“E vissero felici e contenti”

È la formula da fiaba che almeno una volta nella nostra vita abbiamo letto.
Non importa se da piccoli o da grandi, ma di sicuro la conosciamo.
Ora, nelle prossime righe sarò cinico e potrei rovinare i sogni al vostro bambino interiore, quindi vi avviso, se volete andare avanti, fatelo a rischio e pericolo di quel bambino interiore. 

Ecco qua: vivere contemporaneamente felici e contenti è impossibile.
Inoltre, se a qualcuno non fosse chiaro: felicità e contentezza non sono la stessa cosa. 

La prima, se presa sul serio, è un ideale irraggiungibile: un traguardo assoluto, in cui nulla manca, in cui i desideri si placano. Ma ognuno e ognuna di noi vive di tensioni e mancanze, non di stati definitivi.
La seconda, invece, la contentezza, è più modesta e realizzabile: è il gusto di accettare ciò che c’è, senza inseguire l’impossibile.

Sono quindi pienamente d’accordo con Paul Watzlawick e con il suo Istruzioni per rendersi infelici.
Non è un vero e proprio saggio, o meglio, potrebbe esserlo perché la saggezza e l’ironia sarebbe meglio che andassero sempre a braccetto. Troppo spesso si associa la saggezza alla gravità, alla serietà che pesa come una lezione scolastica.
Watzlawick ci dimostra che si può riflettere profondamente senza rinunciare a una sana risata. Anzi, forse è proprio l’ironia a rendere accessibile la saggezza: ridere delle nostre manie è il primo passo per prenderne le distanze. In questo senso, Istruzioni per rendersi infelici è un saggio travestito da gioco, una lezione che arriva mascherata da paradosso.
E forse è per questo che funziona meglio: perché ci porta a pensare in modo semplice e ci lascia con la sensazione di aver imparato qualcosa di profondo.

Il libro trasforma le trappole quotidiane in un manuale di auto-sabotaggio. Bastano poche regole per condannarsi: pretendere che gli altri ci leggano nel pensiero, confrontarsi sempre con chi ha di più, rimuginare sul passato o vivere in attesa di un futuro perfetto. Leggendole, ci viene da sorridere perché paiono assurde, così assurde che ci riconosciamo in ognuna di loro.

La forza del libro, a mio avviso, sta proprio nel fatto che non sia un trattato di psicologia, ma uno specchio che ci mostra quanto siamo bravi a complicarci la vita. In fondo, Watzlawick suggerisce che la felicità assoluta non esiste, non la raggiungeremo mai, ma allo stesso tempo ci regala spunti per disinnescare le strategie con cui coltiviamo l’infelicità.
E lo fa con leggerezza, ironia e paradossi che deridendo delle nostre ossessioni.

Nel libro c’è anche spazio per l’amore, affrontato in almeno tre capitoli. Il noto sociologo lo tratta con lo stesso taglio che riserva alla felicità, quasi a dire che le due cose si somigliano: entrambe sono viaggi più che mete.

L’amore, come la felicità, si alimenta del desiderio, del movimento verso l’altro, della tensione che non si chiude mai del tutto.
Se vogliamo renderci infelici basta immaginarlo come un porto sicuro, una conquista definitiva: la realtà non regge mai il confronto con l’ideale. Meglio allora accettare che amore e felicità non siano oggetti da possedere, ma cammini da percorrere.

Anzi, se smettessimo di cercarli, smetteremmo anche di sentirci vivi. Continuare a rinnovare questa ricerca è già parte della sua bellezza, un po’ come ricordava Lessing quando scriveva che “l’attesa del piacere è essa stessa il piacere”. 

Credo di potermi sbilanciare e svelare il gioco di Watzlawick senza rovinare la lettura del suo manuale.
Nelle stesse istruzioni per rendersi infelici si nasconde la possibilità opposta. Gli stessi meccanismi che ci complicano la vita come l’attesa, il desiderio, il confronto, persino l’ironia sulle nostre manie, contengono già il seme di ciò che ci può rendere contenti.
Non di una felicità assoluta, impossibile, ma di una somma di piccole contentezze: attimi di consapevolezza, momenti di presenza, frammenti d’amore che si rinnovano nella ricerca. È in questa paradossale collezione di piccole contentezze che, senza accorgercene, finiamo per costruire la nostra felicità.

Massimo Benedetti