“Quando termina la vita umana scade anche il tempo degli oggetti legati a quella vita.
Io ero già morto prima di morire, quando decisi di smettere di cucinare”.

Il primo a prender fuoco fu Totò. La grande storia di monsù Peppino cuoco errante racconta la vita di Giuseppe Masotola (Napoli, 1889–1970), per tutti monsù Peppino. Un cuoco errante che, dopo mille avventure in giro per il mondo al servizio di regnanti, capi militari e truppe al fronte, ha scelto di non lasciare nulla di sé, cancellando «la trama della propria grande storia».

«Quello dal conte Gaetano fu il mio ultimo impiego. Avevo sempre creduto che sarei stato cuoco per sempre. La vita mi aveva dato e tolto tanto, ma tutto ha un termine e allora, all’età della pensione, decisi di ritirarmi.
Restano oggetti alla fine della vita, abiti, attrezzi, mobili, libri, qualche fotografia, ricordi accumulati negli anni da chi se ne va per non tornare a usarli mai più.
I miei due nipoti sarebbero venuti pietosamente a vuotare i miei cassetti, la credenza… e mi addolorava sapere i miei oggetti alla parrocchia.
Senza più nostalgia, mi bastava cancellare le tracce della mia esistenza».

Così monsù Peppino decise di dare i suoi strumenti di lavoro a un saponaro.

«’O sapunaro, vestito degli stracci che raccoglieva, non lasciava trasparire emozione vedendo tutto quello che gli stavo dando, gli occhi però brillavano. Stava cercando di calcolare cosa offrirmi in cambio.
“Ccà ’e pezzetto ècca ’o sapone”, disse.
“Non voglio niente. Quelle cose per me non hanno più valore” e continuò a spingere il suo carretto».

«Perché le mie fotografie avrebbero dovuto sopravvivermi?»

Rientrando in casa, accese il primo fiammifero da cucina.

«Il primo a prender fuoco fu Totò. L’odore dello zurfariello, la sua fiammata, le piccole foto con le cornici frastagliate frissero in silenzio, si gonfiavano in bolle i visi dei ritratti».

Il conte, i ritratti con dedica della Bergamo, la Callas, la Tebaldi, Beniamino Gigli, Eduardo e Pupella… il Giappone, la Cina, la Cirenaica, gli attestati, i documenti, le lettere. Rimangono i ricordi: quelli non vanno in fumo.

«Era la mia vita, non interessa a nessuno».

Per l’autore, un «parente virtuale» di Peppino, questo libro è stato un viaggio per ricostruire le tappe di una vita che si è svolta come un romanzo epico lungo quasi un secolo di storia, tra due guerre e la colonizzazione libica.

Alla base, un lungo lavoro di raccolta di racconti, articoli di giornale e dei pochi documenti rimasti. L’autore spiega di aver «liberamente romanzato vincolando la fantasia ad ancoraggi storicamente certi».

E infine si chiede:

«Con quale diritto ho sottratto monsù Peppino al suo volontario esilio nell’oblio? Perché bisogna ridare voce ai morti che è sbagliato chiamare “scomparsi”. Le loro tracce le abbiamo sempre intorno anche se non sono visibili. Che ne siamo consapevoli o meno. La vita non finisce con l’esistenza materiale. Ho sentito il bisogno di riflettere sul tempo che scorre tra la vita e la morte ridando respiro a un mio ricordo, arricchendolo con altre memorie, riordinandone i frammenti, per egoismo e per curiosità verso un’esistenza di cui avevo solo sentito favoleggiare».

Giuseppe Masotola ha attraversato la grande Storia senza sapere che anche la sua vita romanzesca fosse una grande storia.

Laura Ghidini

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