Luz srotola la carta sul lettino, strappando una striscia a due mani. Dice di non sapere che sono stata sposata.

Un mix chill out, in rotazione perpetua da Spotify, mi trafigge il cervello dall’inizio della giornata. Playlist da centro massaggi. Ottima per rilassare e distendere i nervi dei pazienti. Qui arrivano narcisisti compulsivi per sottoporsi a protocolli clinici, somministrati da fuoriclasse delle terapie anti-invecchiamento. E ossequiati da infermiere devote in kimono verde.

Oscar mi mandava in giro come cosa preziosa, dico a Luz, su un vagone di prima classe. Con i finestrini sempre chiusi per via dell’aria condizionata e il poggiatesta bianco sopra i sedili. Con i posti più distanziati, in modo da allungare le gambe ed evitare di socializzare. Però mi mancava l’ossigeno e volevo che mi passasse il mal di testa. Stavo dentro una teca climatizzata, un insetto esotico da esporre. Per dire che gli appartenevo.

Your God is dead and no one cares.

Luz smacchia a secco gli schizzi di clorexidina dai pantaloni del kimono. Impurità da sterilizzare prima di applicarsi al paziente Delta. Estrae teli freschi di bucato, aroma talco e ambra, miscela esotica per corpi in vacanza.

Entra il Dr. Gowda – Dottor Rigetto per gli amici – che detta a Luz i parametri da controllare.

Il paziente si spoglia, indossa uno slip monouso, pronto a sottoporsi al nuovo protocollo. Un sessantenne dai muscoli assemblati e dalle pieghe flaccide, depilato quasi scotennato.

Il Doc è pronto per somministrare il test. Un banale questionario, indagine anamnestica. Luz si avvicina alla mia postazione di controllo, ci prepariamo ad acquisire il consenso del paziente e a compilare il fascicolo digitale.

Oscar mi voleva regina del focolare, sussurro a Luz. Pietrificata come statua di sale nella cucina di mia madre. La dea dei fornelli non era mia madre, ma Glenn Close in versione bunny boiler. Ti cucino quello che ti sta a cuore. Così l’amore ti tocca da vicino.

If there is a hell, I’ll see you there.

Luz ripone i ferri estratti dall’autoclave. Regola le luci sul lettino. Poi mi raggiunge e tesse le lodi del suo nuovo boy. Come in una supplica, mi chiede consigli, se è un tipo di cui potrei fidarmi.

Dr. Gowda interroga il paziente Delta, supino in slip dozzinali e Patek Philippe al polso. Si dichiara convinto che la morte sia una traiettoria da correggere, plagiato dal successo del trapianto di capelli.  Perciò si fa di PRP, Plasma Ricco di Piastrine, 700 a seduta. E di botulino sulle rughe del coniglio. Ma non gli basta più.

Mister PRP non dichiara alcuna patologia cronica, né abitudini malsane, nessun calo di libido. Il prossimo obiettivo è contrastare la perdita di elasticità dei tessuti con le procedure di riprogrammazione cellulare. Upgrade staminali.

Doc Rigetto testa il grasso addominale e i fianchi, le mani di Luz che allungano il plicometro.

Il corpo è un territorio politico, dobbiamo orientare i clienti alla prevenzione, si atteggia emerito il Doc. Far comprendere che le staminali costano meno di una cura. Una piccola liposuzione in anestesia locale, per favorire la coltura delle cellule in laboratorio. Al termine, il reinnesto nelle zone da rigenerare. Nessun periodo di recupero dopo il trattamento, può riprendere normalmente le sue attività.

Tenga presente che nessun governo si accollerà mai i costi dei corpi anomali, imperfetti, lontani dalla media. Chi li aiuterà quando scivoleranno sui femori spezzati dall’osteoporosi e avranno bisogno di protesi e ausili che non potranno permettersi?

 Chi si prenderà cura di te, se il tuo dio è morto. 

Non mi fa paura la morte, dice Luz quando ci concediamo l’ingresso nella SPA, a fine turno.

Ma non voglio arrivarci decrepita. Ci sto pensando seriamente, Sonia. Va bene il botox, l’acido ialuronico, ma se poi ti cedono le ossa, come fai a tenere in piedi tutto quel silicone?

