editore Rebellato pubblica Diario e altri scritti, con una presentazione di Piero Chiara. La ricostruzione del Dizionario biografico della Calabria contemporanea restituisce un ambiente familiare in cui la cultura conviveva con la vita provinciale, mentre il Caffè letterario Mario La Cava ricorda il riconoscimento critico ricevuto dall’opera al momento della sua pubblicazione.
La parentela con Mario La Cava rappresenta insieme una possibilità e una trappola. Il nome del figlio apre ai fogli della madre la porta dell’editoria, mentre la definizione di “madre dello scrittore” rischia di trasformarsi nella cornice attraverso cui leggere ogni sua parola. Il merito del libro di Natalia Ceravolo consiste proprio nel rovesciare questa prospettiva e nel restituire a Marianna Procopio un’autorialità autonoma, fondata su una competenza maturata dentro l’esperienza, su una capacità di osservazione precisa e su una lingua che porta ancora impressi i ritmi dell’oralità. Mario diventa così il custode di una voce già formata e, forse, anche l’erede di uno sguardo capace di riconoscere nelle figure comuni, nei contadini, nei poveri e nei personaggi eccentrici di un paese la sostanza viva della letteratura.
Le pagine più efficaci di Lunga luce d’ombra coincidono con l’ingresso diretto della voce di Procopio, soprattutto nei ritratti del carabiniere diventato podestà, delle zitelle in attesa di un matrimonio, dei professionisti vanitosi e dei notabili che amministrano potere e denaro. Bastano un gesto, un capo d’abbigliamento, un’espressione o una posa per costruire un personaggio e collocarlo dentro una piccola commedia umana percorsa da ironia, insofferenza e giudizio morale. La casa diventa un osservatorio sul mondo, mentre la donna apparentemente appartata assume il ruolo di cronista di una comunità che rivela attraverso i propri caratteri le tensioni sociali di un’intera epoca.
Anche il diario del lutto supera presto la dimensione della confessione individuale. La madre morta ritorna nei sogni con la concretezza dei gesti quotidiani, porta una cesta, si siede a tavola, chiede il vino, mostra le mani tremanti; il sogno possiede lo stesso statuto di un incontro e custodisce una concezione della morte radicata nella cultura contadina meridionale, dove i defunti continuano a comunicare, avvertire, chiedere e accompagnare. Marianna registra queste apparizioni con semplicità e precisione, lasciando che il mistero mantenga la propria consistenza. La scrittura diventa allora una soglia: trattiene la madre nel mondo dei vivi e permette alla figlia di collocare il dolore dentro una forma, trasformando la perdita in dialogo e il diario in un libro abitato da entrambe.
La critica del tempo colse la particolarità di questa esperienza. Una recensione apparsa nel gennaio 1963 su «Nord e Sud» ricordava il lungo itinerario editoriale degli scritti e invitava a considerarli per il loro valore letterario, oltre la curiosità antropologica o folklorica. Proprio qui si trova uno dei temi più attuali sollevati nel libro: la definizione di autrice dipende dalla qualità della scrittura oppure dal percorso culturale, dalla rete di relazioni e dalla consapevolezza con cui una donna entra nel campo letterario? Marianna Procopio scrive seguendo un bisogno, possiede una scolarizzazione elementare e affida i propri testi a fogli occasionali, eppure la sua lingua genera immagini, costruisce caratteri e conserva un mondo con una forza che continua a raggiungere chi legge.
Il libro nasce all’interno Meridiane, la collana tascabile di De Nigris Editore curata da Isabella Pedicini, che affida ad autrici contemporanee il racconto di donne meridionali rimaste fuori dal centro della memoria pubblica. I sei titoli attualmente presenti nel catalogo compongono una genealogia femminile ampia e sorprendente: Giuseppa Vittorini racconta la regista Elvira Notari in Muta; Lorenza Sabatino incontra la cantante siciliana Rosa Balistreri in Senza amuri; Fuani Marino ricostruisce in La resa la vicenda di Francesca Nobili Spada, giornalista, militante comunista, insegnante e critica musicale; Raffaella R. Ferré restituisce in Vita fuori menù la complessità di Jeanne Caròla Francesconi, studiosa della cucina napoletana; Fosca Navarra segue la poesia di Biagia Marniti in Come grano fiorire; Natalia Ceravolo raggiunge infine la scrittura appartata di Marianna Procopio. Le prossime protagoniste già annunciate saranno l’artista femminista Lina Mangiacapre e la scrittrice Laura Di Falco.
Cinema, canto popolare, giornalismo, cultura gastronomica, poesia e scrittura diaristica formano così un Sud plurale, capace di produrre pensiero, arte e forme di resistenza. Il nome della collana richiama la meridiana che misura il tempo attraverso la luce, il pensiero meridiano di Franco Cassano e i demoni meridiani evocati da Roger Caillois: immagini diverse che condividono l’idea di un Sud assunto come centro di osservazione e di una luce capace di rendere visibile ciò che il tempo aveva spinto nell’ombra. Il progetto grafico di Aurora Lobina, essenziale e riconoscibile, accompagna questa vocazione costruendo una serie di piccoli libri concepiti anche come oggetti da conservare.
Il volume dedicato a Marianna Procopio interpreta forse nel modo più letterale l’immagine che sostiene l’intera collana, perché qui la luce raggiunge una voce rimasta su fogli fragili, raccolti da un figlio e consegnati per decenni a una circolazione laterale. Alla fine resta la figura di una donna china sulla carta, con la matita in mano e la vita domestica intorno, mentre un dolore cerca forma e il paese entra nelle parole. Quei fogli che avevano avvolto il pane finiscono per nutrire un’altra fame, quella di una storia letteraria più larga, capace di accogliere anche chi ha scritto lontano dai salotti, dalle università e dalle case editrici, affidando alla propria voce bassa il compito più difficile: durare.
Lea Iandiorio
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