Cosa sarebbe accaduto se Agatha Christie avesse, da giovanissima, conosciuto Blaise, ex soldato francese e reduce della Prima Grande Guerra e avesse contribuito a risolvere un mistero che avvolgeva la vita di lui? Avrebbe avuto un’immaginazione fervida nell’intessere trame così ben strutturate da rapire lettori da ogni parte del mondo? In questo racconto Agatha viene evocata una volta, ma questo sarà il punto di partenza per il cambiamento che darà una svolta alla vita del protagonista.

Questo racconto, nato fulmineo da un’ispirazione per la biografia di Agatha Christie, infermiera durante la Prima Guerra Mondiale, vuole essere un piccolo omaggio alla grande scrittrice.

***

La giornata di Blaise

Blaise era rimasto solo.

Per tutta la vita aveva pensato con terrore al momento in cui si sarebbe accorto, dopo lunga riflessione,

certo, che, insieme a lui, c’era solo sé stesso a fargli compagnia.

Lui e… Si guardò intorno. Non sentiva suo padre russare: “non è possibile”- si disse, accennando un sorriso, che un attimo dopo si era già tramutato in una velocissima goccia di disillusione: silenziosa, aveva percorso la curva della sua guancia e aveva raggiunto, trattenendosi in bilico, l’estremità sinistra del mento. Per un po’ non cadde… poi Blaise la tirò via con la mano nervosa e rassegnata. Chiuse e riaprì gli occhi, scrollò la testa, la svuotò da quei pensieri… pensieri. Ricominciò a mangiare. Velocemente, un’occhiata al piatto, una alla televisione, un pezzo di pane, un sorso d’acqua, una sbirciatina al giornale. Velocemente.

Quando la mattina seguente si svegliò, rimase sotto le lenzuola ad inseguire le ultime scie di quei sogni che il sonno aveva creato per lui durante la notte: e intanto si mise ad aspettare… E aspettò… di sentire l’odore del caffè arrivare dalla cucina, lo scroscio dell’acqua dal rubinetto della vasca da bagno, il tamburellio delle dita di suo padre sul marmo bianco del davanzale della finestra.

La radiosveglia rumorosamente lo fece destare. Blaise teneva gli occhi serrati. Eppure da un angolo remoto della saracinesca riuscì a filtrare un timido filo di luce, che si andò a posare sul suo viso. Iniziò a percepirne il calore e si rigirò per evitarlo. Poi si levò dal letto e disse: “Buongiorno Blaise”.

L’incontro.

Il cielo che vide quando uscì di casa non gli piacque.

Due nuvole si rincorrevano lentamente e il loro gioco ricordò a Blaise i pomeriggi spensierati dell’infanzia passati col fratello ad Arcachon.

Prima che Blaise partisse volontario per il fronte, volle incontrarlo lì.

Amedee lo aspettava: accovacciato dietro una piccola duna di sabbia, teneva tra le mani un fiore di vilucchio: ne accarezzava dolcemente il contorno dei petali, poi piano piano lo sotterrò nella sabbia, immaginando che anche suo fratello molto presto sarebbe stato sepolto sotto un mucchietto di terra da un colpo di granata.

Si strinsero in un dolce e rabbioso abbraccio, caddero a terra; Amedee prese la testa di Blaise fra le mani, ed iniziò a fissarlo. Amava lo sguardo preoccupato e ansioso del fratello, che gli chiedeva consolazione.

Avvizzite

le loro anime erano rimaste in quell’attimo sospese

immobili

come intorpidite dalla sabbia umida quando, illuminata solo dalla luna, entra a gelare le membra.

Quel giorno i due fratelli giurarono che mai le loro anime si sarebbero separate.

Seppur vinte dai colpi di mortaio, martoriate dalla vista di compagni abbattuti in trincea, trascinate nel baratro della paura, non si lasciarono mai. Amedee si arruolò insieme a Blaise, ma morì nella battaglia di Arras.

La vita di Blaise continuò.