Silicone a chi?

Le luci morbide nell’area delle vasche di deprivazione sensoriale. Luz si stende nel cocoon. Divina Ofelia in posa, galleggia violetta nell’acqua. Ciocche che ondeggiano turchine intorno ai capezzoli bruni, cupole di silicone come isole flottanti. 

Sensuale Luz, levigata come Margo il giorno delle nozze con Tolochko.

Esco dalla doccia e apro l’anta dell’armadietto per avere specchi paralleli e contemplare il mio corpo a 360 gradi. Dovrei postarmi così, di spalle, i miei glutei impeccabili. Un corpo oltre la scienza. Un remoto ricordo di un’adolescente obesa, surclassata da iniezioni di Ozempic.

Luz si spalma le cosce con lo scrub. Lo rimuove diligente, passando una pezza ben strizzata, per non compromettere le proprietà delle polveri di gemme minerali.

Più pressione, le dico, devi esercitare più pressione e soffermarti sui gangli linfatici. Rimettere in moto il sangue che ristagna nei tessuti lesionati. Una botta di condroitina per cartilagini irrigidite.

Ingenua Luz, chioma degradé sopra ettolitri di ormoni che tengono su l’impalcatura. Timore di non reggere il confronto con Mister PRP.

Le dico di Ivy. Dividevo l’appartamento con lei, da quando Oscar se ne era andato. Ivy, arrampicata sulla tenda, che articolava le zampette in una danza lenta, sopra fili tessuti di ordito e trama. Gli artigli laccati congiunti in preghiera.

Ivy che depositava tante piccole palline di escrementi in giro per casa.La nutrivo con boli di carne macinata, che lei apprezzava, più delle larve di mosca e delle farfalle. Predatrice solitaria, in perenne agguato.

Ivy sulla sedia accanto al camino, stecchita da due giorni. Devo decidere se cremarla o se darle degna sepoltura in giardino.

La sua livrea ha virato dal verde al marrone. La lacca si è fatta opaca, troppi grumi di carne macinata, troppe proteine, eccessivi drenaggi, morta disidratata. Ho dimenticato di metterle una ciotola d’acqua. Voglio ricoprirmi del suo esoscheletro, abbandonare lo stadio adulto per tornare a quello ninfale.

Luz è distratta, dice del suo boy, che gli piace dormire sulle tette fredde, cuscino di ghiaccio per emicranie croniche.

Ho un corpo difettoso, un utero rammollito. Temo una rivolta biologica dei giovani che pretenderanno un posto di lavoro che spetta, a me, persempregiovane. Che spetta ad altre come noi, Luz, che si fanno di PRP e non vogliono saperne di morire.

Pensa mia madre, quanto mi odiava. Solo per il disonore di salire all’altare col pancione, maritata a un uomo che non amava. Io, nata e condannata ad espiare le colpe, per sempre odiata e per sempre giovane. Figlia di una donna che voleva sposarsi con tutti i crismi.

Una messa in latino, con il celebrante di spalle all’assemblea che ordina Sursum corda.

Nessuna prole per me, né partner a cui divorare la testa dopo la copula.

Drowning in his own hypocrisy.

Getto il cadavere di Ivy nel camino. Una pira che arde veloce. Spengo le braci e raccolgo le ceneri in un calice. Ne faccio un balsamo miscelandolo con olio di argan e mi cospargo in mezzo alle cosce, come scrub dissacrante per esorcizzare la vecchiaia. Abbasso le tapparelle e seleziono una playlist industrial, gettandomi in una spirale di giravolte – danzando nuda, in sintonia con il perimetro del mio corpo. Mi sdraio esausta e mi sparo un’altra siringa nell’addome, per allontanare lo spettro della me ragazzina, gonfia di disamore.

Racconto di Barbara Antonelli

Quello che scrivi resta
Perché (ri)-leggere Fluo della Santacroce se nel 1995 avevi poco più di trent’anni (e ti stavi separando)
Decifrare Destroy
L’esplosione di Fluo. L’implosione di Destroy.
Destroy. Musicassetta Santacroce