“La padrona nutre il suo uccellino a intervalli più radi/ l’uccellino non si ribella anzi riconosce con mitezza la distanza tra lui e la mano è senza briciola e svanisce, lontana sulla zampa giallina piano piano si inchina, e adora.”

I frammenti di Emily Dickinson si accoppiano con Lucrezia e Antonia, cugine amiche nemiche gemelle, protagoniste di Magnificat Amour, espressione della delicata militanza per la prosa sofisticata di Isabella Santacroce. Le ragazze una volta sono in gabbia, l’altra sono le padrone della gabbia. L’identità se si tratta delle ragazze di Isabella è sempre in bilico. Sei schiava se sei libera. Sei libera quando sei schiava. Non si è mai da una sola parte. Come la scrittrice, come la sua letteratura che non è mai esausta. Non dà scampo. Non c’è scampo. Siamo le padrone e siamo gli uccellini. Noi che vorremmo liberarci dentro una risata e invece a malapena sopravviviamo all’inquietudine ancestrale di essere venite al mondo con il seno e la vagina. Siamo Lucrezia, cinica e dolorosamente malvagia, troppo bella per non essere maledetta. Siamo Antonia invisibile perfino a se stessa e agile preda dei narcisisti in terra e vergine favorita dal Cielo.

Dentro Magnificat Amour l’unica via di scampo è l’amore, dove approdiamo come naufraghe con la sensazione che il finale del romanzo ci obbliga a un nuovo inizio. Prima di leggere non avevamo sete, dopo la lettura abbiamo la gola che piange.

“Ero portata alla ricchezza, avevo il lusso dentro il sangue. Mia cugina no, era troppo brutta per qualsiasi meraviglia.”

Citazioni nascoste, aneddoti espliciti, peana poetici, mise en abyme profetizzanti, dialoghi con l’infinito, grida di dolore, pianti a dirotto, verità eterne, bugie di velluto. Tutto ciò di cui l’amore vive, vive in Magnificat Amour.

C’è Antonia Pozzi e non c’è Antonia Pozzi. C’è Emily Dickinson e non c’è Emily Dickinson. C’è Isabella Santacroce e non c’è la vita di una scrittrice. Tutto ciò che esiste non esiste e viceversa. Questo è il canone visionario della letteratura santacrociana. Un canone senza rancore, privo di rimpianti e incapace di disincanto. I personaggi sono se stessi e in quanto tali l’incanto resiste. È la lezione più generosa che la scrittrice offre in dono al suo pubblico. L’incanto c’è fino a quando c’è una verità. La dicotomica abnegazione della realtà alla verità è stato il filo rosso, o meglio il corto circuito, che dalla trilogia dello spavento (Fluo, Destroy, Luminal) porta fino all’ecumenico romanzo in questione.

“Uno scrittore è nell’inospitale che deve risiedere, in deserti dove solo la sabbia ed essiccate sterpi, volpi gialle e stelle lo accerchiano mutissime, e invece il parlottio sul balcone, acustico tormento subito, e ora il parco con i due ragazzi smaniosi di romanticismo.”

Le domande principali che pone il romanzo riguardano l’amore e la scrittura (e la poesia, e la letteratura). Non risposte ma vie. La via è unica ed è la vocazione.

Vocazione ed evocazione, la scrittura e l’amore sono lì.

Magnificat Amour è la stanza delle meraviglie di Santacroce, la camera magica, lo spazio nascosto su un palcoscenico. È un romanzo che accoglie e risputa, risputa e accoglie il suo immaginario più prezioso. Leggerlo è un’esperienza colta di overwatching. È un miracolo, un prodigio, un cunicolo che rende succubi. Dacci ancora un cenno, ecco come si finisce quando si finisce. Si implora la santa mistica che appare non come visione ma come carne che piange tutti i cigni strappati dal mondo. Come il cigno Ludwig che è un simbolo ma forse anche il protagonista se per personaggio principale si intende il movente principale che porta chi scrive a scrivere una storia. La salvezza del cigno non è possibile in vita, allora la racconta in carta. Il mondo di Santacroce non ha mai una sola voce, sarebbe disonesto. In quest’opera meno che mai. Accanto alle ragazze ci sono gli uomini (a cui si riserva la pietà fredda di colettiana memoria), ci sono le madri (mai sazie del culto del sé), ci sono le monache ascete (quale valore ha la vita senza una rinuncia), ci sono persone reali (Umberto Eco, per citare l’episodio che stravolge i piani della percezione e della memoria: l’uomo che disse alla scrittrice: sei infelice allora sposati – per farla breve), c’è la scrittrice che in forma di diario confessa chi è e lo fa nell’unico modo possibile attraverso le sue creature misteriose di ieri e di oggi. È il Vittoriale della letteratura italiana, la scrittura come pegno troppo prezioso, le storie come teche.

In questa camera sono raccolti numerosi omaggi ai generi e ai canoni: il romanzo familiare classico, i brutti e cattivi contro i belli e poveri; il romanzo visionario; il romanzo epistolare per l’alternanza delle voci e nella cui struttura riecheggiano Le relazioni pericolose di Laclos; il poema protofemminista, l’apologia delle monache e l’agiografia delle sante; l’antimanuale di scrittura in cui la voce del diario di Isabella riconduce il gesto di scrivere al meccanismo di vivere, di sentire.

«Voglio che il mio cuore batta sempre, e voglio la vita addosso, il cielo sopra, la sabbia sotto, e l’amore sempre tra le mani come un gelato al limone mangiato in riva al mare in un pomeriggio di maggio quando il più bello sta per cominciare, e continuare come prima, così veloce e così immortale.»

La trama è lo stile. La storia è la struttura. Il tema è il ritmo. Isabella Santacroce è libera. Da tutte le catene. Le stesse da cui libera noi che la leggiamo.

Alessandra Minervini

Quello che scrivi resta
Perché (ri)-leggere Fluo della Santacroce se nel 1995 avevi poco più di trent’anni (e ti stavi separando)
Decifrare Destroy
L’esplosione di Fluo. L’implosione di Destroy.
Destroy. Musicassetta Santacroce
The praying mantis
Pillola rossa, pillola blu