Da allora smise di vivere e incominciò a sognare. Sognare Amedee aspettarlo in officina, la madre arrivare dal paese carica della spesa, il padre sbuffare; sognare ciò che lui era stato, senza cadere nella trappola di svegliarsi e accorgersi di essere rimasto solo.

Il ritorno di Blaise

“Buongiorno, Blaise!” – esclamò calorosamente Gérôme, il cordiale libraio di una delle numerose bancarelle parigine che affollavano educatamente la passeggiata lungo la Senna.

Blaise si voltò per incrociare il suo sguardo, che si poggiò, invece, furtivo, sui gelidi lastroni del marciapiede. Era inverno. Dentro Blaise era inverno. Il sorriso bonario di Gérôme non bastava per risollevare, seppur di un istante, il suo spirito dal vuoto in cui era precipitato. Passò oltre e si diresse verso casa.

Prima della guerra Gérôme e Blaise trascorrevano piacevoli momenti nei caffè letterari, sfogliando riviste poetiche, partecipando a letture espressive di giovani autori, scrivendo versi giullareschi che sarebbero stati interpretati giovialmente dai loro amici musici in una qualsiasi serata azzurra della notte parigina. Prima.

Si sedette alla sua scrivania. Blaise aveva l’aria meditabonda. Da qualche giorno aveva cominciato a leggere i ritagli dei quotidiani della sezione di critica letteraria che Gérôme aveva meticolosamente selezionato per lui. Una cartellina sulla quale aveva dedicato a Blaise le parole: “Al mio caro amico, al suo ritorno”. Il panorama che aveva di fronte a sé, incorniciato dal contorno della finestra, lo aveva incuriosito. Una giovane donna era assorta nella lettura di un libriccino. Era riuscito, osservandone segretamente la copertina, a scorgere solo un nome: Agatha.

Un nome gentile, come l’etimologia stessa ricorda. Blaise aveva percepito la passione e l’interesse di quella sconosciuta per la lettura. Nelle sue lunghe giornate trascorse in casa aveva potuto osservare i suoi movimenti: sfogliava le pagine, si alzava dalla poltrona, tornava a sedersi con un bicchiere d’acqua, rispondeva al telefono per poi cercare la posizione più comoda per continuare a leggere. Sembrava che vivesse da sola, che non avesse bisogno di nulla se non di leggere. Una sera, mentre Blaise percorreva velocemente la viuzza che l’avrebbe portato al portoncino del vecchio palazzo in cui abitava, gli parve di notare la sagoma della donna avvicinarsi a lui. Rimase interdetto. Poi, la mano dolce della tristezza che conviveva nella sua anima lo condusse delicatamente verso casa e con il suo portamento stanco Blaise salì le scale di casa. Quel nome, ora, destò nella sua mente il baluginare di un fioco ricordo. Non aveva intenzione di stancarsi e affannarsi. Si alzò dalla scrivania, spense le luci. Per lui la giornata si era conclusa in quella mattina.

Un frastuono. Si svegliò di soprassalto, spaventato. Voci concitate trasmettevano preoccupazione e non presagivano nulla di sereno. Un lunghissimo attimo di smarrimento. “Blaise, respira. Sei qui, sei vivo. Amedee, dove sei, fratello? Non ti vedo, dove sei?”. Spalancò gli occhi lacrimosi. Si avvicinò alla finestra. Di fronte a lui, nell’appartamento della giovane donna, si alternava il passaggio di poliziotti indaffarati e di un uomo, che non aveva mai visto prima di allora. Stavano parlando di lei e di un biglietto trovato dentro un libro.

Era notte. Dentro Blaise era inverno, ma sentì che un germoglio di primavera si stava facendo spazio tra i muscoli del suo cuore. Dove era finita la giovane donna? Chi era? Perché era scomparsa? Pensando a queste domande non riuscì più a prendere sonno. Un nuovo giorno lo aspettava.

Maria Elena Ingianni

Agatha Christie e la rivalutazione di (un) genere
Agatha Christie e Mary Westmacott: il mistero dietro lo pseudonimo

Se vuoi restare in contatto con le letture di Exlibris20, puoi seguire il nostro canale WhatsApp