“Il racconto rivela il significato senza commettere l’errore di definirlo.” Men in Dark Times, Hannah Arendt
Quando c’è la storia di mezzo quella con la esse maiuscola, la critica letteraria sembra capace solo di rinnovare la solita dicotomia tra storia collettiva e storia privata, parlare di Bildungsroman e riscrivere sempre la stessa pagina.
La storia che Elena Varvello ci racconta in questo suo ultimo romanzo, La vita sempre, non è solo o principalmente la storia di suo nonno materno, Francesco Ravinale, avvenuta negli anni della Seconda guerra mondiale. È la storia di Elena che si nutre di quella di Francesco e Teresa. Degli azzardi di Francesco e dei sogni tenaci di Teresa. Francesco che si vede negli occhi che non sarà un gran lavoratore come il padre, che gli darà filo da torcere. Teresa che ha dovuto seppellire quell’estate del 1940. La storia nel senso in cui ne scriveva Anne Dufourmantelle, psicologa e filosofa francese. Varvello assume il rischio di raccontarla, di raccontare i suoi fantasmi, i suoi segreti, raccontiamo la storia quando esponiamo la vita, sempre. Varvello è la custode della sua storia, che è fatta anche delle ombre degli antenati, di quella eredità transgenerazionale che abbiamo ricevuto. La storia si racconta quando siamo disposti ad una metamorfosi; a tradurre il silenzio e a rovesciare il segreto.
Annie Ernaux citata in epigrafe al primo capitolo è il faro che ci deve guidare in queste pagine. Non la Ernaux confusa con una archivista dei suoi anni, con la Ernaux che avrebbe raccontato la sua storia come modellata dai grandi eventi storici e movimenti collettivi, ma la Ernaux che non vuole fioriture romanzesche, che le aborre, come aborre le fioriture storiche; la Ernaux che rompe la linea della storia ufficiale, per raccontare i fantasmi e i desideri dei suoi anni. La Storia da un lato e i giorni felici e infelici della vita, dall’altro, che sembrano il risultato di altri moti, il frutto di altre cause.
Questo primo capitolo ha poi un titolo che è un’altra reminiscenza e punto cardinale: l’ora blu. Quella di Joan Didion, l’ora delle blue nights e del pensiero magico. L’ora in cui la luce si arrende, quella che prima o poi porterà via tutto, quella in cui la storia si inverte, quella in cui i morti possono finalmente tornare. È l’ora di laggiù, nelle Langhe, oltre le cui colline, il resto del mondo non esiste, Alba, via Macrino, altre stradine, via Maestra, il cinema Eden, il fiume Tanaro, il fiume delle morti e degli incontri d’amore, il mondo che si racchiude in un tratto di fiume, il fiume che si riempie e si svuota. La vita che comincia al fiume con gli occhi vuoti e azzurrini.
La Storia è quasi una forza opposta alla vita che morde la vita, in cui la vita si perde anonima. Ma da cui si salva pure grazie alla scrittura tenace. E prima grazie al ricordo ostinato di una ragazza, la madre di Varvello, e a quello della nipote e non importa se restano solo una foto o un manipolo di foto e poche leggende familiari.
Non posso evitare di pensare a La Storia di Elsa Morante. Mentre in quelle sue pagine indimenticabili, la Storia è ancora troppo scandalosa ed assordante per non apparire come distruttrice suprema, causa di ingiustizie supreme; in questo romanzo di Varvello, la Storia si è quasi ritirata, abita piuttosto l’inconscio, riverbera nelle generazioni, l’annuncio di altre catastrofi. Lo spazio lasciato vuoto da Francesco, Teresa e Stellina, la storia che Varvello porta dentro. La Storia ha nutrito le radici.
Il romanzo e la Storia finiscono in una foresta, Mühldorf, dove colpa e innocenza si avvinghiano, come nel precedente romanzo di Varvello Solo un ragazzo. Una foresta ed una voce distinta che è l’inizio della scrittura di Varvello. La voce sussurra, finalmente, e Varvello si volta, guarda indietro, annusa l’aria e vede la trama. Di una scrittura come azione nel senso arendtiano, come nuovo inizio, perché l’essenza di una persona emerge nel racconto postumo.
Nel saggio di Arendt su Walter Benjamin, (prefazione ad Illuminazioni) la filosofa parla del “pescatore di perle” che scende nel profondo del passato. Alla fine del romanzo di Varvello c’è una foto di Francesco Ravinale, su uno scoglio, in paltò, fustigato dalla brezza marina, sorridente come un divo del cinema, un sorriso ostinato. La pescatrice di perle scende nel mare, non per resuscitare il passato così com’era (ecco perché non si tratta di un romanzo di formazione con un eroe o antieroe che sia), ma per recuperare i frammenti che hanno subito una “metamorfosi marina”. Crepuscolo, notte, alba, crepuscolo, notte, alba e tracce di frammenti irriducibili.
Silvia Acierno
La vita sempre di Elena Varvello: la lingua del fuoco
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