Guardare la vita dalla morte. Questo è il fascinoso espediente narrativo dell’ultimo romanzo di Marcello Fois, che conduce chi legge in un momento e in un luogo al contempo aborrito e bramato con la curiosità morbosa di credenti e non: l’attimo dopo il decesso.
Eccoci, lettori e lettrici, nella morte di Ettore Manfredini. A carte scoperte, Fois dà forma a una morte che il suo protagonista percepisce e conosce prima di tutto coi sensi, l’udito più di tutto, che per primo dice a Manfredini che qualcosa è cambiato nel suo processo di essere vivente. È l’alba, “non era notte piena, non era ancora giorno”, e non ci sono gli stridii degli animali che accompagnano l’inizio del giorno.
Ettore Manfredini, all’alba del 21 febbraio 2017, si sveglia morto.

Chi da questo incipit surreale si aspetta un romanzo altrettanto surreale, trova nell’immediato una smentita: la morte di Ettore Manfredini è una soglia da attraversare per entrare non solo nella sua vita, ma in quella di tutta la sua dinastia.
Si tratta quindi di un romanzo genealogico, che attraversa le generazioni e ripercorre le ramificate esistenze dei componenti di una famiglia della bassa modenese nel Novecento italiano.

In controluce, la storia.

Fois dona densità ai suoi personaggi costruendo loro uno spessore storico verosimile con grande capacità. Lo si avverte nelle zone grigie del rapporto del protagonista con il potere fascista e con i piccoli gerarchi locali: grazie al fratello Tonio, Ettore ha modo di “frequentare i fascisti senza l’obbligo di esserlo”, o ancora nella narrazione e nei non detti della tragica scomparsa dei Teglio, la famiglia ebrea proprietaria del mattatoio kosher di cui il giovane Ettore Manfredini diviene proprietario in seguito, e più che altro grazie alle leggi razziali.
Non è la sola cornice storica, peraltro curata e coerente, a dare spessore alle numerose voci che popolano la morte di Ettore Manfredini.  È più che altro la verosimiglianza comportamentale dei personaggi in essa: di certo quell’approccio da faina ha mosso più di un vicino di casa nell’accaparrarsi le cose degli ebrei dopo il 1938, e non solo le cose. Anche le persone, le loro vite. È cosi che scompaiono i Teglio, ed è così, come una cosa, che la giovane Marida si salva diventando, suo malgrado, il trait d’union credibile di quell’accaparramento sordo: sposa di Ettore, unica erede dei Teglio, attraverso lei tutto diventa ben fatto, alla luce del sole.
La cornice storica non è protagonista, tuttavia: Marcello Fois non apre la porta su un universo di ricostruzione biografica più o meno romanzata di celebri imprenditori del secolo scorso, secondo un filone piuttosto popolato negli ultimi anni (e fonte, anche, di interessanti pagine letterarie).

Nella verosimiglianza Fois inventa gli sconosciuti Manfredini e la ramificazione di figli e figlie e poi di nipoti, le cui esistenze fanno risuonare echi lontani. Senza voler attribuire citazioni in controluce o filiazioni non ricercate, ecco che risuona in qualche istante dolente e lirico l’aria di Cent’anni di solitudine, caposaldo di un universo narrativo che fa delle generazioni e dello strano destino di maledizioni e redenzioni il suo cuore pulsante. Risuonano anche le voci della famiglia Alt, ebrei viennesi produttori di pianoforti, che intorno vedono il mondo cambiare mentre i loro destini si muovono nella capitale della Mitteleuropa dal declino dell’impero di Franz Josef al disastro della Germania nazista.

Tornando a Ettore Manfredini, nella consapevolezza del decesso l’autore affida al suo protagonista il ruolo di narratore e un compito gravoso: lì, dalla sua morte, deve responsabilizzarsi e prendere coscienza. È sì un narratore interno, omodiegetico, eppure il suo destino si compie nel momento in cui nel farsi del tempo della morte è posto di fronte alla storia di tutti i suoi familiari: gli si pone addosso il carico dell’onniscienza.
Osservatore, più che narratore, di tutte le vite e le morti dei figli e delle figlie, della moglie, di generi e nuore e dell’amatissimo nipote Elio, a Ettore Manfredini si rivelano scelte ed emozioni che punteggiano le esistenze dei suoi familiari.
L’indagine interiore dei personaggi è uno dei punti di forza della narrazione, che vede nell’ingombrante autoreferenzialità di Ettore una completezza e una profondità che in totale onestà non si può non ammirare: è l’egoismo dell’uomo del Novecento, l’ingombrante peso della volontà di potenza del XX secolo esercitata con spietata coerenza su tutta la cerchia degli affetti e del quotidiano. È, senza vergogna, il marchio feroce e mirabile della Greatest Generation.

Federica Tammarazio

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